Outlook per il 2016 secondo Pictet Asset Management

IL 2016 POTRA’ ESSERE UN ANNO DI SORPRESE POSITIVE

L a relativa tranquillità del 2014 sembrava potersi ripresentare anche nel 2015. L’anno è iniziato con lo scossone dato dalla decisione della Banca Centrale Svizzera di lasciare libera fluttuazione al tasso di cambio, ma sono subito iniziati i “fuochi di artificio”, con i mercati entusiasti del Quantitative Easing della BCE. Dopo pochi mesi di festa, tra Grecia, Cina, Paesi emergenti, debolezza delle materie prime e le ultime mosse delle Banche Centrali, abbiamo visto regimi di mercato complicati, molto diversi dalla piacevole calma del 2014.

Guardiamo ora avanti e cerchiamo di analizzare quale sarà il quadro d’investimento per il 2016. Il problema principale sarà affrontare un “campo pesante”: i rendimenti sui titoli governativi in euro sono negativi fino alla scadenza dei tre anni e la loro rischiosità, misurata come volatilità delle performance nel corso dell’ultimo anno, è in aumento.

La “pozione magica” della BCE continuerà ad essere somministrata ancora a lungo, ma aspettative smisurate si possono tradurre in cocenti delusioni, ergo maggiore erraticità dei mercati obbligazionari anche nei comparti più sicuri. Questo rischio si accentua se si considera il quadro di politica monetaria con cui inizieremo il 2016. Il mercato incorpora una divergenza di politica monetaria significativa tra Fed (all’inizio del ciclo di rialzi) e BCE (ancora in fase di accomodamento monetario).

Vedere le due principali Banche Centrali impegnate in sentieri così diversi crea due ordini di problemi.

In primo luogo, il coordinamento degli stimoli monetari è stato il carburante più potente per il grande rally degli ultimi anni: farne a meno sarà complicato. In secondo luogo, la divergenza sui tassi di policy crea tensioni sulle curve obbligazionarie e sui mercati valutari. Dalle ultime comunicazioni, sembra che il coordinamento nella divergenza (per quanto bizzarro) rimanga in piedi allo scopo di evitare eccessi di reazione dei mercati.

Maggiori sono invece i dubbi sul coordinamento delle politiche monetarie in Asia. La Cina, appena entrata nel salotto buono delle valute di riserva del FMI, ha già mostrato con evidenza la necessità di un cambio più debole, dato il rallentamento ciclico e la transizione economica strutturale.

Il recente “ancoraggio” ad un paniere di divise piuttosto che al singolo cambio bilaterale con il dollaro va nella direzione della ricerca di maggiore flessibilità: il fine è quello di evitare che movimenti violenti contro dollaro si ripercuotano sulle altre divise dei Paesi emergenti, finendo per comportare una rivalutazione in termini effettivi (cambio pesato per gli scambi commerciali). L’utilizzo delle riserve, le manovre tese a controllare il flusso di capitali in uscita possono essere viste nell’ottica “cooperativa” della svalutazione controllata. Un elemento di rischio è costituito da un rinnovato attivismo della BoJ: per quanto poco probabile, non si può escludere un’ulteriore estensione del programma di acquisti.

 

EUROPA E PAESI EMERGENTI TRAINERANNO IL MERCATO AZIONARIO

Questo verrebbe visto come la fine della pax valutaria da parte della People Bank of China ed è uno dei principali fattori di rischio del 2016, in grado di inficiare uno dei pochi temi di investimento potenzialmente interessanti, quello dei Paesi emergenti. La sofferenza del mondo emergente dura oramai da anni e nel corso degli ultimi mesi abbiamo assistito ad un ulteriore peggioramento.

A questo punto, dal punto di vista delle valutazioni, il mondo emergente è l’unica area in cui sono presenti valutazioni interessanti. Archiviato il primo rialzo dei tassi della Fed, che, insieme ad altri fattori, ha tenuto i Paesi emergenti sotto scacco nell’ultimo periodo, si potrà iniziare ad investire su queste aree, partendo da quelle zone in cui più pronta è stata la risposta di politica economica. Occorrerà smaltire l’indigestione del bear market delle materie prime. Il mercato nei momenti di tensione non distingue tra chi produce e chi consuma petrolio: si legge la discesa del prezzo del petrolio come segno negativo per tutti.

Alcuni Paesi hanno in realtà solo da guadagnare da un prezzo del petrolio debole. Tra l’altro, la debolezza non è generata da un calo della domanda, sintomo di malessere economico.Le ultime discese sono dovute all’eccesso di offerta di origine OPEC, così come la produzione di petrolio Nord Americano non si sta fermando. In questo contesto, l’aggiustamento tra domanda ed offerta avverrà a carico dei prezzi, fino a quando non si taglierà la produzione. Nel mese di Dicembre, questo fenomeno ha creato tensioni violente sul mercato del credito, che si sono estese dagli High Yield USA agli Investment Grade, esacerbando le preoccupazioni su liquidità e liquidabilità dei titoli del reddito fisso. Ultimo punto delicato è quello dei profitti e delle valutazioni delle azioni: in particolare in USA, il quadro per gli utili aziendali non è roseo.

La crescita del fatturato stenta: la dinamica dei consumi è discreta, ma potrebbe essere molto migliore, dato il contesto. Le valutazioni del listino americano non lasciano spazio a voli pindarici: se gli analisti hanno ragione (crescita degli utili del 7% nel 2016), i guadagni saranno difficilmente superiori ai dividendi. L’anno si presenta quindi ricco di incognite, soprattutto nella sua parte iniziale: le opportunità si presenteranno in un contesto di volatilità maggiore, in cui le strategie di protezione e l’asset allocation dinamica su tutti i fronti saranno ingredienti indispensabili per tutelare gli investimenti.

 

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