Tassi negativi utili, ma possibili ricadute negative

A cura di Stefania Arcudi

 

I tassi di interesse negativi sono diventati lo strumento preferito delle banche centrali e dei governi per stimolare le economie in cui la crescita sembra del tutto immune alle misure fiscali e monetarie tradizionali. I possibili effetti della loro applicazione sono innumerevoli, come mostra per altro la ricerca di S&P Global che pubblichiamo in calce a questo articolo.

“I tassi di interesse negativi sono stati a lungo considerati da molti economisti una strategia radicale o addirittura una impossibilità matematica. Tuttavia alcune fra le più importanti economie a livello globale stanno guardando con crescente interesse ai tassi negativi per far ripartire le economie in stallo, avendo a disposizione altri strumenti a impatto limitato o considerati politicamente impraticabili, ha spiegato John Kingston, director di Global Market Insights, S&P Global e responsabile progetto per il report.

Il ricorso a tassi negativi da parte delle banche centrali ha raggiunto proporzioni senza precedenti e riflette sia i limiti delle precedenti politiche monetarie non convenzionali, sia una generale incapacità di utilizzare gli stimoli fiscali per dare inizio alla crescita economica. “Tuttavia il percorso verso un contesto di tassi negativi, in ogni circostanza presa in considerazione, è chiaramente un segnale disperato, con una serie di potenziali danni economici derivanti da queste politiche”, ha detto ancora Kingston, secondo cui “questo approccio politico estremo avrà delle conseguenze, volute e non, per i mercati, gli equilibri macroeconomici, gli investitori, i consumatori e i decisori politici”.

Detto questo, secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali dovrebbero “continuare a usare tutti gli strumenti disponibili per fare salire l’inflazione, anche ricorrendo a tassi di interesse negativi, laddove appropriato”, sempre monitorando attentamente il potenziale impatto su banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione e sul funzionamento del mercato. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, “la politica della Federal Reserve dovrebbe rimanere dipendente dai dati macroeconomici”, in un contesto in cui c’è margine per “proseguire sulla via di un aumento dei tassi di interesse molto graduale”, che tenga presente dei trend disinflazionistici globali. Invece la politica della Banca centrale europea “in parte bilancia l’impatto immediato dell’incertezza e dell’indebolimento della fiducia collegata alle ricadute della Brexit”.

In generale, secondo il Fmi sono necessarie politiche “per contenere i rischi e rinvigorire la crescita nel breve e nel lungo termine”. Questo va fatto riducendo le incertezze sulla Brexit e le sue ripercussioni, applicando politiche effettive di supporto macroeconomico, gestendo gli alti livelli di debito delle economie avanzate, rendendo le strategie di crescita più inclusive e rafforzando le azioni multilaterali.

Il Fondo ricorda comunque che un ulteriore taglio dei tassi (già negativi) sui depositi degli istituti di credito presso le casse della Banca centrale europea ha dei limiti. “Ad oggi i tassi di interesse negativi hanno avuto un effetto generale positivo, aiutando ad abbassare i costi di finanziamento delle banche, ad alzare il valore degli asset e a sostenere il credito bancario” e in alcuni Paesi “il taglio dei tassi è passato alle aziende e alle famiglie, contribuendo a un’espansione modesta del credito e spingendo la ripresa economica”. Tuttavia, “un ulteriore taglio dei tassi potrebbe pesare sulla redditività delle banche se i tassi di deposito restano inchiodati a bassi livelli mentre i tassi di prestiti scendono”.

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