Il materasso che si credeva una cassaforte: l’evoluzione dei mercati finanziari dai nostri nonni ad oggi

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Grazie al contributo di Invesco

 

Tre generazioni di mercato a confronto

Calendario alla mano, da quando il mercato borsistico ha conosciuto i Baby Boomer, fino all’arrivo dei Millennial – passando per la cosiddetta Generazione X – sono trascorsi solo 40 anni. dal punto di vista dei mercati finanziari, tuttavia, sembrano essere ere geologiche.

 

Gli anni 80: un mondo sicuro per i Baby Boomer?

I nati dopo la seconda Guerra (i Baby Boomer) hanno vissuto una fase di grande serenità a livello socio- economico, facendo affidamento sulla sicurezza del reddito fisso, su di un ottimo rapporto rischio/rendimento delle azioni e sulla garanzia della pensione.

L’Italia del dopoguerra era un Paese in crescita e pieno di prospettive, con alcune eccellenze aziendali che trainavano lo sviluppo del benessere. Gli anni 80, infatti, sono stati caratterizzati da un elevato ricorso al mercato da parte dei principali gruppi quotati (ad esempio in Italia, Pirelli, Fiat, galassia de Benedetti e Montedison) che sulla spinta dei consistenti rialzi azionari cercavano in Borsa i capitali necessari per finanziare grandi acquisizioni nazionali e internazionali.

Il mercato ha così ha conosciuto periodi molto positivi soprattutto a partire dalla metà del decennio, quando il rendimento medio annuo reale delle azioni si attestava intorno al 14%: nel 1986, in particolare, l’euforia era incontrollabile.

A Milano l’indice generale era salito di oltre il 200% e molte nuove società chiedevano di quotarsi, aumentando la numerosità del listino da 160 a oltre 200 compagnie.

Questa grande spinta da parte delle aziende portò un mercato fino ad allora poco regolamentato a scontrarsi con il tema normativo, la cui evoluzione da un lato consentiva per la prima volta l’ingresso ai piccoli risparmiatori, dall’altro però ha contribuito a smorzare gradualmente gli entusiasmi finanziari.

Già dal 1987, infatti, il mercato fa i conti con una forte correzione dei corsi azionari – dovuta anche alla repentina ascesa della Borsa registrata fino ad allora – seguita poi da un periodo di stasi alternato da ulteriori flessioni, che ha visto solo nel 1997 il rendimento dei titoli tornare ai livelli del 1986.

I Baby Boomer, quindi, sono la prima generazione che si affaccia nel mondo degli investimenti in un contesto però di crescita per l’intero Paese e di sicurezza personale. Non per caso, infatti, il risparmiatore tipo degli anni ottanta possedeva generalmente una casa di proprietà, investiva principalmente in titoli di stato Italiani e poteva contare su una pensione pubblica, basata sul metodo retributivo, capace di garantirgli una vita serena in età avanzata.

 

Gli anni 90: la Generazione X e i nuovi rischi

Nonostante il salto di qualità nella regolamentazione del mercato mobiliare, gli anni ‘80 e i primi anni ‘90 vengono considerati gli anni delle alchimie finanziarie e di quelle
che salvatore Bragantini, protagonista della vita finanziaria italiana e noto fustigatore dei cattivi costumi di Borsa, ha definito “horror story” del “capitalismo all’italiana”. erano anni in cui gli interessi dei piccoli azionisti venivano messi in secondo piano rispetto a quelli dei soci forti.

Ecco il contesto che ha visto operare in Borsa i nati dopo il 1964 (la Generazione X): anni caratterizzati da fasi di boom alternate a grandi crisi, da un’accentuazione dei rischi e da un’erosione nella fiducia nei trattamenti pensionistici pubblici.

Gli anni ’90, soprattutto la seconda metà, verranno ricordati da molti investitori come quelli delle grandi incertezze e dei nuovi rischi finanziari.

L’economia globale inizia a scricchiolare sotto il peso dei crescenti squilibri degli stati sia nel debito pubblico sia nei rapporti con l’estero, creando le condizioni per minare la fiducia nella sostenibilità del debito complessivo e diverse pressioni sui tassi di cambio, sui tassi di interesse e sul livello dei prezzi.

In questo periodo gli investitori sono costretti a fare i conti con diverse crisi: Messico nel 1994-1995, sud est asiatico nel 1997, Russia nel 1997-1998, Brasile nel 1998-1999. con il nuovo millennio, irrompe sui mercati il caso Argentina. Molti, anche in Italia, si leccano ancora oggi le ferite: il 95% circa dei titoli argentini circolanti nella penisola era detenuto da investitori privati e l’85% di questi era costituito da obbligazioni governative.

La percezione di affidabilità di un emittente sovrano e gli alti rendimenti offerti possono spiegare l’ampia diffusione dei “tango bond” presso la clientela retail italiana.
Ma il rendimento elevato rifletteva anche la rischiosità dell’investimento.

Ossigeno per gli investitori arriva fra il 1998 e il 2000, quando si è registrato un nuovo periodo positivo per il mercato azionario alimentato dalla fase espansiva del ciclo economico ma, soprattutto, dalla cosiddetta febbre delle dot.com che ha creato una bolla delle quotazioni dei titoli tecnologici legati all’informatica e all’utilizzo di Internet.

Nel triennio, infatti, il rendimento reale delle azioni è stato pari a quasi il 30% e ha contribuito ad aumentare l’attrattività degli investimenti azionari.

Ma in questo scenario, come si è mossa la Generazione X?

Facendo i primi conti con il concetto di rischio. L’investitore degli anni 90 alleggerisce la propria quota in titoli del governo a causa della sfiducia nei titoli di stato, predilige investimenti in fondi comuni per bilanciare una pensione pubblica che non offre più le garanzie di un tempo e cerca il rendimento nel mercato azionario.

 

Gli anni 2000: Millennial in cerca di una guida

Che qualcosa sui mercati stesse ancora mutando lo si è capito agli inizi del 2001, quando la bolla delle dot.com scoppia e contagia al ribasso anche le azioni di altri settori più tradizionali.

Come se non bastasse, nello stesso anno l’attentato alle torri Gemelle scatena forti tensioni e turbolenze in tutto il mondo, e quindi anche sui mercati finanziari: nel complesso, il biennio 2001 – 2002 ha visto crollare il valore reale delle azioni di quasi il 70%.

I nati dopo il 1980, definiti Millennial, si trovano così alle prese con un mondo finanziario dove i rendimenti scarseggiano e dove, rispetto al passato, occorre fare affidamento su nuove e diverse strategie per cercare di assicurarsi un tenore di vita accettabile una volta finito di lavorare.

La nascita dell’euro, nel 2002, ha contribuito a riequilibrare, almeno in parte, lo scenario finanziario globale favorendo l’integrazione del mercato dei capitali europeo.

Uno dei principali riflessi di questo fenomeno è stata la forte crescita del mercato obbligazionario corporate, perché una moneta unica per tutti i paesi ha reso più semplice acquistare debito di aziende estere.

Tuttavia, questa scelta ha avuto anche conseguenze dolorose per alcuni investitori: si affaccia sui mercati una stagione di grandi scandali societari, frutto di frodi realizzate con la compiacenza delle società di revisione e degli organi di controllo interni.

Negli Usa hanno fatto scalpore i casi enron e Worldcom, mentre in Italia sono tristemente famosi i default cirio e Parmalat. Queste aziende, approfittando dello sviluppo del mercato corporate obbligazionario, collocavano ingenti prestiti obbligazionari presso investitori istituzionali internazionali i quali, a loro volta, vendevano agli investitori retail.

Dal 2003 alla fine del 2006 ha preso avvio una nuova fase positiva del mercato azionario che è stata il riflesso non solo di condizioni macroeconomiche favorevoli, ma anche di politiche monetarie fortemente espansive che hanno portato a un robusto aumento del credito e degli attivi del settore bancario in tutte le principali economie avanzate, oltre che uno sviluppo intenso dei settori del private equity, degli hedge fund e delle operazioni di acquisizione e fusione.

Ma la ricerca di rendimenti elevati, come in passato, ha
un prezzo. Il contesto di tassi reali molto bassi o negativi, insufficienti a generare rendimenti significativi, ha alimentato la domanda di titoli strutturati e determinato una fortissima crescita, soprattutto negli Usa, di operazioni di cartolarizzazione di mutui e altri attivi bancari.

E, agli inizi del 2007 questo prezzo viene pagato: i problemi nel settore cartolarizzazioni emergono con i subprime negli UsA e terminano con il fallimento delle maggiori merchant bank americane (in primis Lehman Brothers) e lo scoppio di una crisi finanziaria che ha causato la più severa recessione economica dal dopoguerra.

Il resto della storia è noto, con nazionalizzazioni e salvataggi bancari negli Usa e in molti paesi europei che hanno portato a una espansione del debito pubblico e una prolungata crisi.

In questo quadro i Millennial non sembrano sapere esattamente come muoversi e cercano una guida che li porti ad avere una nuova consapevolezza del valore del risparmio per i loro progetti futuri.

Ma, pur dovendo confrontarsi con lo scenario più complesso degli ultimi 40 anni, gli investimenti dei Millenial sembrano in linea con quelli delle generazioni passate, cercando di evitare il più possibile il rischio e avendo come obiettivo la conservazione e valorizzazione del capitale.

Da un’indagine compiuta da Assogestioni emerge che il 38,7% degli under 35 opta principalmente per i fondi obbligazionari, mentre per i flessibili circa un terzo di loro (34,8% degli under-26, 31,7% tra i 26-35enni): numeri in linea con il resto del mercato. I Millennial si distinguono dalla media del mercato quando si parla di fondi di
liquidità e strumenti azionari: il 6% dei 26-35enni sceglie
la liquidità, contro una media del 4,7%. Quando si parla di patrimonio investito in prodotti equity, invece, mostrano un atteggiamento più prudente dedicando a questa soluzione solo l’8% del proprio investimento (al di sotto della media).

In termini di ripartizione della ricchezza, il Millennial ha abbondante liquidità nei depositi bancari e almeno una polizza vita. Ha ritrovato l’interesse per i fondi comuni dopo gli anni bui della crisi finanziaria e ha ridotto sensibilmente la quota di debito pubblico in portafoglio.

Le azioni rimangono una piccola parte del suo portafoglio, mentre le emissioni bancarie hanno avuto un boom negli anni 2010-2012 per poi ridimensionare la loro quota nell’ultimo periodo.

La nuova tendenza è l’investimento socialmente responsabile, mentre è sempre scarsa l’attenzione verso i prodotti previdenziali.

Rendimento? Meglio cercarlo senza fretta

Sono i tempi in cui il Bot a sei mesi (Buono ordinario del tesoro) rendeva oltre il 10% e il rating dell’agenzia standard & Poor’s sull’Italia era pari ad AA, ampiamente all’interno dell’universo dei titoli di debito di buona qualità.

difficile crederci per i nipoti dei Baby Boomers, che hanno conosciuto un’Italia a un passo dalla bancarotta, un Bot che rende un magro 0,06% e un giudizio sul Belpaese pari a BBB, un gradino sopra il livello spazzatura. con i tassi europei vicini allo zero, tenere i soldi sotto il materasso o in investimenti di breve termine non permette neppure di coprire la seppur bassa inflazione (+0,1% nel 2015, fonte Istat).

In altre parole, la liquidità oggi è un rischio più che un’opportunità. Il pericolo più grande è mancare il proprio obiettivo finanziario, perché per chi ha un orizzonte di lungo periodo tenere molti soldi in strumenti a bassa volatilità (e quindi ottenere rendimenti minimi) aumenta il rischio di non risparmiare a sufficienza per la pensione o per altre esigenze come l’acquisto di una casa.

negli ultimi cinque anni, infatti, i fondi monetari in euro disponibili in Italia hanno reso mediamente lo 0,3% annuo (al 30 dicembre 2015) contro un’inflazione media annua pari all’1,6%. L’investimento in liquidità, quindi, non ha protetto il potere di acquisto della moneta.

 

Tra shock e boom dei listini

dimentichiamo i sonni tranquilli dei nostri nonni ed entriamo insieme alla Generazione X nell’arena dei mercati finanziari, uno scenario che naviga tra i boom e gli shock dei listini azionari, con meno certezze del passato e con la consapevolezza che i rischi esistono, ma le fasi di volatilità possono diventare opportunità.

Come?

Per comprenderlo basta citare alcuni esempi su come si sono comportate le diverse attività finanziarie dal 2000 a oggi: 15 anni fa il miglior investimento erano le materie prime, nel 2014 sono state il peggiore in assoluto.

All’inizio del nuovo millennio pochi sarebbero stati disposti a comprare un fondo azionario emergente, eppure in sette dei successivi 15 anni, questa asset class si è confermata come la più redditizia.

Ancora, chi nel 2008 avesse scelto i titoli di stato governativi, avrebbe evitato il crollo delle Borse internazionali seguito alla crisi dei mutui subprime americani, ma avrebbe perso il rimbalzo dell’azionario nei due anni successivi.

Cosa possiamo imparare da questi esempi?

La prima lezione è che inseguire il rendimento non è una buona strategia, la seconda è che non si possono tenere tutte le uova nello stesso paniere.

Questi principi sono ormai entrati a far parte del bagaglio di cultura finanziaria della maggior parte degli investitori contemporanei.

 

Le nuove parole chiave degli investimenti

Per i Millennial che solo oggi si affacciano sul mondo degli investimenti, il quadro appare ancora più complesso, perché sono cresciuti in un periodo di recessione e forti shock finanziari.

Il crack di Lehman Brothers nel 2008 e la crisi del debito sovrano in europa nel 2011 hanno fatto emergere i limiti di una diversificazione degli asset tradizionali in portafoglio in base alla loro tipologia.

In presenza di tali crolli, infatti, i rendimenti di azioni e obbligazioni tendono a seguire un trend comune.

Come dimostrano le tabelle seguenti dei coefficienti di correlazioni tra le principali categorie Morningstar azionarie e obbligazionarie, nel 2011 gran parte delle asset class hanno avuto alti livelli di correlazione (tasselli in blu) a differenza di quanto accade nel 2014.

articolo invesco

Ma se ieri la diversificazione era fatta sostanzialmente tra due sole asset class (le azioni e le obbligazioni), oggi in un mondo di shock e boom è necessario allargare il proprio orizzonte.

Per costruire un portafoglio efficiente in questo scenario sono due i concetti fondamentali: decorrelazione
(ossia scelta di titoli il meno possibile legati tra loro) e ampliamento dell’universo di riferimento.

In più deve essere considerata anche la variabile temporale, dato che le dinamiche del mercato cambiano e un’allocazione ottimale in un dato momento potrebbe non esserlo più successivamente.

 

Portafogli di nuova generazione

Il vocabolario finanziario di un Millennial si è così arricchito di nuovi termini che suo nonno potrebbe non capire, come spread, high yield, etf, ecc. Ma una di queste in particolare rappresenta più di tutte il cambio strategico dell’investitore: rischio.

Prima di Lehman Brothers, i cosiddetti black swan (cigni neri), ossia quegli eventi imprevedibili che provocano forti shock di mercato, erano rari. dopo il crack della banca d’affari è invece apparso chiaro che i black swan sono molto più frequenti di quanto si pensasse in passato. cambia così l’approccio verso il rischio: se in passato

era da evitare, oggi è diventato un fattore da gestire attivamente. Ma, prima di parlare delle strategie più indicate per farlo, occorre fare un’importante distinzione tra volatilità e rischio.

Warren Buffett, uno degli investitori più famosi sulle piazze internazionali, ad esempio ritiene che il rischio debba essere misurato solo attraverso la probabilità che un investimento, durante l’orizzonte temporale previsto, possa causare al suo proprietario una diminuzione di potere d’acquisto. In base a questa visione, i valori di un asset sono liberi di fluttuare e non essere pericolosi fino a che sono in grado di mantenere o aumentare il potere d’acquisto dell’investitore.

L’attenzione si sposta così dalle asset class ai fattori di rischio che, tradotto in processi di investimento, significa migliorare i profili di rischio e rendimento del portafoglio con l’obiettivo di svincolare l’andamento del fondo da quello del mercato: un risultato oggi perseguibile, per esempio, attraverso strategie passive indicizzate a benchmark non a capitalizzazione, oppure con l’affiancamento ad orizzonti d’investimento di lungo periodo di approcci più flessibili sul breve, anche con l’uso di derivati.

L’immagine che meglio descrive la nuova, doppia anima del portafoglio moderno è quella dello yin e dello yang: così come il simbolo rappresenta l’interdipendenza di una relazione tra due elementi capaci di formare un tutto, allo stesso modo descrive bene i nuovi rapporti tra investimenti convenzionali ed alternativi e del rischio/ rendimento all’interno del portafoglio.

Senza investimenti alternativi, infatti, la nozione di investimento “convenzionale” non esisterebbe, e viceversa. Ugualmente, senza rischio non si può ottenere rendimento e la ricerca di performance si accompagna sempre all’assunzione di un rischio. Questi elementi sono diventati parti imprescindibili di un buon portafoglio e delle sue performance. spostarsi da una tipologia all’altra, inseguendo solo i rendimenti, è un modo sbagliato di gestire l’investimento.

 

Risposte semplici a esigenze complesse: il ruolo chiave della consulenza

Oggi, per rispondere alle esigenze dei Millennial che si affacciano sul mondo degli investimenti, gli intermediari spingono l’acceleratore sull’online e il mobile-banking.

Una delle sfide più grandi è quella di creare con loro un’esperienza positiva che possa instaurare un rapporto di fiducia di lungo periodo in un contesto che, al contrario, favorisce gli spostamenti. negli ultimi anni, infatti, sono aumentati i punti di contatto tra le banche e i clienti e alle pubblicità tradizionali, grazie a Internet e ai social media, si sono affiancati nuovi linguaggi, messaggi e canali.

 

La nuova generazione e le dimensioni della multicanalità

I Millennial sono autonomi e tendono a fare da sé, sia nella vita privata sia negli affari: sono aperti alla consulenza per gli investimenti, ma la richiesta è di un alto livello
di servizio e contatto e un accesso in tempo reale alle informazioni. tutte esigenze che trovano risposte grazie alla multicanalità.

Ma quali sono le caratteristiche principali di una reale piattaforma multicanale?

millenials

I nuovi canali digitali non cannibalizzano i vecchi, anzi, al contrario, possono liberare risorse per i servizi a maggior valore come la consulenza. nonostante lo sviluppo tecnologico, tuttavia, il rapporto personale tra consulente e cliente continua ad avere un’importanza fondamentale, perché in esso risiede il valore aggiunto che può fare la differenza tra un intermediario e un altro.

 

Il valore aggiunto del consulente

Bravura del gestore e caratteristiche personali dell’investitore finale spiegano solo in parte le scelte finanziarie.

Sono diversi gli studi di finanza comportamentale che dimostrano come la figura del consulente finanziario dica molto di più sul tipo di portafoglio scelto dal risparmiatore che la semplice composizione di quest’ultimo.

Una delle ragioni principali è la vastità e complessità dell’offerta, che oggi è possibile stimare in circa 4.000 – 4.500 fondi diversi.

Se l’ampiezza è un bene perché aumenta le opportunità di scelta, essa può anche disorientare, rendendo complesso e faticoso ogni processo decisionale.

Da qui l’importanza di avere dei filtri o dei principi-guida che permettano di fare una selezione, siano essi virtuali oppure “umani”, ossia frutto dell’interazione tra il consulente e il cliente. Per un risparmiatore, un buon risultato non dipende solo dalla scelta di buoni fondi, ma anche dai consigli e dal supporto ricevuto dal consulente per le scelte di portafoglio.

In finanza, “alfa” indica l’excess return che una scelta specifica di investimento ha prodotto (quali azioni comprare, quali obbligazioni, quali fondi) e “beta” spiega i fattori di rischio.

La variabile “gamma” è tutto il resto che aiuta a quantificare tutto quello che si può fare per supportare qualcuno a raggiungere il proprio obiettivo finanziario. In una sola parola, la consulenza.

 

Dalla vendita alla consulenza

Accanto ai cambiamenti tecnologici e generazionali, dunque, c’è una terza evoluzione, più silenziosa, ma non meno profonda.

A differenza del passato, il compito del consulente passa dalla “selezione del migliore fondo” a “motivare alla miglior condotta nella gestione delle proprie finanze”.

La scelta del prodotto più adatto alle esigenze del cliente è solo uno degli aspetti della consulenza, ma non è l’unico necessario per raggiungere gli obiettivi finanziari. Un investitore con cattive abitudini, come per esempio inseguire i trend di Borsa, otterrà risultati deludenti anche selezionando il top della gamma. Il consulente, dunque, deve adottare un approccio più olistico.

Il concetto di “gamma” è proprio questo: andare oltre l’asset allocation e la selezione dei titoli per modificare il comportamento degli investitori in modo che raggiungano effettivamente i loro obiettivi finanziari, supportandoli attivamente nel rendere efficiente il portafoglio dal punto di vista finanziario, ad adottare un approccio strategico
e non tattico, a gestire il patrimonio tenendo conto della capacità di rischio (non solo della propensione), a stabilire un percorso previdenziale che permetta di mantenere un adeguato livello di benessere anche in tarda età.

 

Previdenza ed eredità

Oggi, uno dei segmenti più sfidanti per i consulenti finanziari è quello previdenziale. Infatti, i tradizionali modelli di risparmio e consumo nella fase di vita post- lavorativa non funzionano più e diversi studi condotti a livello internazionale mostrano che i pensionati continuano a risparmiare anche in età avanzata, soprattutto quelli che devono contare più sulle forme complementari e sul proprio patrimonio rispetto all’assegno pubblico.

Lo schema tradizionale che prevede l’accumulo durante gli anni lavorativi e il successivo de-cumulo non risponde più alla realtà contemporanea. diversi fattori, tra cui l’innalzamento dell’età media, la necessità di cure mediche e l’incertezza sui mercati, fanno sì che i pensionati continuino ad investire, in particolare nei primi anni post-lavorativi.

Inoltre, non tutti i portafogli possono essere usati per generare reddito: se un pensionato ha un patrimonio esiguo, sarà più propenso a tenerlo per le spese di prima necessità, mentre con maggiori disponibilità è possibile pensare a utilizzarne una parte per l’investimento e la generazione di reddito futuro.

Oltre a quello previdenziale, l’altro ambito che sfida i consulenti finanziari è quello successorio, che comprende aspetti di ottimizzazione fiscale (in un contesto normativo in continua evoluzione), di pianificazione successoria e di gestione delle eredità da parte dei beneficiari.

Quest’ultimo elemento è tanto importante quanto i precedenti per far sì che quanto si riceve non sia dissipato, ma che duri nel tempo e serva a raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Nell’immaginario comune, le pratiche successorie riguardano avvocati e notai, mentre si presta poca attenzione alla gestione finanziaria, che è ugualmente importante e richiede il supporto di un professionista degli investimenti capace di interfacciarsi con tutta la famiglia.

Un aspetto particolarmente delicato è la successione imprenditoriale, che nella concezione tradizionale delle aziende familiari è considerato un fattore destabilizzante e, allo stesso tempo, un passaggio automatico “di padre in figlio”. nella complessità del mondo di oggi, tuttavia, questo evento va gestito in modo da non compromettere la sopravvivenza dell’impresa e deve essere misurato in base alle performance della società a seguito della transizione, piuttosto che su aspetti personali del predecessore e del successore.

In conclusione, in un mondo della consulenza finanziaria attraversato da profondi cambiamenti, il concetto di “gamma” può rappresentare il nuovo modo di relazionarsi con il cliente, con l’obiettivo primario di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi finanziari.

E’ il valore aggiunto che la tecnologia da sola non può dare, ma è anche l’essenza di un nuovo rapporto, più olistico, che comprende le tematiche previdenziali e successorie
e tiene conto dei fenomeni demografici, primi fra tutti l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media e le trasformazioni negli stili di vita per cui, a parità di età, non esiste più un portafoglio per “tutte le stagioni”.

Il 40enne o 65enne di oggi non è quello di vent’anni fa e non sarà lo stesso negli anni futuri.

 

 

 

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