Il Dollaro in discesa. Sembra solo un inizio

A cura di Fondi & Sicav

 

La valuta Usa sta perdendo terreno nei confronti delle principali divise mondiali e persino rispetto a quelle dei mercati emergenti. Si tratta probabilmente di un processo che ha diverse cause profonde e che potrebbe durare ancora a lungo.

Il 2016, e in particolare le recenti settimane estive, hanno portato a un deciso calo del dollaro, sia pure con qualche eccezione, di cui le più importanti sono ovviamente la sterlina e lo yuan.  In entrambi i casi la spiegazione è abbastanza razionale: la Bank of England ha infatti varato, insieme a un nuovo taglio dei tassi, anche un ulteriore programma di quantitative easing per contrastare i possibili effetti negativi della Brexit. Il risultato è stato spingere il pound sotto quota 1,29, qualche pip sotto i minimi post-Brexit, determinando le quotazioni peggiori per la divisa britannica da metà anni ottanta a oggi. Nel caso cinese, le autorità monetarie stanno sostanzialmente inducendo una manovra di svalutazione per sostenere l’economia, abbassando i tassi e aumentando la liquidità.

Un po’ meno si spiegano, però, i nuovi massimi dello yen, tornato ad agosto alla soglia di 100 (brevemente superata lo scorso giugno), nonostante l’annuncio di un nuovo piano di stimolo da 28 trilioni da parte del governo Abe. Il caso della divisa del Sol Levante, in verità storicamente decisamente volatile, è il più clamoroso: solamente alla fine dell’anno passato era sopra 120 rispetto al biglietto verde. E poco si comprende anche la ripresa dell’euro, tornato attualmente sopra 1,13, dopo che appena un mese fa veleggiava ancora sotto la soglia di 1,10 e a inizio 2016 la moneta unica presentava quotazioni contro dollaro inferiori a 1,09. Anche in questo caso l’ascesa della moneta statunitense si è fermata in pieno quantitative easing europeo e con quattro banche centrali continentali (oltre alla Bce, Danimarca, Svezia e Svizzera) che hanno portato il proprio tasso di riferimento in territorio negativo.

Come si può capire da questi dati non si tratta certo di movimenti clamorosi, in particolar modo alla luce delle fortissime e rapide oscillazioni cui ci ha abituato il forex negli ultimi anni; resta però da comprendere perché il trend generale di ripresa secolare del dollaro Usa sembra essersi fermato. La risposta probabilmente va ricercata, sia nell’economia reale, sia negli equilibri finanziari.

Partiamo dal primo aspetto: la crescita nominale del Pil statunitense, negli otto anni da fine 2007 a fine 2015, è stata del 2,7% annuo, il livello più basso di sempre. L’inflazione è ovviamente crollata, anche se attualmente veleggia intorno allo 0,8-0,9% che è un dato comunque un po’ più vivace rispetto alla deflazione europea e giapponese. Gli States hanno però de facto azzerato lo scarto di crescita reale con il Vecchio continente, almeno rispetto alle parti più competitive di quest’ultimo. Ciò si manifesta bene nelle titubanze della Fed, ormai incapace di uscire dalla politica dei tassi (quasi) a zero in cui si è infilata. Senza contare l’effetto non proprio irrilevante che l’ex super dollaro ha avuto sui conti delle aziende statunitensi.

Dall’altra parte bisogna osservare i rendimenti sul complesso del reddito fisso statunitense. Se è vero che la curva dei Treasury rimane relativamente ripida sulle scadenze più elevate,  è altrettanto indubbio che nel breve periodo, a causa per l’appunto del differenziale di inflazione, non è che i rendimenti reali del debito pubblico statunitense siano proprio da stracciarsi le vesti. Aggiungiamo poi che varie ricerche mostrano che i tassi di cambio tendono a essere maggiormente influenzati dai tassi di interesse a breve.

Siamo entrati dunque in un’era di perenne crescita modesta e rendimenti azzerati per lo Zio Sam, un cocktail non favorevole a un’ascesa perenne del dollaro. Resta il fatto che qualche discrepanza c’è: da una parte probabilmente le quotazioni attuali dello yen sono incompatibili con le realtà odierna del Giappone, come ricorda Michele de Michelis, cio di Frame Asset Management: «Siccome il livello dollaro/yen è vicino a 100, direi proprio che andare lunghi di dollaro contro yen potrebbe rivelarsi un ottimo trade».

Dall’altra parte in alcune aree dei mercati il trend di declino della valuta di riserva del mondo potrebbe continuare, soprattutto rispetto ai mercati emergenti. Il Team emerging market debt di Pictet Asset Management afferma: «Da metà gennaio in avanti le valute emergenti (in particolare, dollaro di Singapore e real brasiliano) sono state protagoniste di un forte rally rispetto alla moneta Usa fino a fine aprile, per poi stabilizzarsi nel mese di maggio. È probabile che il rialzo abbia colto di sorpresa molti investitori, ma in realtà il mercato era pronto per un rimbalzo. L’atteggiamento più accomodante della Banca centrale statunitense, la flessione del biglietto verde, il rialzo delle commodity e l’ampio divario tra i rendimenti dei titoli emergenti e quelli dei loro omologhi avanzati hanno favorito una ripresa degli investimenti nelle aree in via di sviluppo. Secondo l’Istituto della finanza internazionale (Iif) negli emerging market si sono registrati afflussi di fondi per otto settimane consecutive, il periodo più lungo da giugno 2014. Tuttavia, nei paesi in via di sviluppo la ripresa può anche proseguire oltre. Ci aspettiamo una nuova fase di apprezzamento dovuta a un’accelerazione della crescita trainata dai consumi, che dovrebbe coinvolgere l’intero mondo degli emergenti».

Il grande riequilibrio probabilmente è destinato a continuare.

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