Articolo tratto da “Il Gazzettino”

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Ecco il Pubbliredazionale che è stato pubblicato su Il Gazzettino di oggi, martedì 31 maggio.

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Brexit: una scommessa azzardata

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approfondimento Brexit

Il prossimo 23 giugno nel Regno Unito si terrà un referendum sull’appartenenza o meno del paese all’Unione Europea.

Vi propongo un interessante e dettagliato approfondimento di Rovida Flavio, Spinelli Ilaria e Vergara Silvana di Fideuram Investimenti.

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Aggiornamento settimanale sui mercati

Ritorno di fiducia sui mercati finanziari. Rally delle Borse

 

Market-movers:

  • Fed
  • Prezzi petrolio
  • Dati macro-economici

 

La scorsa settimana si è aperta all’insegna della debolezza, con le Borse internazionali in lieve flessione, insieme a petrolio, oro e metalli industriali. Il Dollaro US, di contro, ha continuato a rafforzarsi a fronte dei segnali positivi arrivati dai dati macro americani e della prospettiva di un rialzo dei tassi US nei prossimi mesi, come ha confermato la Yellen nel suo discorso all’Università di Harvard lo scorso venerdì. Nell’Area Euro i dati pubblicati in settimana hanno mostrato una lieve flessione degli indici PMI, con il PMI composite sceso a maggio a 52.9 (rispetto a 53 precedente e 53.2 atteso), pur confermando una sostanziale stabilità delle dinamiche di crescita nell’Area. A partire da martedì, tuttavia, ed in particolare nella giornata di mercoledì, si è osservato un ritorno di fiducia da parte degli investitori, che ha determinato un forte rimbalzo degli indici azionari globali, guidato dalle Borse europee, tra le quali quella italiana ha registrato i maggiori guadagni, trainata dal rialzo dei titoli bancari e del comparto petrolifero. Sono stati diversi i driver che hanno sostenuto il mutamento di clima sui mercati: (i) l’accordo raggiunto in settimana tra Eurogruppo e Fondo Monetario Internazionale per il via libera alla nuova tranche di aiuti alla Grecia (10.3 mld/€) ed un alleggerimento del debito del Paese; (ii) l’accelerazione del PIL della Germania nel primo trimestre (+1.6% a/a), grazie al forte contributo degli investimenti; (iii) il venir meno delle preoccupazioni legate al rialzo dei tassi US a giugno; anche perché tra gli operatori c’è chi resta scettico in merito a tale ipotesi, stimando una mossa in tal senso più avanti; (iv) il rimbalzo dei prezzi di petrolio e materie prime.

 

News-flow macro: negli Stati Uniti l’indice PMI manifatturiero si è attestato a maggio, in base alla stima preliminare, a 50.5 (vs. 50.8 precedente e 51 atteso). Le vendite di case nuove sono salite ad aprile ben oltre le attese del +16.6% m/m (vs. -1.3% precedente e +2.4% stimato). I PMI preliminari del settore dei servizi e composite si sono attestati a maggio, rispettivamente, a 51.2 (vs. 52.8 precedente) e 50.8 (vs. 52.4 precedente). Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono scese a 268K (vs. 278K precedente e 275K atteso). Gli ordini di beni durevoli sono aumentati ad aprile del +3.4% (vs. +1.9% precedente e +0.5% stimato). Le vendite di case in corso sono salite ad aprile del +5.1% m/m (vs. +1.6% precedente e +0.7% atteso). Il PIL annualizzato è salito nel primo trimestre del +0.8% t/t (vs. +0.5% precedente e +0.9% atteso). Infine, gli indici dell’Università del Michigan che misurano il sentiment e le aspettative economiche si sono attestati a maggio, rispettivamente, a 94.7 (vs. 95.8 precedente) e 84.9 (vs. 87.5 precedente). Nell’Area Euro i PMI manifatturiero, del settore dei servizi e composite in Germania, secondo le stime preliminari, sono saliti a maggio oltre le attese, rispettivamente, a 52.4 (vs. 51.8 precedente e 52 atteso), 55.2 (vs. 54.5 precedente e 54.6 stimato) e 54.7 (vs. 53.6 precedente e 53.9 atteso). Per il complesso dell’Area gli indici PMI preliminari manifatturiero, dei servizi e composite si sono attestati a maggio, rispettivamente, a 51.5 (vs. 51.7 precedente e 51.9 stimato), 53.1 (vs. 53.1 precedente e 53.2 atteso) e 52.9 (vs. 53 precedente e 53.2 stimato). In Germania i consumi privati sono aumentati nel primo trimestre del +0.4% t/t (vs. +0.4% precedente e +0.6% stimato); hanno sopreso al rialzo gli investimenti, saliti nel primo trimestre del +1.8% t/t (vs. +1.4% precedente e +1.4% atteso). Positivi anche i dati di esportazioni ed importazioni tedesche, salite nel primo trimestre, rispettivamente, del +1% t/t (vs. – 0.6% precedente e +0.5% di consenso) e +1.4% t/t (vs. +0.5% precedente e +1% atteso). Il PIL della Germania nel primo trimestre è salito del +1.6% a/a, confermando l’accelerazione della principale economia dell’Area. Gli indici ZEW su situazione corrente ed aspettative economiche in Germania si sono attestati a maggio, rispettivamente, a 53.1 (vs. 47.7 precedente) e 6.4 (vs. 11.2 precedente). Nel complesso dell’Area l’indice ZEW sulle aspettative economiche è sceso a maggio a 16.8 (vs. 21.5 precedente). Migliorano a maggio anche gli indici IFO su clima commerciale ed aspettative in Germania, attestandosi rispettivamente a 107.7 (vs. 106.7 precedente) e 101.6 (vs. 100.5 precedente). In Giappone l’indice CPI naz.le è sceso ad aprile del -0.3% a/a (vs. -0.1% precedente e -0.4% atteso). In Cina gli utili industriali sono saliti ad aprile del +4.2% a/a (vs. +11.1% precedente).

 

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana una riduzione generalizzata dei rendimenti governativi benchmark Euro, sulla curva USA, invece, i tassi sono lievemente saliti su tutte le scadenze. Guardando al movimento dei tassi in un mese, sulla curva americana si è registrato un aumento dei tassi sulle scadenze 2Y, 5Y e 10Y; il tasso a 30Y è invece sceso; la curva Euro è stata interessata da uno spostamento verso il basso, più marcato sulla parte a lungo termine. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund hanno stretto in settimana; anche gli indici CDS si sono ridotti, in particolare quelli dei comparti Finanziari e Corporate.

 

Il materasso che si credeva una cassaforte: l’evoluzione dei mercati finanziari dai nostri nonni ad oggi

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Grazie al contributo di Invesco

 

Tre generazioni di mercato a confronto

Calendario alla mano, da quando il mercato borsistico ha conosciuto i Baby Boomer, fino all’arrivo dei Millennial – passando per la cosiddetta Generazione X – sono trascorsi solo 40 anni. dal punto di vista dei mercati finanziari, tuttavia, sembrano essere ere geologiche.

 

Gli anni 80: un mondo sicuro per i Baby Boomer?

I nati dopo la seconda Guerra (i Baby Boomer) hanno vissuto una fase di grande serenità a livello socio- economico, facendo affidamento sulla sicurezza del reddito fisso, su di un ottimo rapporto rischio/rendimento delle azioni e sulla garanzia della pensione.

L’Italia del dopoguerra era un Paese in crescita e pieno di prospettive, con alcune eccellenze aziendali che trainavano lo sviluppo del benessere. Gli anni 80, infatti, sono stati caratterizzati da un elevato ricorso al mercato da parte dei principali gruppi quotati (ad esempio in Italia, Pirelli, Fiat, galassia de Benedetti e Montedison) che sulla spinta dei consistenti rialzi azionari cercavano in Borsa i capitali necessari per finanziare grandi acquisizioni nazionali e internazionali.

Il mercato ha così ha conosciuto periodi molto positivi soprattutto a partire dalla metà del decennio, quando il rendimento medio annuo reale delle azioni si attestava intorno al 14%: nel 1986, in particolare, l’euforia era incontrollabile.

A Milano l’indice generale era salito di oltre il 200% e molte nuove società chiedevano di quotarsi, aumentando la numerosità del listino da 160 a oltre 200 compagnie.

Questa grande spinta da parte delle aziende portò un mercato fino ad allora poco regolamentato a scontrarsi con il tema normativo, la cui evoluzione da un lato consentiva per la prima volta l’ingresso ai piccoli risparmiatori, dall’altro però ha contribuito a smorzare gradualmente gli entusiasmi finanziari.

Già dal 1987, infatti, il mercato fa i conti con una forte correzione dei corsi azionari – dovuta anche alla repentina ascesa della Borsa registrata fino ad allora – seguita poi da un periodo di stasi alternato da ulteriori flessioni, che ha visto solo nel 1997 il rendimento dei titoli tornare ai livelli del 1986.

I Baby Boomer, quindi, sono la prima generazione che si affaccia nel mondo degli investimenti in un contesto però di crescita per l’intero Paese e di sicurezza personale. Non per caso, infatti, il risparmiatore tipo degli anni ottanta possedeva generalmente una casa di proprietà, investiva principalmente in titoli di stato Italiani e poteva contare su una pensione pubblica, basata sul metodo retributivo, capace di garantirgli una vita serena in età avanzata.

 

Gli anni 90: la Generazione X e i nuovi rischi

Nonostante il salto di qualità nella regolamentazione del mercato mobiliare, gli anni ‘80 e i primi anni ‘90 vengono considerati gli anni delle alchimie finanziarie e di quelle
che salvatore Bragantini, protagonista della vita finanziaria italiana e noto fustigatore dei cattivi costumi di Borsa, ha definito “horror story” del “capitalismo all’italiana”. erano anni in cui gli interessi dei piccoli azionisti venivano messi in secondo piano rispetto a quelli dei soci forti.

Ecco il contesto che ha visto operare in Borsa i nati dopo il 1964 (la Generazione X): anni caratterizzati da fasi di boom alternate a grandi crisi, da un’accentuazione dei rischi e da un’erosione nella fiducia nei trattamenti pensionistici pubblici.

Gli anni ’90, soprattutto la seconda metà, verranno ricordati da molti investitori come quelli delle grandi incertezze e dei nuovi rischi finanziari.

L’economia globale inizia a scricchiolare sotto il peso dei crescenti squilibri degli stati sia nel debito pubblico sia nei rapporti con l’estero, creando le condizioni per minare la fiducia nella sostenibilità del debito complessivo e diverse pressioni sui tassi di cambio, sui tassi di interesse e sul livello dei prezzi.

In questo periodo gli investitori sono costretti a fare i conti con diverse crisi: Messico nel 1994-1995, sud est asiatico nel 1997, Russia nel 1997-1998, Brasile nel 1998-1999. con il nuovo millennio, irrompe sui mercati il caso Argentina. Molti, anche in Italia, si leccano ancora oggi le ferite: il 95% circa dei titoli argentini circolanti nella penisola era detenuto da investitori privati e l’85% di questi era costituito da obbligazioni governative.

La percezione di affidabilità di un emittente sovrano e gli alti rendimenti offerti possono spiegare l’ampia diffusione dei “tango bond” presso la clientela retail italiana.
Ma il rendimento elevato rifletteva anche la rischiosità dell’investimento.

Ossigeno per gli investitori arriva fra il 1998 e il 2000, quando si è registrato un nuovo periodo positivo per il mercato azionario alimentato dalla fase espansiva del ciclo economico ma, soprattutto, dalla cosiddetta febbre delle dot.com che ha creato una bolla delle quotazioni dei titoli tecnologici legati all’informatica e all’utilizzo di Internet.

Nel triennio, infatti, il rendimento reale delle azioni è stato pari a quasi il 30% e ha contribuito ad aumentare l’attrattività degli investimenti azionari.

Ma in questo scenario, come si è mossa la Generazione X?

Facendo i primi conti con il concetto di rischio. L’investitore degli anni 90 alleggerisce la propria quota in titoli del governo a causa della sfiducia nei titoli di stato, predilige investimenti in fondi comuni per bilanciare una pensione pubblica che non offre più le garanzie di un tempo e cerca il rendimento nel mercato azionario.

 

Gli anni 2000: Millennial in cerca di una guida

Che qualcosa sui mercati stesse ancora mutando lo si è capito agli inizi del 2001, quando la bolla delle dot.com scoppia e contagia al ribasso anche le azioni di altri settori più tradizionali.

Come se non bastasse, nello stesso anno l’attentato alle torri Gemelle scatena forti tensioni e turbolenze in tutto il mondo, e quindi anche sui mercati finanziari: nel complesso, il biennio 2001 – 2002 ha visto crollare il valore reale delle azioni di quasi il 70%.

I nati dopo il 1980, definiti Millennial, si trovano così alle prese con un mondo finanziario dove i rendimenti scarseggiano e dove, rispetto al passato, occorre fare affidamento su nuove e diverse strategie per cercare di assicurarsi un tenore di vita accettabile una volta finito di lavorare.

La nascita dell’euro, nel 2002, ha contribuito a riequilibrare, almeno in parte, lo scenario finanziario globale favorendo l’integrazione del mercato dei capitali europeo.

Uno dei principali riflessi di questo fenomeno è stata la forte crescita del mercato obbligazionario corporate, perché una moneta unica per tutti i paesi ha reso più semplice acquistare debito di aziende estere.

Tuttavia, questa scelta ha avuto anche conseguenze dolorose per alcuni investitori: si affaccia sui mercati una stagione di grandi scandali societari, frutto di frodi realizzate con la compiacenza delle società di revisione e degli organi di controllo interni.

Negli Usa hanno fatto scalpore i casi enron e Worldcom, mentre in Italia sono tristemente famosi i default cirio e Parmalat. Queste aziende, approfittando dello sviluppo del mercato corporate obbligazionario, collocavano ingenti prestiti obbligazionari presso investitori istituzionali internazionali i quali, a loro volta, vendevano agli investitori retail.

Dal 2003 alla fine del 2006 ha preso avvio una nuova fase positiva del mercato azionario che è stata il riflesso non solo di condizioni macroeconomiche favorevoli, ma anche di politiche monetarie fortemente espansive che hanno portato a un robusto aumento del credito e degli attivi del settore bancario in tutte le principali economie avanzate, oltre che uno sviluppo intenso dei settori del private equity, degli hedge fund e delle operazioni di acquisizione e fusione.

Ma la ricerca di rendimenti elevati, come in passato, ha
un prezzo. Il contesto di tassi reali molto bassi o negativi, insufficienti a generare rendimenti significativi, ha alimentato la domanda di titoli strutturati e determinato una fortissima crescita, soprattutto negli Usa, di operazioni di cartolarizzazione di mutui e altri attivi bancari.

E, agli inizi del 2007 questo prezzo viene pagato: i problemi nel settore cartolarizzazioni emergono con i subprime negli UsA e terminano con il fallimento delle maggiori merchant bank americane (in primis Lehman Brothers) e lo scoppio di una crisi finanziaria che ha causato la più severa recessione economica dal dopoguerra.

Il resto della storia è noto, con nazionalizzazioni e salvataggi bancari negli Usa e in molti paesi europei che hanno portato a una espansione del debito pubblico e una prolungata crisi.

In questo quadro i Millennial non sembrano sapere esattamente come muoversi e cercano una guida che li porti ad avere una nuova consapevolezza del valore del risparmio per i loro progetti futuri.

Ma, pur dovendo confrontarsi con lo scenario più complesso degli ultimi 40 anni, gli investimenti dei Millenial sembrano in linea con quelli delle generazioni passate, cercando di evitare il più possibile il rischio e avendo come obiettivo la conservazione e valorizzazione del capitale.

Da un’indagine compiuta da Assogestioni emerge che il 38,7% degli under 35 opta principalmente per i fondi obbligazionari, mentre per i flessibili circa un terzo di loro (34,8% degli under-26, 31,7% tra i 26-35enni): numeri in linea con il resto del mercato. I Millennial si distinguono dalla media del mercato quando si parla di fondi di
liquidità e strumenti azionari: il 6% dei 26-35enni sceglie
la liquidità, contro una media del 4,7%. Quando si parla di patrimonio investito in prodotti equity, invece, mostrano un atteggiamento più prudente dedicando a questa soluzione solo l’8% del proprio investimento (al di sotto della media).

In termini di ripartizione della ricchezza, il Millennial ha abbondante liquidità nei depositi bancari e almeno una polizza vita. Ha ritrovato l’interesse per i fondi comuni dopo gli anni bui della crisi finanziaria e ha ridotto sensibilmente la quota di debito pubblico in portafoglio.

Le azioni rimangono una piccola parte del suo portafoglio, mentre le emissioni bancarie hanno avuto un boom negli anni 2010-2012 per poi ridimensionare la loro quota nell’ultimo periodo.

La nuova tendenza è l’investimento socialmente responsabile, mentre è sempre scarsa l’attenzione verso i prodotti previdenziali.

Rendimento? Meglio cercarlo senza fretta

Sono i tempi in cui il Bot a sei mesi (Buono ordinario del tesoro) rendeva oltre il 10% e il rating dell’agenzia standard & Poor’s sull’Italia era pari ad AA, ampiamente all’interno dell’universo dei titoli di debito di buona qualità.

difficile crederci per i nipoti dei Baby Boomers, che hanno conosciuto un’Italia a un passo dalla bancarotta, un Bot che rende un magro 0,06% e un giudizio sul Belpaese pari a BBB, un gradino sopra il livello spazzatura. con i tassi europei vicini allo zero, tenere i soldi sotto il materasso o in investimenti di breve termine non permette neppure di coprire la seppur bassa inflazione (+0,1% nel 2015, fonte Istat).

In altre parole, la liquidità oggi è un rischio più che un’opportunità. Il pericolo più grande è mancare il proprio obiettivo finanziario, perché per chi ha un orizzonte di lungo periodo tenere molti soldi in strumenti a bassa volatilità (e quindi ottenere rendimenti minimi) aumenta il rischio di non risparmiare a sufficienza per la pensione o per altre esigenze come l’acquisto di una casa.

negli ultimi cinque anni, infatti, i fondi monetari in euro disponibili in Italia hanno reso mediamente lo 0,3% annuo (al 30 dicembre 2015) contro un’inflazione media annua pari all’1,6%. L’investimento in liquidità, quindi, non ha protetto il potere di acquisto della moneta.

 

Tra shock e boom dei listini

dimentichiamo i sonni tranquilli dei nostri nonni ed entriamo insieme alla Generazione X nell’arena dei mercati finanziari, uno scenario che naviga tra i boom e gli shock dei listini azionari, con meno certezze del passato e con la consapevolezza che i rischi esistono, ma le fasi di volatilità possono diventare opportunità.

Come?

Per comprenderlo basta citare alcuni esempi su come si sono comportate le diverse attività finanziarie dal 2000 a oggi: 15 anni fa il miglior investimento erano le materie prime, nel 2014 sono state il peggiore in assoluto.

All’inizio del nuovo millennio pochi sarebbero stati disposti a comprare un fondo azionario emergente, eppure in sette dei successivi 15 anni, questa asset class si è confermata come la più redditizia.

Ancora, chi nel 2008 avesse scelto i titoli di stato governativi, avrebbe evitato il crollo delle Borse internazionali seguito alla crisi dei mutui subprime americani, ma avrebbe perso il rimbalzo dell’azionario nei due anni successivi.

Cosa possiamo imparare da questi esempi?

La prima lezione è che inseguire il rendimento non è una buona strategia, la seconda è che non si possono tenere tutte le uova nello stesso paniere.

Questi principi sono ormai entrati a far parte del bagaglio di cultura finanziaria della maggior parte degli investitori contemporanei.

 

Le nuove parole chiave degli investimenti

Per i Millennial che solo oggi si affacciano sul mondo degli investimenti, il quadro appare ancora più complesso, perché sono cresciuti in un periodo di recessione e forti shock finanziari.

Il crack di Lehman Brothers nel 2008 e la crisi del debito sovrano in europa nel 2011 hanno fatto emergere i limiti di una diversificazione degli asset tradizionali in portafoglio in base alla loro tipologia.

In presenza di tali crolli, infatti, i rendimenti di azioni e obbligazioni tendono a seguire un trend comune.

Come dimostrano le tabelle seguenti dei coefficienti di correlazioni tra le principali categorie Morningstar azionarie e obbligazionarie, nel 2011 gran parte delle asset class hanno avuto alti livelli di correlazione (tasselli in blu) a differenza di quanto accade nel 2014.

articolo invesco

Ma se ieri la diversificazione era fatta sostanzialmente tra due sole asset class (le azioni e le obbligazioni), oggi in un mondo di shock e boom è necessario allargare il proprio orizzonte.

Per costruire un portafoglio efficiente in questo scenario sono due i concetti fondamentali: decorrelazione
(ossia scelta di titoli il meno possibile legati tra loro) e ampliamento dell’universo di riferimento.

In più deve essere considerata anche la variabile temporale, dato che le dinamiche del mercato cambiano e un’allocazione ottimale in un dato momento potrebbe non esserlo più successivamente.

 

Portafogli di nuova generazione

Il vocabolario finanziario di un Millennial si è così arricchito di nuovi termini che suo nonno potrebbe non capire, come spread, high yield, etf, ecc. Ma una di queste in particolare rappresenta più di tutte il cambio strategico dell’investitore: rischio.

Prima di Lehman Brothers, i cosiddetti black swan (cigni neri), ossia quegli eventi imprevedibili che provocano forti shock di mercato, erano rari. dopo il crack della banca d’affari è invece apparso chiaro che i black swan sono molto più frequenti di quanto si pensasse in passato. cambia così l’approccio verso il rischio: se in passato

era da evitare, oggi è diventato un fattore da gestire attivamente. Ma, prima di parlare delle strategie più indicate per farlo, occorre fare un’importante distinzione tra volatilità e rischio.

Warren Buffett, uno degli investitori più famosi sulle piazze internazionali, ad esempio ritiene che il rischio debba essere misurato solo attraverso la probabilità che un investimento, durante l’orizzonte temporale previsto, possa causare al suo proprietario una diminuzione di potere d’acquisto. In base a questa visione, i valori di un asset sono liberi di fluttuare e non essere pericolosi fino a che sono in grado di mantenere o aumentare il potere d’acquisto dell’investitore.

L’attenzione si sposta così dalle asset class ai fattori di rischio che, tradotto in processi di investimento, significa migliorare i profili di rischio e rendimento del portafoglio con l’obiettivo di svincolare l’andamento del fondo da quello del mercato: un risultato oggi perseguibile, per esempio, attraverso strategie passive indicizzate a benchmark non a capitalizzazione, oppure con l’affiancamento ad orizzonti d’investimento di lungo periodo di approcci più flessibili sul breve, anche con l’uso di derivati.

L’immagine che meglio descrive la nuova, doppia anima del portafoglio moderno è quella dello yin e dello yang: così come il simbolo rappresenta l’interdipendenza di una relazione tra due elementi capaci di formare un tutto, allo stesso modo descrive bene i nuovi rapporti tra investimenti convenzionali ed alternativi e del rischio/ rendimento all’interno del portafoglio.

Senza investimenti alternativi, infatti, la nozione di investimento “convenzionale” non esisterebbe, e viceversa. Ugualmente, senza rischio non si può ottenere rendimento e la ricerca di performance si accompagna sempre all’assunzione di un rischio. Questi elementi sono diventati parti imprescindibili di un buon portafoglio e delle sue performance. spostarsi da una tipologia all’altra, inseguendo solo i rendimenti, è un modo sbagliato di gestire l’investimento.

 

Risposte semplici a esigenze complesse: il ruolo chiave della consulenza

Oggi, per rispondere alle esigenze dei Millennial che si affacciano sul mondo degli investimenti, gli intermediari spingono l’acceleratore sull’online e il mobile-banking.

Una delle sfide più grandi è quella di creare con loro un’esperienza positiva che possa instaurare un rapporto di fiducia di lungo periodo in un contesto che, al contrario, favorisce gli spostamenti. negli ultimi anni, infatti, sono aumentati i punti di contatto tra le banche e i clienti e alle pubblicità tradizionali, grazie a Internet e ai social media, si sono affiancati nuovi linguaggi, messaggi e canali.

 

La nuova generazione e le dimensioni della multicanalità

I Millennial sono autonomi e tendono a fare da sé, sia nella vita privata sia negli affari: sono aperti alla consulenza per gli investimenti, ma la richiesta è di un alto livello
di servizio e contatto e un accesso in tempo reale alle informazioni. tutte esigenze che trovano risposte grazie alla multicanalità.

Ma quali sono le caratteristiche principali di una reale piattaforma multicanale?

millenials

I nuovi canali digitali non cannibalizzano i vecchi, anzi, al contrario, possono liberare risorse per i servizi a maggior valore come la consulenza. nonostante lo sviluppo tecnologico, tuttavia, il rapporto personale tra consulente e cliente continua ad avere un’importanza fondamentale, perché in esso risiede il valore aggiunto che può fare la differenza tra un intermediario e un altro.

 

Il valore aggiunto del consulente

Bravura del gestore e caratteristiche personali dell’investitore finale spiegano solo in parte le scelte finanziarie.

Sono diversi gli studi di finanza comportamentale che dimostrano come la figura del consulente finanziario dica molto di più sul tipo di portafoglio scelto dal risparmiatore che la semplice composizione di quest’ultimo.

Una delle ragioni principali è la vastità e complessità dell’offerta, che oggi è possibile stimare in circa 4.000 – 4.500 fondi diversi.

Se l’ampiezza è un bene perché aumenta le opportunità di scelta, essa può anche disorientare, rendendo complesso e faticoso ogni processo decisionale.

Da qui l’importanza di avere dei filtri o dei principi-guida che permettano di fare una selezione, siano essi virtuali oppure “umani”, ossia frutto dell’interazione tra il consulente e il cliente. Per un risparmiatore, un buon risultato non dipende solo dalla scelta di buoni fondi, ma anche dai consigli e dal supporto ricevuto dal consulente per le scelte di portafoglio.

In finanza, “alfa” indica l’excess return che una scelta specifica di investimento ha prodotto (quali azioni comprare, quali obbligazioni, quali fondi) e “beta” spiega i fattori di rischio.

La variabile “gamma” è tutto il resto che aiuta a quantificare tutto quello che si può fare per supportare qualcuno a raggiungere il proprio obiettivo finanziario. In una sola parola, la consulenza.

 

Dalla vendita alla consulenza

Accanto ai cambiamenti tecnologici e generazionali, dunque, c’è una terza evoluzione, più silenziosa, ma non meno profonda.

A differenza del passato, il compito del consulente passa dalla “selezione del migliore fondo” a “motivare alla miglior condotta nella gestione delle proprie finanze”.

La scelta del prodotto più adatto alle esigenze del cliente è solo uno degli aspetti della consulenza, ma non è l’unico necessario per raggiungere gli obiettivi finanziari. Un investitore con cattive abitudini, come per esempio inseguire i trend di Borsa, otterrà risultati deludenti anche selezionando il top della gamma. Il consulente, dunque, deve adottare un approccio più olistico.

Il concetto di “gamma” è proprio questo: andare oltre l’asset allocation e la selezione dei titoli per modificare il comportamento degli investitori in modo che raggiungano effettivamente i loro obiettivi finanziari, supportandoli attivamente nel rendere efficiente il portafoglio dal punto di vista finanziario, ad adottare un approccio strategico
e non tattico, a gestire il patrimonio tenendo conto della capacità di rischio (non solo della propensione), a stabilire un percorso previdenziale che permetta di mantenere un adeguato livello di benessere anche in tarda età.

 

Previdenza ed eredità

Oggi, uno dei segmenti più sfidanti per i consulenti finanziari è quello previdenziale. Infatti, i tradizionali modelli di risparmio e consumo nella fase di vita post- lavorativa non funzionano più e diversi studi condotti a livello internazionale mostrano che i pensionati continuano a risparmiare anche in età avanzata, soprattutto quelli che devono contare più sulle forme complementari e sul proprio patrimonio rispetto all’assegno pubblico.

Lo schema tradizionale che prevede l’accumulo durante gli anni lavorativi e il successivo de-cumulo non risponde più alla realtà contemporanea. diversi fattori, tra cui l’innalzamento dell’età media, la necessità di cure mediche e l’incertezza sui mercati, fanno sì che i pensionati continuino ad investire, in particolare nei primi anni post-lavorativi.

Inoltre, non tutti i portafogli possono essere usati per generare reddito: se un pensionato ha un patrimonio esiguo, sarà più propenso a tenerlo per le spese di prima necessità, mentre con maggiori disponibilità è possibile pensare a utilizzarne una parte per l’investimento e la generazione di reddito futuro.

Oltre a quello previdenziale, l’altro ambito che sfida i consulenti finanziari è quello successorio, che comprende aspetti di ottimizzazione fiscale (in un contesto normativo in continua evoluzione), di pianificazione successoria e di gestione delle eredità da parte dei beneficiari.

Quest’ultimo elemento è tanto importante quanto i precedenti per far sì che quanto si riceve non sia dissipato, ma che duri nel tempo e serva a raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Nell’immaginario comune, le pratiche successorie riguardano avvocati e notai, mentre si presta poca attenzione alla gestione finanziaria, che è ugualmente importante e richiede il supporto di un professionista degli investimenti capace di interfacciarsi con tutta la famiglia.

Un aspetto particolarmente delicato è la successione imprenditoriale, che nella concezione tradizionale delle aziende familiari è considerato un fattore destabilizzante e, allo stesso tempo, un passaggio automatico “di padre in figlio”. nella complessità del mondo di oggi, tuttavia, questo evento va gestito in modo da non compromettere la sopravvivenza dell’impresa e deve essere misurato in base alle performance della società a seguito della transizione, piuttosto che su aspetti personali del predecessore e del successore.

In conclusione, in un mondo della consulenza finanziaria attraversato da profondi cambiamenti, il concetto di “gamma” può rappresentare il nuovo modo di relazionarsi con il cliente, con l’obiettivo primario di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi finanziari.

E’ il valore aggiunto che la tecnologia da sola non può dare, ma è anche l’essenza di un nuovo rapporto, più olistico, che comprende le tematiche previdenziali e successorie
e tiene conto dei fenomeni demografici, primi fra tutti l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media e le trasformazioni negli stili di vita per cui, a parità di età, non esiste più un portafoglio per “tutte le stagioni”.

Il 40enne o 65enne di oggi non è quello di vent’anni fa e non sarà lo stesso negli anni futuri.

 

 

 

Aggiornamento settimanale sui mercati

Fed più aggressiva su un possibile rialzo dei tassi a giugno

 

Market-movers:

  • Minute Fed FOMC 26-27 Aprile
  • Prezzi petrolio
  • Dati macro-economici

 

I mercati azionari globali hanno aperto la settimana lievemente contrastati dopo la pubblicazione dei dati più deboli delle attese su produzione industriale e vendite al dettaglio in Cina. Nello specifico, la produzione industriale è salita ad aprile meno delle stime del +6% a/a (rispetto al +6.8% precedente e +6.5% atteso); le vendite al dettaglio sono salite ad aprile del +10.1% a/a (vs. +10.5% precedente e +10.6% stimato) Nella giornata di martedì, invece, il rimbalzo di petrolio e materie prime ha spinto al rialzo le Borse internazionali, tornate a guadagnare oltre l’1% per poi indebolirsi nel corso della giornata in attesa dei dati americani. Nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo (esclusi quelli di Energia ed Alimentari) è salito ad aprile del +0.2% m/m (rispetto a +0.1% precedente); positivi anche i dati su produzione industriale US, salita ad aprile del +0.7% m/m (dopo il dato negativo del mese precedente -0.9% e +0.3% di consenso) e manifattura, cresciuta ad aprile del +0.3% (rispetto a -0.3% precedente). I segnali positivi arrivati dall’economia americana, che ha beneficiato dell’indebolimento del dollaro e del recupero del petrolio, ed i toni meno cauti della Fed emersi dal verbale dell’ultima riunione della Banca Centrale del 26-27 aprile hanno riacceso le speculazioni di mercato su un possibile rialzo dei tassi US a giugno; il che ha trascinato al ribasso gli indici azionari, sulla scia anche del calo del petrolio, e spinto il dollaro al rialzo. Si è osservato un altro cambio di trend nella giornata di venerdì, quando i mercati finanziari sono tornati a guadagnare, con il rimbalzo dei prezzi di petrolio e materie prime e l’indebolimento dello yen.

News-flow macro: negli Stati Uniti le costruzioni di nuove case sono aumentate ad aprile del +6.6% m/m (vs. -9.4% precedente e +3.3% atteso). Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono scese a 278K (vs. 294K precedente e 275K stimato). Nell’Area Euro l’indice CPI si è attestato ad aprile a -0.2% a/a (vs. -0.2% precedente e -0.2% atteso); l’indice CPI core si è attestato ad aprile a +0.7% a/a (vs. +0.7% precedente e +0.7% stimato). L’indice PPI in Germania è salito ad aprile del +0.1% m/m (vs. 0% precedente e +0.1% atteso); su base annuale l’indice è sceso del – 3.1% a/a (vs. -3.1% precedente e -3% stimato). In Giappone la produzione industriale si è attestata a marzo a +3.8% m/m (vs. +3.6% precedente). Il PIL annualizzato è salito nel primo trimestre dell’anno del +1.7% t/t (vs. -1.7% precedente e +0.3% stimato). In Cina la produzione industriale è salita ad aprile del +6% a/a (vs. +6.8% precedente e +6.5% atteso).

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana un lieve aumento dei rendimenti governativi benchmark Euro ed USA su tutte le scadenze. Guardando al movimento dei tassi in un mese, sulla curva americana si è registrato un leggero aumento dei tassi a breve ed una lieve riduzione di quelli a lungo termine; la curva Euro invece non ha registrato sostanziali variazioni. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund hanno stretto in settimana; gli indici CDS hanno allargato, fatta eccezione per il comparto dei Financials.

 

 

 

Aggiornamento settimanale sui mercati

Mercati ancora deboli in un contesto di persistente incertezza

 

Market-movers:

  • Prezzi petrolio
  • Dati macro-economici
  • Utili

 

I mercati azionari hanno aperto la settimana in recupero rispetto alle perdite accumulate di recente. Nelle giornate di lunedì e martedì il sentiment negativo è infatti lievemente rientrato a fronte del rimbalzo di petrolio e materie prime, dell’indebolimento dello Yen sulla scia delle attese di un’aggiunta di stimolo monetario da parte della Bank of Japan, che ha favorito le azioni giapponesi, e del giudizio positivo dell’Eurogruppo alle riforme greche per il via libera alla nuova tranche di aiuti al Paese. Discorso diverso invece a partire da metà settimana, quando si è osservato un ritorno di volatilità sui mercati che ha interessato in particolare le Borse europee, quella italiana in primis, penalizzate ancora una volta dalle banche. In generale, pressioni al ribasso sono arrivate da utili trimestrali deludenti e da dati macro sottotono, che continuano ad alimentare i timori per le prospettive di crescita globale. Nello specifico, in Germania la produzione industriale è scesa a marzo del -1.3% m/m (da -0.7% precedente e -0.2% di consenso); anche il dato sulle importazioni tedesche è uscito negativo, essendo scese a marzo del -2.3% m/m (da +0.1% precedente e -0.3% atteso). Negli USA le indicazioni arrivate in settimana dal mercato del lavoro sono state miste; da un lato è uscito positivo il dato dei job openings, saliti a marzo a 5757 (rispetto a 5608 precedente e 5450 stimato); dall’altro le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono salite oltre le attese a 294K (rispetto a 274K precedente e 270K di consenso).

 

News-flow macro: negli Stati Uniti le scorte all’ingrosso sono aumentate a marzo del +0.1% m/m (vs. -0.6% precedente e +0.1% atteso). Le vendite al dettaglio anticipate sono salite ad aprile del +1.3% m/m (vs. -0.3% precedente e +0.8% atteso). L’indice PPI ex. Alimentari ed Energia è salito ad aprile del +0.1% m/m (vs. -0.1% precedente e +0.1% stimato). Gli indici dell’Università del Michigan su sentiment ed aspettative economiche sono saliti a maggio, rispettivamente, a 95.8 (vs. 89 precedente) e 87.5 (vs. 77.6 precedente). Nell’Area Euro gli ordini di fabbrica in Germania sono aumentati a marzo del +1.9% m/m (vs. -0.8% precedente e +0.6% atteso); inoltre, il PIL destagionalizzato è salito nel primo trimestre, secondo il dato preliminare, del +0.7% t/t (vs. +0.3% precedente e +0.6% atteso). Nel complesso dell’Area l’indice Sentix di fiducia dei consumatori è salito a maggio a 6.2 (vs. 5.7 precedente e 6 stimato); il PIL destagionalizzato è salito nel primo trimestre, secondo il dato preliminare, del +0.5% t/t (vs. +0.6% precedente e +0.6% stimato). In Giappone l’indice di fiducia dei consumatori è sceso ad aprile a 40.8 (vs. 41.7 precedente e 40.7 atteso). In Cina l’indice CPI si è attestato ad aprile a +2.3% a/a (vs. +2.3% stimato); l’indice PPI è sceso invece del -3.4% a/a (vs. -4.3% precedente e -3.7% atteso).

 

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana una lieve riduzione dei rendimenti governativi benchmark Euro ed USA sulle scadenze 5Y, 10Y e 30Y. Guardando invece al movimento dei tassi in un mese, entrambe le curve non hanno registrato sostanziali variazioni. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund hanno stretto in settimana, fatta eccezione per Italia e Spagna, i cui livelli sono rimasti sostanzialmente invariati; anche gli indici CDS hanno stretto, fatta eccezione per il comparto dei bond ad elevata volatilità.

 

 

Fideuram Investimenti: View e Sintesi per Maggio 2016

Scenario macroeconomico

Dopo la revisione al ribasso apportata alle stime all’inizio dell’anno lo scenario di crescita a livello globale si è ora sostanzialmente stabilizzato. Ai motivi di preoccupazione per i mercati si è però aggiunto anche il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, che si terrà il prossimo 23 giugno, il cui esito appare, stando ai più recenti sondaggi, ancora decisamente incerto. La volatilità collegata a Brexit ci aveva indotto a posticipare il prossimo rialzo della Fed alla riunione di luglio, ma, alla luce dell’andamento ancora non brillante dell’economia USA nel trimestre in corso (dopo la crescita quasi nulla del primo trimestre), abbiamo ulteriormente spostato il rialzo dei tassi alla riunione del FOMC di settembre.

Mercati Azionari

Una Fed più morbida, la BCE che espande il proprio attivo di bilancio, a breve anche nel campo dei titoli corporate, ed il rischio di recessione ridimensionato, depongono a favore del mercato azionario che, pur non presentando valutazioni particolarmente attraenti, rimane preferibile al mercato obbligazionario.

Cosa ci aspettiamo…

Siamo moderatamente positivi sul mercato azionario. Dal punto di vista geografico preferiamo l’Area Euro ed i mercati emergenti.

Mercati Obbligazionari

Le pressioni al ribasso sui tassi dell’Area Euro esercitate dall’incremento degli acquisti da parte della BCE potrebbero venir meno con l’avvio degli acquisti anche sul mercato dei titoli corporate, esponendo il fianco dei titoli governativi euro alle possibili variazioni di aspettative provenienti dal fronte americano. L’attivismo della BCE dovrebbe sostenere la periferia dell’Area Euro, ma rimangono da valutare i possibili impatti della volatilità derivante dal calendario politico dei prossimi mesi.

Cosa ci aspettiamo…

Abbiamo una preferenza per le scadenze a 5 anni, mantenendo cautela sulla duration. Sui prodotti a spread siamo neutrali sulla componente investment grade con una moderata preferenza per il comparto dei paesi emergenti.

 

Scenario macroeconomico

USA: Ancora dati deludenti

La crescita del PIL ha sensibilmente rallentato (+0.5% annualizzato) nel primo trimestre, in linea con le nostre attese, in ragione di un’ulteriore decelerazione dei consumi, ma principalmente per un andamento decisamente deludente degli investimenti non residenziali. Le prime indicazioni per il trimestre in corso sono inoltre compatibili con una crescita più debole (poco sotto il 2% annualizzato) rispetto alle nostre precedenti attese e, alla luce di queste modifiche nel nostro scenario, abbiamo dovuto apportare un’altra correzione al ribasso alla stima di crescita per il 2016 (ora all’1.7%). Anche i dati più recenti sul mercato del lavoro hanno mostrato una crescita dell’occupazione meno vivace del recente passato, pur se compensata da un’accelerazione dei redditi da lavoro (positiva per le prospettive dei consumi), con il tasso di disoccupazione stabile ormai dalla fine della scorsa estate intorno al 5.0%.

Area EURO: In accelerazione

Secondo la stima flash pubblicata da Eurostat a fine aprile, la crescita del PIL nel primo trimestre ha accelerato al 2.3% t/t annualizzato dal precedente 1.3%, superando la nostra previsione (1.8%). La domanda interna (consumi e investimenti) dovrebbe avere accelerato al 3.5%, un ritmo che non si vedeva dal 2006. Il dato innalza all’1.6% in termini tendenziali (a/a) la crescita reale nel primo trimestre (dall’1.5% che stimavamo in precedenza), portando all’1.6% anche la media per il 2016 (sempre dall’1.5% precedente). Questo ritmo non dovrebbe però essere mantenuto nei prossimi trimestri: l’inverno mite ha sostenuto le costruzioni e la discesa dell’inflazione ha spinto il reddito reale disponibile, inducendo un exploit dei consumi. Le imprese continuano inoltre a segnalare un portafoglio ordini in rallentamento nel primo trimestre rispetto alla fine del 2015. L’azione di supporto della BCE rimane dunque necessaria, anche perché l’inflazione ad aprile è ridiscesa in territorio negativo a -0.2% (era zero a marzo). Anche l’inflazione core (al netto di alimentari ed energia) è scesa di due decimali, ritornando allo 0.8% (dall’1.0% precedente).

Giappone: Economia alla deriva

Continuano a giungere segnali di debolezza dall’economia giapponese, che è a rischio recessione con il dato del primo trimestre, complice principalmente la dinamica dei consumi. Il terremoto di Kumamoto dovrebbe inoltre pesare negativamente sul trimestre in corso, ma poi l’economia dovrebbe registrare un ripresa nella seconda parte dell’anno. Nonostante l’inflazione core (ex alimentari freschi) sia tornata in territorio negativo nel mese di marzo e le aspettative di inflazione si siano deteriorate, la BoJ ha deciso di rimanere ferma nella riunione di aprile, diversamente dalle nostre attese di ulteriore espansione del QE. L’attenzione si sposta ora sul pacchetto fiscale, che dovrebbe essere annunciato a fine maggio e che potrebbe raggiungere il 2% del PIL.

 

Mercati Azionari

Utili deludenti nel primo trimestre ma il mercato già guarda avanti

Ad aprile il mercato azionario ha proseguito il recupero intrapreso nel corso del mese di febbraio, seppur con minor intensità. A livello geografico si sono contraddistinte Europa e Pacific ex Japan, che hanno strappato i risultati migliori, mentre Emergenti e Giappone sono risultati sotto tono anche se quest’ultimo beneficia (quando traslato in euro) del notevole apprezzamento dello yen. Una Fed più morbida, la BCE in modalità di espansione del proprio attivo anche nel campo dei titoli corporate ed il rischio di recessione ridimensionato depongono a favore del mercato azionario che, pur non presentando valutazioni particolarmente attraenti, rimane preferibile al mercato obbligazionario. Manteniamo, quindi, un atteggiamento moderatamente positivo, nonostante la dinamica della profittabilità limiti le prospettive di crescita.

Negli Stati Uniti la quasi totalità delle aziende ha riportato, o sta riportando, gli utili del primo trimestre. Il quadro che sta emergendo è forse il peggiore dalla crisi finanziaria e molti settori sono tecnicamente in recessione sul fronte della profittabilità. Ma il mercato è già focalizzato sulle dinamiche future ed il rimbalzo delle quotazioni negli ultimi due mesi, per quanto in parte imputabile anche alla ripresa del prezzo del petrolio, sembra suggerire che le aspettative si stanno sintonizzando su un recupero da livelli di redditività che dovrebbero rappresentare il punto più basso di questo mini ciclo. La postura più morbida della Fed e le indicazioni delle imprese sulla profittabilità del settore corporate sembrerebbero corroborare l’idea di una seconda parte dell’anno in miglioramento. In ogni caso, ci sembra che il mercato USA abbia poco spazio su entrambe le leve della crescita: le metriche valutative elevate rendono difficile una crescita attraverso l’espansione dei multipli e la dinamica della profittabilità non sembra in grado di aggiungere più di tanto. In Europa il ciclo degli utili è generalmente in ritardo rispetto a quello USA, ma anche in questo primo trimestre il bilancio non è positivo (anche escludendo la componente energetica). Il rallentamento è in parte dovuto alla crescente incertezza politica legata al referendum in Gran Bretagna ed all’apprezzamento dell’euro che ha avuto un impatto sulla tenuta dei fatturati. In ogni caso, anche se penalizzata dal segmento finanziario, l’area presenta valutazioni compresse, un quadro macro in accelerazione ed una banca centrale proattiva. I Mercati Emergenti sembrano stabilizzarsi, anche attraverso il canale estero, mentre la Cina, che detta l’umore dell’area asiatica, ha intrapreso la via, già utilizzata in passato, della spinta sugli investimenti. Questa strategia, per quanto ci lasci dubbiosi sui risultati a lungo termine, nel breve ha il vantaggio di stabilizzare l’economia. In generale, siamo più costruttivi nei confronti dei listini azionari dei paesi emergenti che, nel complesso, ci sembrano convenienti in termini valutativi e sotto pesati nei portafogli degli investitori. Il Giappone, infine, non sfugge al trend globale che vuole utili in territorio negativo nel primo trimestre dell’anno. Il mancato intervento espansivo della BoJ ed il rafforzamento della valuta hanno pesato sulla performance dell’economia il cui processo di riforme strutturali procede a rilento. Riteniamo il listino giapponese poco interessante, ma guardiamo con attenzione al comportamento della BoJ, che potrebbe tornare ad agire forse già a giugno.

 

Mercati Obbligazionari

Tassi poco mossi ma attenzione alle possibili perturbazioni di matrice politica

Il mese di aprile si è contraddistinto per un generalizzato, anche se marginale, rialzo dei tassi. Negli Stati Uniti, la sostanziale tenuta dei dati sulla fiducia e sul mercato del lavoro ha spinto al rialzo i tassi in parallelo su tutta la curva, mentre in Germania l’aumento dei rendimenti ha caratterizzato principalmente il segmento a media lunga scadenza con la parte a breve rimasta ancorata. Il movimento al rialzo è stato più ampio nella periferia, portando a un moderato incremento dello spread con la Germania.

Rispetto all’inizio dell’anno il quadro macro appare relativamente più sereno con il significativo ridimensionamento dei timori su un possibile percorso recessivo e grazie all’azione delle banche centrali. Continuiamo a ritenere che nel caso degli Stati Uniti il mercato sconti uno scenario sul progresso dei rialzi della Fed non sufficientemente realistico e che potrebbe quindi essere rivisto con il consolidarsi del quadro macro creando i presupposti per un moderato riallineamento al rialzo della struttura a termine. Sarà inoltre importante valutare l’effetto delle decisioni di reinvestimento del corposo paniere di titoli governativi presenti nel bilancio della Fed che potrebbe avere un impatto non trascurabile sul livello e la forma della curva dei tassi di interesse.

La necessità da parte della BCE di aumentare i propri acquisti solo con titoli governativi fino a fine giugno sta tenendo i tassi core euro compressi, ma potremmo osservare un alleggerimento delle pressione quando gli acquisti, come annunciato, verranno in parte traghettati verso il mondo corporate. Si ritiene, inoltre, che non sia nell’interesse della BCE forzare eccessivamente i tassi core verso valori ancora più bassi degli attuali. Il focus, invece, potrebbe più facilmente interessare la compressione dei differenziali tra periferia e core sulle scadenze intermedie. In periferia gli spread rimangono su livelli ragionevoli, supportati dall’azione della BCE, ma in parte esposti agli eventi che caratterizzeranno il panorama politico europeo nei prossimi mesi, come il referendum in Gran Bretagna e le elezioni in Spagna. Nel medio periodo, ci attendiamo un aumento della pendenza sia negli Stati Uniti che nell’Area Euro.

 

Prodotti a spread

Il comparto del debito emergente in valuta locale ha chiuso il mese di aprile in territorio positivo grazie alla riduzione del livello dei tassi e all’apprezzamento delle valute emergenti nei confronti del dollaro. Dollaro che inoltre si è deprezzato, nel periodo, rispetto all’euro. Anche il comparto del debito esterno ha chiuso il periodo in territorio positivo grazie alla compressione dello spread e nonostante il rialzo del tasso statunitense di riferimento. Continuiamo ad essere tatticamente positivi sul segmento dei paesi emergenti: il tono più disteso nei confronti della Cina, la Fed più attendista, il posizionamento degli investitori ancora relativamente leggero sugli emergenti ed il rendimento offerto, attraente rispetto a molte alternative sul fronte del reddito fisso, rendono il comparto interessante, anche se al momento la posizione ha un respiro più di tipo tattico che strategico, dovuto ancora alla presenza di volatilità sulla componente dei cambi.

La performance del comparto corporate IG denominato in euro è stata leggermente positiva. La riduzione dello spread è stata marginale, ma ha più che compensato l’aumento del tasso governativo di riferimento nel corso di aprile. Dalla decisione della BCE sull’acquisto dei titoli corporate IG il livello degli spread si è contratto, in attesa dell’inizio degli acquisti veri e propri all’inizio di luglio. Riteniamo che il movimento riduca ulteriormente l’appetibilità nel medio periodo del comparto, il cui risicato spread non appare sufficiente a contrastare l’azione volatile del tasso governativo di riferimento, mentre la messa in opera del processo di acquisto da parte della banca centrale potrebbe avere un impatto non trascurabile sulla liquidità del settore.

Nel mese di aprile il comparto del debito ad alto rendimento (HY) ha registrato una performance positiva grazie alla compressione degli spread. Si esprime una preferenza per il segmento in euro che, a differenza di quello d’oltreoceano, risulta meno esposto al settore energetico, e, seppur esibisca valutazioni relativamente meno interessanti, dovrebbe rimanere supportato, indirettamente, dagli acquisti della BCE nel perimetro corporate.

SINTESI MAGGIO

L’importanza dell’educazione previdenziale

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Grazie al contributo di Carlo Giuro

Il tema della necessità di un maggior livello di alfabetizzazione finanziaria assume sempre maggiore importanza nel dibattito sul come tutelare il risparmiatore nei confronti dei nuovi rischi  in uno scenario in continuo movimento. Come ha ricordato l’Ania (l’associazione nazionale tra le imprese assicuratrici) in una recente audizione parlamentare, c’è ampia evidenza di una forte correlazione tra financial literacy e una serie di comportamenti rilevanti per il benessere individuale. Chi è meglio in grado di capire la finanza e l’assicurazione investe con maggiore probabilità in azioni e fondi e partecipa più frequentemente a piani pensionistici privati. Ma ha anche maggiore probabilità di rimborsare i propri debiti e una minore esposizione a forme di indebitamento eccessivamente costose. Inoltre si osserva una crescente attenzione alle conseguenze sociali e ambientali dell’impiego di denaro.

Il punto di partenza non appare confortante. Da ultima la recente “Indagine sull’alfabetizzazione finanziaria nel mondo”, curata da alcuni ricercatori di Banca Mondiale e George Washington University, ha mostrato che solo il 37% degli italiani intervistati ha risposto correttamente ad almeno tre delle cinque domande riferite a inflazione, tasso di interesse, capitalizzazione degli interessi semplice e composta e diversificazione del rischio. Un livello lontano sia dalla media dell’UE (52%), sia dai livelli di alfabetizzazione delle economie e dei Paesi con cui spesso l’Italia si confronta come Germania (66%), Francia (52%) e Regno Unito (67%), ma anche inferiore a quanto riscontrato in Grecia (45%), Spagna (45%) o Polonia (42%).

Se in termini generali il problema esiste, andando alla specificità previdenziale la questione è ancora più rilevante, anche considerando la frequenza con cui il legislatore è intervenuto con interventi di riordino.

La struttura del sistema previdenziale italiano richiede sempre più l’assunzione di una responsabilità diretta da parte del risparmiatore. La progressiva riduzione della copertura assicurata dal sistema obbligatorio determina la necessità in primo luogo di acquisire piena consapevolezza dell’esistenza di una eventuale esigenza di integrazione pensionistica. E in questa prospettiva sono utili il simulatore online “La Mia Pensione” e la busta arancione dell’Inps che offrono una stima dell’assegno pubblico. Si tratta poi di decidere se investire in soluzioni previdenziali, quando aderire e quanto versare.

La corretta determinazione del quanto versare presuppone che il risparmiatore sia dotato di conoscenze di base almeno per valutare correttamente costi e benefici e per definire il proprio profilo di rischio e rendimento. Il contesto in cui si effettuano queste scelte è dominato dalla complessità, perché un piano previdenziale si dispiega su un arco temporale lungo.

 

Aggiornamento settimanale sui mercati

I rinnovati timori per la crescita globale spingono i mercati al ribasso

 

Market-movers:

  • Prezzi petrolio
  • Dati macro-economici
  • Utili

Nel corso della scorsa settimana le Borse internazionali hanno avuto un andamento negativo. Diversi i driver che hanno esercitato pressioni al ribasso, a partire dal dato debole sul settore manifatturiero cinese e dai segnali misti arrivati dal mercato del lavoro americano, che hanno contribuito ad alimentare i timori per le prospettive di crescita globale. Nel dettaglio, in Cina l’indice Caixin PMI manifatturiero è sceso ad aprile a 49.4 (rispetto al 49.7 precedente), mentre negli USA le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono salite oltre le attese a 274K, rispetto a 257K precedente; la variazione dei salari non agricoli è stata ad aprile inferiore alle stime e pari a +160K (rispetto a +208K precedente e +200K atteso). Di contro, si è osservato un lieve aumento del salario medio orario, +0.3% m/m (vs. +0.2% precedente) e +2.5% a/a (vs. +2.3% precedente). Segnali negativi per la crescita sono arrivati anche da corporate earnings sotto le attese e dalle stime della Commissione Europea, che in settimana ha rivisto al ribasso la crescita per l’Area Euro. A tali fattori si sono aggiunti la discesa del petrolio ed il rialzo dello Yen, dopo la decisione della Bank of Japan di non aggiungere stimolo monetario a sostegno dell’economia. Gli indici azionari europei sono stati inoltre penalizzati dalle banche, in netto calo, e già sotto pressione per il discorso della solidità patrimoniale. Un tentativo di recupero dei mercati avanzati si è osservato nella giornata di giovedì, a fronte di un rialzo dei prezzi del greggio, mentre i mercati emergenti hanno continuato nel trend negativo.

 

News-flow macro: negli Stati Uniti l’indice PMI manifatturiero si è attestato ad aprile a 50.8, in linea con il consenso; l’ISM manifattura per aprile è uscito a 50.8 (vs. 51.8 precedente e 51.4 atteso). La variazione dell’occupazione nel settore privato è stata ad aprile di +156K (vs. +194K precedente e 195K stimato). Gli indici PMI del settore dei servizi e composite si sono attestati ad aprile, rispettivamente, a 52.8 (vs. 52.1 precedente) e 52.4 (vs. 51.7 precedente). Gli ordini di fabbrica sono saliti a marzo del 1.1% (vs. -1.9% precedente e +0.6% stimato). Nell’Area Euro l’indice PMI manifatturiero si è attestato ad aprile a 51.7 (vs. 51.5 precedente e 51.5 atteso); i PMI di servizi e composite si sono attestati ad aprile, rispettivamente, a 53.1 (vs. 53.2 precedente) e 53 (vs. 53 precedente). Il PPI per il complesso dell’Area è salito a marzo del +0.3% m/m (vs. -0.7% precedente e 0% atteso). Le vendite al dettaglio nell’Area sono scese a marzo del – 0.5% m/m (vs. +0.3% precedente e -0.1% atteso). In Germania i PMI manifatturiero, di servizi e composite si sono attestati ad aprile, rispettivamente, a 51.8 (vs. 51.9 precedente), 54.5 (vs. 54.6 precedente) e 53.6 (vs. 53.8 precedente). In Giappone gli indici Nikkei PMI di servizi e composite si sono attestati ad aprile, rispettivamente, a 49.3 (vs. 50 precedente) e 48.9 (vs. 49.9 precedente).

 

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana una riduzione dei rendimenti governativi benchmark Euro ed USA su tutte le scadenze. Guardando invece al movimento dei tassi in un mese, entrambe le curve non hanno registrato sostanziali variazioni. I differenziali di rendimento tra i governativi decennali periferici ed il Bund hanno allargato in settimana, così come gli indici CDS.

Pensioni: Hai da 25 a 55 anni? Ecco quanto dovrai integrare

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Per il 40% di chi ha simulato online l’assegno Inps, l’importo è inferiore alle attese e ben il 65% si è reso conto che le sue previsioni erano errate. Per correre ai ripari bisogna integrare. Ecco quanto versare ai fondi per colmare la differenza.

tabella articolo pensioni

Grazie al contributo di Paola Valentini

Mentre il premier Matteo Renzi si appresta a salire, assieme a un manipolo di sessantenni, sull’Ape (il logo che il primo ministro ha coniato per l’anticipo pensionistico che intende far debuttare nel 2017), tutti gli altri lavoratori italiani sono alle prese con i dolori della busta arancione.

L’Inps, sotto la guida del presidente Tito Boeri, ha iniziato ad inviare ai primi 150 mila iscritti (con l’obiettivo di spedirla a 7 milioni di lavoratori entro l’anno) la missiva che contiene le stime personalizzate della prima pensione attesa a fine carriera con l’indicazione dell’anno di previsto pensionamento. E ancora una volta le generazioni più avanti con l’età, oltre a poter contare sull’attesa possibilità di lasciare prima il lavoro con l’Ape (con un taglio della pensione e con il coinvolgimento delle banche che dovrebbero anticipare l’assegno visto che lo Stato non può permettersi uscite di cassa aggiuntive), non hanno avuto sorprese eclatanti dalla lettura della busta arancione se non altro perché il loro assegno è calcolato in buona parte con il più generoso e prevedibile metodo retributivo, che soltanto dal 2012 è stato sostituito dal contributivo per tutti. Fino a quell’anno il retributivo è rimasto in vigore in forma integrale per chi a fine 1995 vantava più di 18 anni di contributi e in forma pro quota per chi a quella data ne aveva meno di 18. Per gli assunti dal 1996 in poi, invece, il metodo è totalmente contributivo ed è quindi legato ai versamenti effettuati (ovvero alla costanza del rapporto di lavoro), i quali a loro volta sono rivalutati in base al PIL dell’Italia. L’assegno, di conseguenza, non è certo come nel retributivo, dove era determinato considerando gli ultimi stipendi prima della pensione.

Sia la busta arancione cartacea, sia il suo omologo sul web “La Mia Pensione” (il servizio online di simulazione della pensione che l’Inps ha messo a disposizione un anno fa anticipando le lettere partite in questi giorni) si sono quindi rivelati una doccia fredda soprattutto per le generazioni più giovani, dato che emerge dall’analisi condotta dall’Inps su un campione di utenti tra i quasi 7 milioni dotati del Pin per effettuare le simulazioni con “La Mia Pensione” (per ora il servizio copre i dipendenti privati e nel corso del 2016 sarà disponibile anche per i dipendenti pubblici).

Dal sondaggio dell’Inps risulta che l’85% dei 4 milioni di persone che hanno usufruito del servizio lo ha ritenuto utile. Di questi più del 60% pensa di aver migliorato di molto il suo grado d informazione sulla pensione. Inoltre circa l’80% non ha trovato dati errati (informazioni incomplete, periodi mancanti, contribuzioni errate) nell’estratto conto attuale dei contributi versati, conferma del fatto che la busta arancione, sia cartacea sia online, può essere utilizzata anche per verificare che la posizione registrata negli archivi Inps sia esatta rispetto ai versamenti che al lavoratore risultano effettuati durante la propria carriera.

L’aspetto più interessante riguarda però la reazione di fronte alle stime ottenute sull’importo dell’assegno pubblico. Ebbene, quasi il 40% afferma che l’ammontare della pensione che scaturisce dalla simulazione è inferiore rispetto alle attese (il 26% dice non di molto e per il 13% di molto). Questo numero potrebbe essere più elevato se le condizioni su cui si fondano le simulazioni Inps fossero più severe. Si ricorda infatti che “La Mia Pensione” si basa su ipotesi giudicate da alcune analisti un po’ troppo ottimistiche, perché considerano una crescita del PIL del 1,5% che può essere diminuita fino all’1%, ma non sotto. E in una fase in cui l’economia italiana degli ultimi anni non è cresciuta a questi ritmi, anche per i prossimi il rischio che non possa raggiungere questo obiettivo non sono da sottovalutare. La busta arancione cartacea invece considera addirittura l’1,5% fisso.

In ogni caso ben il 65% degli intervistati alla domanda: “Pensa di rivedere le previsioni sulla pensione futura dopo aver utilizzato questo servizio?” risponde: probabilmente sì.

Questa affermazione ha ripercussioni anche sui fondi pensione.

Oggi gli iscritti alla previdenza complementare, pur se in progressivo aumento, sono solamente poco più di un terzo dell’intera platea di riferimento (7,3 milioni gli aderenti in base ai dati Covip di fine 2015). E i dati della busta arancione potrebbero convincere i lavoratori scoperti ad avviare un fondo pensione. Pur considerando che la difficile situazione del mercato del lavoro oggi non consente a tutti di risparmiare per la previdenza, è in ogni caso importante capire quanto versare.

Per questo motivo MF-Milano Finanza ha chiesto a Progetica, società di consulenza finanziaria indipendente, di realizzare alcune elaborazioni per lavoratori dai 25 ai 55 anni di età che indicano il contributo annuo al fondo pensione necessario per avere una rendita mensile integrativa rispetto alla pensione pubblica di 250 o 500 euro.

Le elaborazioni distinguono tra versamento in una linea garantita e in una linea bilanciata. I giovani, se da un lato sono coloro che hanno più difficoltà ad accantonare risorse per l’integrazione, hanno almeno l’agevolazione di avere più tempo di fronte, e dunque necessitano di versamenti inferiori rispetto alle generazioni successive.

Infatti nel lungo periodo i mercati possono aiutare a ridurre il versamento necessario.

Dati alla mano, dall’analisi di Progetica emerge che, ad esempio, un 25enne per avere un’integrazione di 250 euro netti al mese deve versare 1.331 euro all’anno in una linea garantita e 746 euro in una bilanciata. Lo stesso soggetto deve impegnarsi per, rispettivamente, 2.661 e 1.493 euro per sperare di ottenere 500 euro in più. Man mano che l’età del lavoratore cresce, i versamenti per avere 250 o 500 euro salgono. Per avere 250 euro il contributo annuo di un lavoratore di 45 anni supera i 2.960 euro in caso di versamento in una linea garantita e arrivano a oltre 2.190 euro nella bilanciata. Questo 45enne che volesse una pensione di scorta di 500 euro al mese dovrebbe investire 5.750 euro all’anno in un comparto garantito e 4.360 euro in un bilanciato.

Coloro che riceveranno la busta arancione dovranno valutare se l’assegno sia coerente o meno con i propri desideri e progetti di vita, per poi valutare come integrare attraverso la previdenza complementare.

Le variabili da considerare sono tante: ecco perché il supporto di operatori qualificati o educatori previdenziali certificati è sempre più importante per pianificare per tempo il benessere economico futuro.

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