Nuovi livelli del barile non sufficienti a innescare la ripresa

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A cura di Stefania Arcudi del Sole 24 Ore

 

Per le aziende del settore petrolifero la recente ripresa dei prezzi del petrolio, tornati attorno ai 46 dollari al barile con picchi fino in area 50 dollari, e in aumento del 20% rispetto a inizio mese, è un segnale positivo, ma non ancora sufficiente a innescare una ripresa tale da bilanciare le perdite registrate negli ultimi mesi. Secondo gli esperti, il barile dovrebbe tornare almeno sopra i 50 dollari e restarvi in modo stabile per cominciare a risolvere i problemi delle società grandi e piccole, comprese quelle più resilienti.

Per fare un esempio, con prezzi tra i 50 e i 55 dollari al barile Bp non genererebbe prima dell’anno liquidità sufficiente a coprire le spese in conto capitale e il pagamento di dividendi, anche in presenza di significativi tagli dei costi. Exxon Mobil si troverebbe in posizione simile con prezzi tra i 40 e gli 80 dollari e Chevron ha stimato che le servirebbe un barile attorno a 52 dollari per fare lo stesso. Detto questo, dopo la brusca frenata dei mesi scorsi, cominciano a tornare gli investimenti nel settore petrolifero.

I colossi americani Chevron ed Exxon Mobil e i rispettivi partner si sono impegnati a portare avanti un progetto di espansione petrolifera da 36,8 miliardi di dollari complessivi in Kazakistan. Si tratta dell’investimento maggiore da quando i prezzi del barile hanno cominciato a calare due anni fa, passando da 114 dollari a metà 2014 a circa 27 dollari a gennaio scorso, per poi risalire alla soglia attuale, in area 50 dollari. Anche altre compagnie petrolifere hanno ricominciato a investire: Bp per esempio dovrebbe spendere circa 8 miliardi di dollari in Indonesia per la costruzione di uno stabilimento per il gas naturale liquefatto e per le infrastrutture associate.

“E’ un momento straordinario per fare questo tipo di investimenti”, ha detto Todd Levy, direttore generale di Chevron per Europa, Asia e Medio Oriente. Tuttavia, proprio a causa dei prezzi bassi del greggio, secondo uno studio della società di consulenza Wood Mackenzie le società del comparto petrolifero e del gas naturale spenderanno 1.000 miliardi in meno da qui al 2020 per la ricerca e l’accumulo di riserve. In particolare, le spese per progetti upstream saranno del 22% più basse rispetto a quanto previsto due anni fa, prima che i prezzi del greggio si attestavano oltre i 100 dollari al barile e i ribassi non erano ancora cominciati.

I cali maggiori delle spese sono attesi nell’industria onshore americana, anche da parte dei produttori di shale oil, ma anche in altre regioni, per esempio la Russia, la situazione non sarà molto diversa. Secondo il rapporto, il rallentamento degli investimenti potrà ridurre la produzione globale di petrolio e gas naturale del 4% nel 2017, cosa che potrebbe contribuire a stemperare le preoccupazioni sull’eccesso di produzione, uno dei motivi alla base del calo dei prezzi.

Tuttavia, potrebbe spianare la strada a un inasprimento delle condizioni del mercato petrolifero negli anni successivi, con un potenziale conseguente brusco rialzo dei prezzi. Le aspettative sono per una stabilizzazione dei prezzi attorno a 50 dollari al barile per quest’anno e i prossimi, cosa che rende una serie di progetti non praticabile da un punto di vista economico. Per questo, stando ai calcoli di Goldman Sachs, con un livello di prezzi attorno ai 55 dollari al barile, potranno saltare progetti per un valore complessivo di 550 miliardi di dollari.

Apple, cinque anni dopo Jobs il titolo è raddoppiato

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A cura di Marco Valsania del Sole 24 Ore

 

Le polemiche e le perplessita’ sono state molte: con la scomparsa di Steve Jobs e sotto la guida del successore designato Tim Cook la Apple avrebbe perso la sua capacita’ innovare sotto il profilo tecnologico e di stupire i consumatori con sempre nuovi gadget in grado di rivoluzionare interi mercati. Cinque anni dopo, l’anniversario cade questa settimana, il verdetto che arriva dalla Borsa e’ decisamente piu’ positivo: il titolo ha piu’ che raddoppiato il suo valore, scambiato oggi a 108 dollari rispetto ai 53 di fine agosto 2011 (+105%).

Per offrire un paragone: l’indice Standard & Poor’s 500 nello stesso periodo e’ lievitato meno, dell’88% per cento. E Apple e’ ormai stabilmente insediata come regina della market cap a Wall Street.

Riflesso, tutto cio’, di un’espansione altrettanto marcata del business della societa’: profitti e fatturato sono a loro volta piu’ che raddoppiati. E il suo prodotto di punta, l’iPhone, ha saputo reinventarsi a sufficienza da sfiorare il miliardo di smartphone venduti continuando a garantire finora gran parte delle entrate e degli utili.

Ma la vera sfida potrebbe arrivare soltanto adesso: nell’ultimo anno le azioni hanno ristagnato, subendo un calo del 3% rispetto all’aumento dell’11% messo a segno invece dall’S&P 500. Ancor piu’, soffre il business del colosso di Cupertino: Apple e’ reduce da due trimestri di flessioni nel fatturato – rispettivamente del 13% e del 14,6% – che hanno interrotto tredici anni consecutivi di crescita.

Numerosi analisti dimostrano ancora fiducia nell’azienda, con target sul titolo di 151 dollari nel caso di Piper Jaffray e di 185 dollari per Drexel Hamilton, ma la sfida dell’innovazione potrebbe farsi sempre piu’ urgente. Sotto Cook l’azienda ha tenuto a battesimo un solo nuovo prodotto, l’Apple Watch, che ha riscontrato modesto successo. Meglio ha fatto soprattutto nei servizi, dove iCloud, iTunes e Apple Pay sono cresciuti del 19% anche negli ultimi, difficili tre mesi. Il futuro di nuove aree nelle quali l’azienda si sta impegnando rimane pero’ tutto da verificare: dall’auto che si guida da sola alla realta’ aumentata.

 

Tpp, rischio Flop per la politica estera di Obama in Asia

A cura di Stefania Arcudi del Sole 24 Ore

 

Doveva essere la punta di diamante dell’eredità economica del presidente Barack Obama, ma il Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’accordo commerciale di libero scambio siglato lo scorso ottobre tra gli Stati Uniti e undici nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che è ancora in attesa della ratifica del Congresso americano, rischia di diventare un fallimento per la politica estera del quasi ex inquilino della Casa Bianca in Asia.

Obama, che ha fortemente premuto per l’approvazione del Tpp, ne ha sempre sottolineato l’importanza strategica per controbilanciare l’ascesa della Cina, visto che le dodici nazioni hanno complessivamente un Pil di 27.640 miliardi di dollari, circa il 40% del totale mondiale. Pechino, che non fa parte del Tpp, ha avviato trattative su un accordo separato in Asia, senza gli Stati Uniti, tramite il quale dovrebbero arrivare nuovi prestiti regionali.

Anche se l’amministrazione Obama continua a dirsi ottimista sulla ratifica del Tpp, a Washington l’opposizione all’accordo è in rapida crescita tra gli esponenti di entrambi gli schieramenti politici, cosa che ne complica non poco l’approvazione. Il problema è che l’opposizione non solo controlla il Congresso, e quindi i voti necessari per la ratifica, ma anche il favore democratico traballa. “Siamo a un voto di distanza dal cementare la nostra posizione nella regione o dal consegnare le chiavi del castello alla Cina”, ha detto Mike Froman, negoziatore americano per le questioni commerciali.

Secondo gli esperti, un fallimento dell’intesa a questo punto delle trattative minerebbe la credibilità degli Stati Uniti sulle questoni commerciali in una regione in cui l’America ha avuto autorevole voce in capitolo dalla Seconda guerra mondiale in poi. “Solo per il semplice fatto che gli Stati Uniti vi hanno investito cos” tanto, l’accordo ha assunto un valore più ampio che va oltre il merito economico. Lasciare i partner asiatici nell’incertezza sarebbe disastroso per la leadership americana nella regione”, ha detto Euan Graham, ex funzionario del governo britannico e ora esperto di sicurezza regionale per il Lowy Institute for International Policy.

Questo tipo di argomentazione non sembra sufficiente a creare consenso al Congresso americano a favore dell’accordo: molti democratici che si oppongono all’intesa trovano ora la sponda dei parlamentari repubblicani che inizialmente avevano sostenuto il Tpp e i potenziali benefici per l’economia americana, uno su tutti il senatore Pat Toomey, ex presidente del Club for Growth, roccaforte delle politiche economiche a favore del libero mercato, che ha parlato delle possibili ricadute negative del Tpp sulla classe media.

Anche i due candidati alla presidenza, la democratica Hillary Clinton e il suo rivale repubblicano Donald Trump, hanno più volte espresso dubbi più o meno forti sull’accordo, presentato nel 2011 e finalizzato l’anno scorso. Taglierebbe i dazi doganali su circa 18.000 prodotti per le nazioni interessate. Obama continua dal canto suo a sostenere l’accordo e continuerà a farlo. In quest’ottica si inserisce il suo prossimo viaggio in Asia dal 2 al 9 settembre, che avrà come sfondo il G20 e nel quale parteciperà ad alcune conferenze regionali tra cui quella dell’Association of Southeast Asian Nations (Asean). Si tratterà dell’undicesimo, e probabilmente, ultimo viaggio di Obama da quando è entrato alla Casa Bianca nel 2009.

Il Dollaro in discesa. Sembra solo un inizio

A cura di Fondi & Sicav

 

La valuta Usa sta perdendo terreno nei confronti delle principali divise mondiali e persino rispetto a quelle dei mercati emergenti. Si tratta probabilmente di un processo che ha diverse cause profonde e che potrebbe durare ancora a lungo.

Il 2016, e in particolare le recenti settimane estive, hanno portato a un deciso calo del dollaro, sia pure con qualche eccezione, di cui le più importanti sono ovviamente la sterlina e lo yuan.  In entrambi i casi la spiegazione è abbastanza razionale: la Bank of England ha infatti varato, insieme a un nuovo taglio dei tassi, anche un ulteriore programma di quantitative easing per contrastare i possibili effetti negativi della Brexit. Il risultato è stato spingere il pound sotto quota 1,29, qualche pip sotto i minimi post-Brexit, determinando le quotazioni peggiori per la divisa britannica da metà anni ottanta a oggi. Nel caso cinese, le autorità monetarie stanno sostanzialmente inducendo una manovra di svalutazione per sostenere l’economia, abbassando i tassi e aumentando la liquidità.

Un po’ meno si spiegano, però, i nuovi massimi dello yen, tornato ad agosto alla soglia di 100 (brevemente superata lo scorso giugno), nonostante l’annuncio di un nuovo piano di stimolo da 28 trilioni da parte del governo Abe. Il caso della divisa del Sol Levante, in verità storicamente decisamente volatile, è il più clamoroso: solamente alla fine dell’anno passato era sopra 120 rispetto al biglietto verde. E poco si comprende anche la ripresa dell’euro, tornato attualmente sopra 1,13, dopo che appena un mese fa veleggiava ancora sotto la soglia di 1,10 e a inizio 2016 la moneta unica presentava quotazioni contro dollaro inferiori a 1,09. Anche in questo caso l’ascesa della moneta statunitense si è fermata in pieno quantitative easing europeo e con quattro banche centrali continentali (oltre alla Bce, Danimarca, Svezia e Svizzera) che hanno portato il proprio tasso di riferimento in territorio negativo.

Come si può capire da questi dati non si tratta certo di movimenti clamorosi, in particolar modo alla luce delle fortissime e rapide oscillazioni cui ci ha abituato il forex negli ultimi anni; resta però da comprendere perché il trend generale di ripresa secolare del dollaro Usa sembra essersi fermato. La risposta probabilmente va ricercata, sia nell’economia reale, sia negli equilibri finanziari.

Partiamo dal primo aspetto: la crescita nominale del Pil statunitense, negli otto anni da fine 2007 a fine 2015, è stata del 2,7% annuo, il livello più basso di sempre. L’inflazione è ovviamente crollata, anche se attualmente veleggia intorno allo 0,8-0,9% che è un dato comunque un po’ più vivace rispetto alla deflazione europea e giapponese. Gli States hanno però de facto azzerato lo scarto di crescita reale con il Vecchio continente, almeno rispetto alle parti più competitive di quest’ultimo. Ciò si manifesta bene nelle titubanze della Fed, ormai incapace di uscire dalla politica dei tassi (quasi) a zero in cui si è infilata. Senza contare l’effetto non proprio irrilevante che l’ex super dollaro ha avuto sui conti delle aziende statunitensi.

Dall’altra parte bisogna osservare i rendimenti sul complesso del reddito fisso statunitense. Se è vero che la curva dei Treasury rimane relativamente ripida sulle scadenze più elevate,  è altrettanto indubbio che nel breve periodo, a causa per l’appunto del differenziale di inflazione, non è che i rendimenti reali del debito pubblico statunitense siano proprio da stracciarsi le vesti. Aggiungiamo poi che varie ricerche mostrano che i tassi di cambio tendono a essere maggiormente influenzati dai tassi di interesse a breve.

Siamo entrati dunque in un’era di perenne crescita modesta e rendimenti azzerati per lo Zio Sam, un cocktail non favorevole a un’ascesa perenne del dollaro. Resta il fatto che qualche discrepanza c’è: da una parte probabilmente le quotazioni attuali dello yen sono incompatibili con le realtà odierna del Giappone, come ricorda Michele de Michelis, cio di Frame Asset Management: «Siccome il livello dollaro/yen è vicino a 100, direi proprio che andare lunghi di dollaro contro yen potrebbe rivelarsi un ottimo trade».

Dall’altra parte in alcune aree dei mercati il trend di declino della valuta di riserva del mondo potrebbe continuare, soprattutto rispetto ai mercati emergenti. Il Team emerging market debt di Pictet Asset Management afferma: «Da metà gennaio in avanti le valute emergenti (in particolare, dollaro di Singapore e real brasiliano) sono state protagoniste di un forte rally rispetto alla moneta Usa fino a fine aprile, per poi stabilizzarsi nel mese di maggio. È probabile che il rialzo abbia colto di sorpresa molti investitori, ma in realtà il mercato era pronto per un rimbalzo. L’atteggiamento più accomodante della Banca centrale statunitense, la flessione del biglietto verde, il rialzo delle commodity e l’ampio divario tra i rendimenti dei titoli emergenti e quelli dei loro omologhi avanzati hanno favorito una ripresa degli investimenti nelle aree in via di sviluppo. Secondo l’Istituto della finanza internazionale (Iif) negli emerging market si sono registrati afflussi di fondi per otto settimane consecutive, il periodo più lungo da giugno 2014. Tuttavia, nei paesi in via di sviluppo la ripresa può anche proseguire oltre. Ci aspettiamo una nuova fase di apprezzamento dovuta a un’accelerazione della crescita trainata dai consumi, che dovrebbe coinvolgere l’intero mondo degli emergenti».

Il grande riequilibrio probabilmente è destinato a continuare.

Aziende Usa più generose con gli azionisti. E’ sostenibile?

A cura di Stefania Arcudi – Il Sole 24 Ore

Le grandi aziende americane sono più generose, anzi generose come non lo erano dalla crisi finanziaria, con i propri azionisti e versano loro sotto forma di dividendi fette più ampie dei profitti. Stando ai dati di FactSet, le cedole staccate negli ultimi dodici mesi sono state pari a quasi il 38% dei profitti netti, la percentuale più alta da febbraio 2009. Nel secondo trimestre, 44 delle società quotate sullo S&P 500, il listino di riferimento di Wall Street, hanno versato dividendi annuali superiori all’utile netto degli ultimi dodici mesi, il massimo in un decennio e un valore che gli analisti considerano insostenibile.

Per sostenere i prezzi delle azioni le società ricorrono abitualmente a dividendi e riacquisti di titoli propri, ma gli azionisti chiedono ora più spesso i primi, anche a causa del contesto di bassi tassi di interesse. Il rapporto dividendo-prezzo delle società dello S&P 500, ovvero le cedole annuali come quota del prezzo corrente dei titoli, è rimasto saldamente al di sopra del rendimento dei titoli di stato decennali per la maggior parte del 2016, cosa successa solo in poche occasioni nei decenni precedenti. Questo ha convinto gli investitori a puntare con più decisione sulle azioni, cosa che ha spinto a valori record Dow Jones e S&P 500.

Per fare degli esempi, nei tre mesi a luglio Wal-Mart ha pagato dividendi per 1,56 miliardi, in calo dell’1,1%, e ha riacquistato titoli propri per 2,1 miliardi, Ford nel secondo trimestre ha staccato cedole per 600 milioni di dollari e General Electric prevede di restituire circa 26 miliardi di dollari agli investitori tramite buyback e dividendi. Apple, che pianifica la vendita di obbligazioni in cinque tranche, due con scadenza al 2019 (con tassi variabili e non) e le altre a tasso fisso al 2021, al 2026 e al 2046, prevede di usare il ricavato dell’offerta per finanziare il programma con cui premia i soci attraverso la distribuzione di dividendi e il riacquisto di titoli propri (il piano prevede la distribuzione di 250 miliardi di dollari entro la fine del marzo 2018).

“E’ un mondo totalmente nuovo. Quando ho iniziato negli anni Ottanta si compravano bond per i coupon e le azioni per i guadagni in conto capitale, ora è l’inverso”, ha detto David Rosenberg, capo economita di Glusking Sheff & Associates. Anche le banche americane sono generose con i propri azionisti. Dopo avere superato il secondo e ultimo round di stress test della Federal Reserve, i grandi istituti hanno deciso di premiare gli azionisti distribuendo loro 96 miliardi di dollari complessivi. Secondo i calcoli sono degli analisti di RBC Capital Markets, il rialzo rispetto a quanto elargito ai soci lo scorso anno è di circa il 16%.

Bank of America e Citigroup hanno alzato i dividendi per la seconda volta dalla crisi finanziaria del 2008. Nel primo caso, la cedola trimestrale passa a 7,5 da 5 centesimi con un nuovo piano di riacquisto di azioni proprie per 5 miliardi. Nel secondo, il dividendo trimestrale è stato triplicato a 16 da 5 centesimi di dollaro e il nuovo programma di buyback vale 8,6 miliardi di dollari. JP Morgan ha lasciato invariata la cedola a 48 centesimi ma comprerà titoli propri per 10,6 miliardi. Anche Morgan Stanley ha premiato gli azionisti pur avendo ricevuto un ok condizionale dalla banca centrale americana.

Trader incerti aspettando Yellen, nessuno crede in una stretta a Settembre

A cura di Stefania Spatti – Il Sole 24 Ore

La seduta di ieri a Wall Street è finita in modo contrastato ma con gli indici rimasti intorno alla parità. Il petrolio ha pesato, annullando la spinta al rialzo che a un certo punto era arrivata dal rally dei titoli biotech.

Gli investitori restano in attesa del discorso che Janet Yellen, governatore della Federal Reserve, pronuncerà venerdì prossimo da Jackson Hole, la località del Wyoming dove ogni anno in questo mese si riunisce il gotha della finanza.

L’M&A nel settore farmaceutico non ha fornito sostegno: Medivation ha guadagnato il 19,74% a 80,42 dollari nel giorno in cui è stato annunciato un accordo con Pfizer (-0,4%), che comprerà l’azienda per 14 miliardi di dollari.

Il Dow Jones ha ceduto 22,33 punti, lo 0,12%, a quota 18.530,24. L’S&P 500 ha perso 1,21 punti, lo 0,06%, a quota 2.182,66 arrivando alla 31esima seduta consecutiva in cui non ha registrato un movimento al ribasso o al rialzo di almeno l’1%; si tratta della serie temporale più lunga da due anni; l’ultimo record, l’11esimo dell’anno, è stato raggiunto il 15 agosto. Il Nasdaq – reduce da otto settimane di fila in rialzo per la prima volta dal 2010 – ha guadagnato 6,22 punti, lo 0,12%, a quota 5.244,6. Il contratto a ottobre del petrolio ha perso al Nymex il 3,5%, 1,7 dollari, a quota 47,41 dollari al barile. Quello a settembre – il meno scambiato e giunto a scadenza – ha ceduto il 3% a 47,05 dollari al barile mettendo fine a una serie di sedute in rialzo che andava avanti da sette giorni.

Nel reddito fisso, i Treasury hanno guadagnato terreno con i trader che hanno approfittato del calo dei prezzi osservato alla fine della settimana scorsa. Il titolo Usa a 10 anni ha guadagnato 12/32 con rendimenti – che si muovono inversamente ai prezzi – all’1,541% dall’1,580% di venerdì scorso. Il titolo a due anni – il più sensibile a un cambiamento delle attese del mercato sulle mosse della Fed – è rimasto poco mosso allo 0,742%. Il titolo a cinque anni ha aggiunto 5/32 all’1,133%. Il trentennale ha finito in rialzo di 1 3/32 al 2,236%.

Sul fronte valutario, il dollaro ha guadagnato terreno con gli investitori più convinti che un aumento dei tassi sia possibile nel 2016. Il WSJ Dollar Index – che misura il dollaro in relazione a un basket di 16 valute – ha guadagnato lo 0,1%. A condizionarne l’andamento sono state le parole da ‘falco’ di domenica scorsa di Stanley Fischer, vicepresidente della Fed secondo cui l’economia Usa è destinata a migliorare nel secondo semestre aumentando dunque le probabilità di una stretta. Stando ai future sui Fed Funds, c’era ieri il 50% di probabilità di un aumento del costo del denaro a dicembre. Una stretta il mese prossimo vede solo il 18% di chance.

Separatamente la sterlina ha invertito rotta salendo dello 0,5% a 1,3139 dollari sulla scia delle indiscrezioni riportare da Property Week, secondo cui il Regno Unito sta preparando un programma di stimolo per il settore immobiliare residenziale.

Tassi negativi utili, ma possibili ricadute negative

A cura di Stefania Arcudi

 

I tassi di interesse negativi sono diventati lo strumento preferito delle banche centrali e dei governi per stimolare le economie in cui la crescita sembra del tutto immune alle misure fiscali e monetarie tradizionali. I possibili effetti della loro applicazione sono innumerevoli, come mostra per altro la ricerca di S&P Global che pubblichiamo in calce a questo articolo.

“I tassi di interesse negativi sono stati a lungo considerati da molti economisti una strategia radicale o addirittura una impossibilità matematica. Tuttavia alcune fra le più importanti economie a livello globale stanno guardando con crescente interesse ai tassi negativi per far ripartire le economie in stallo, avendo a disposizione altri strumenti a impatto limitato o considerati politicamente impraticabili, ha spiegato John Kingston, director di Global Market Insights, S&P Global e responsabile progetto per il report.

Il ricorso a tassi negativi da parte delle banche centrali ha raggiunto proporzioni senza precedenti e riflette sia i limiti delle precedenti politiche monetarie non convenzionali, sia una generale incapacità di utilizzare gli stimoli fiscali per dare inizio alla crescita economica. “Tuttavia il percorso verso un contesto di tassi negativi, in ogni circostanza presa in considerazione, è chiaramente un segnale disperato, con una serie di potenziali danni economici derivanti da queste politiche”, ha detto ancora Kingston, secondo cui “questo approccio politico estremo avrà delle conseguenze, volute e non, per i mercati, gli equilibri macroeconomici, gli investitori, i consumatori e i decisori politici”.

Detto questo, secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali dovrebbero “continuare a usare tutti gli strumenti disponibili per fare salire l’inflazione, anche ricorrendo a tassi di interesse negativi, laddove appropriato”, sempre monitorando attentamente il potenziale impatto su banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione e sul funzionamento del mercato. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, “la politica della Federal Reserve dovrebbe rimanere dipendente dai dati macroeconomici”, in un contesto in cui c’è margine per “proseguire sulla via di un aumento dei tassi di interesse molto graduale”, che tenga presente dei trend disinflazionistici globali. Invece la politica della Banca centrale europea “in parte bilancia l’impatto immediato dell’incertezza e dell’indebolimento della fiducia collegata alle ricadute della Brexit”.

In generale, secondo il Fmi sono necessarie politiche “per contenere i rischi e rinvigorire la crescita nel breve e nel lungo termine”. Questo va fatto riducendo le incertezze sulla Brexit e le sue ripercussioni, applicando politiche effettive di supporto macroeconomico, gestendo gli alti livelli di debito delle economie avanzate, rendendo le strategie di crescita più inclusive e rafforzando le azioni multilaterali.

Il Fondo ricorda comunque che un ulteriore taglio dei tassi (già negativi) sui depositi degli istituti di credito presso le casse della Banca centrale europea ha dei limiti. “Ad oggi i tassi di interesse negativi hanno avuto un effetto generale positivo, aiutando ad abbassare i costi di finanziamento delle banche, ad alzare il valore degli asset e a sostenere il credito bancario” e in alcuni Paesi “il taglio dei tassi è passato alle aziende e alle famiglie, contribuendo a un’espansione modesta del credito e spingendo la ripresa economica”. Tuttavia, “un ulteriore taglio dei tassi potrebbe pesare sulla redditività delle banche se i tassi di deposito restano inchiodati a bassi livelli mentre i tassi di prestiti scendono”.

L’attenzione dei trader è già su Jackson Hole, attesa per Yellen

A cura di Stefania Spatti

 

La seduta di venerdì scorso a Wall Street è finita in calo ma il Nasdaq ha comunque archiviato l’ottava settimana di fila in rialzo per la prima volta dal 2010. Gli investitori si aspettano un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve nei mesi a venire. Per questo la loro attenzione è rivolta al simposio di Jackson Hole, Wyoming, che inizierà giovedì e durante il quale venerdì prossimo parlerà il governatore Janet Yellen. E’ molto probabile che la prima donna alla guida della banca centrale Usa faccia capire si essere pronta a tirare i remi in barca.

I trader sperano in un segnale chiaro su quando ci sarà la prossima stretta visto che la settimana scorsa una serie di governatori ha fatto capire che un aumento del costo del denaro non è poi così lontano. John Williams, presidente della Fed di San Francisco, ha detto che un rialzo dei tassi dovrebbe esserci “più prima che poi”; William Dudley, presidente della Fed di New York, ha spiegato che una stretta a settembre non è da escludere. Alla luce delle loro parole, gli investitori hanno cambiato il loro approccio rispetto a mercoledì scorso, quando avevano interpretato come ‘dovish’ i verbali della Fed della riunione di luglio: sa essi erano sì emerse divisioni ma anche la volontà ad aspettare ulteriori dati prima di procedere con una stretta. Venerdì una seconda lettura del Pil del secondo trimestre dovrebbe essere rivisto a un +1,1% da un +1,2%.

Il Dow Jones ha perso 45,13 punti, lo 0,24%, a quota 18.552,57 e nella settimana ha ceduto lo 0,1%. L’S&P 500 è calato di 3,15 punti, lo 0,14%, a quota 2.183,87 finendo l’ottava laddove era iniziata. Il Nasdaq è scivolato di 1,77 punti, lo 0,03%, a quota 5.238,38 e nell’ottava è salito dello 0,1%.

Arrivato alla settima seduta in rialzo, prima volta dal marzo 2015, il petrolio a NY ha messo a segno un +0,6% a 48,52 dollari al barile; rispetto al venerdì precedente ha registrato un +9,1%, la performance migliore da inizio marzo.

A livello societario, Deere è salito del 13% dopo utili trimestrali oltre le stime e un aumento dell’outlook annuale. Nel reddito fisso, i Treasury hanno perso quota; ha pesato il timore di un aumento dei tassi da parte della Fed. Il titolo Usa a 10 anni ha perso 13/32 con rendimenti – che si muovono inversamente ai prezzi – all’1,580% dall’1,536% del giorno precedente. Il titolo a due anni ha ceduto 2/32 allo 0,746% dallo 0,71%. Il titolo a cinque anni ha lasciato sul terreno 8/32 all’1,164%. Il trentennale ha finito in ribasso di 19/32 al 2,286%.

Sul fronte valutario, il dollaro è rimbalzato a fronte di un possibile aumento del costo del denaro. Il WSJ Dollar Index – che misura il dollaro in relazione a un basket di 16 valute – ha aggiunto lo 0,4% a 85,56 grazie a un rafforzamento contro yen, euro e divise dei mercati emergenti.

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