Tpp, rischio Flop per la politica estera di Obama in Asia

A cura di Stefania Arcudi del Sole 24 Ore

 

Doveva essere la punta di diamante dell’eredità economica del presidente Barack Obama, ma il Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’accordo commerciale di libero scambio siglato lo scorso ottobre tra gli Stati Uniti e undici nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che è ancora in attesa della ratifica del Congresso americano, rischia di diventare un fallimento per la politica estera del quasi ex inquilino della Casa Bianca in Asia.

Obama, che ha fortemente premuto per l’approvazione del Tpp, ne ha sempre sottolineato l’importanza strategica per controbilanciare l’ascesa della Cina, visto che le dodici nazioni hanno complessivamente un Pil di 27.640 miliardi di dollari, circa il 40% del totale mondiale. Pechino, che non fa parte del Tpp, ha avviato trattative su un accordo separato in Asia, senza gli Stati Uniti, tramite il quale dovrebbero arrivare nuovi prestiti regionali.

Anche se l’amministrazione Obama continua a dirsi ottimista sulla ratifica del Tpp, a Washington l’opposizione all’accordo è in rapida crescita tra gli esponenti di entrambi gli schieramenti politici, cosa che ne complica non poco l’approvazione. Il problema è che l’opposizione non solo controlla il Congresso, e quindi i voti necessari per la ratifica, ma anche il favore democratico traballa. “Siamo a un voto di distanza dal cementare la nostra posizione nella regione o dal consegnare le chiavi del castello alla Cina”, ha detto Mike Froman, negoziatore americano per le questioni commerciali.

Secondo gli esperti, un fallimento dell’intesa a questo punto delle trattative minerebbe la credibilità degli Stati Uniti sulle questoni commerciali in una regione in cui l’America ha avuto autorevole voce in capitolo dalla Seconda guerra mondiale in poi. “Solo per il semplice fatto che gli Stati Uniti vi hanno investito cos” tanto, l’accordo ha assunto un valore più ampio che va oltre il merito economico. Lasciare i partner asiatici nell’incertezza sarebbe disastroso per la leadership americana nella regione”, ha detto Euan Graham, ex funzionario del governo britannico e ora esperto di sicurezza regionale per il Lowy Institute for International Policy.

Questo tipo di argomentazione non sembra sufficiente a creare consenso al Congresso americano a favore dell’accordo: molti democratici che si oppongono all’intesa trovano ora la sponda dei parlamentari repubblicani che inizialmente avevano sostenuto il Tpp e i potenziali benefici per l’economia americana, uno su tutti il senatore Pat Toomey, ex presidente del Club for Growth, roccaforte delle politiche economiche a favore del libero mercato, che ha parlato delle possibili ricadute negative del Tpp sulla classe media.

Anche i due candidati alla presidenza, la democratica Hillary Clinton e il suo rivale repubblicano Donald Trump, hanno più volte espresso dubbi più o meno forti sull’accordo, presentato nel 2011 e finalizzato l’anno scorso. Taglierebbe i dazi doganali su circa 18.000 prodotti per le nazioni interessate. Obama continua dal canto suo a sostenere l’accordo e continuerà a farlo. In quest’ottica si inserisce il suo prossimo viaggio in Asia dal 2 al 9 settembre, che avrà come sfondo il G20 e nel quale parteciperà ad alcune conferenze regionali tra cui quella dell’Association of Southeast Asian Nations (Asean). Si tratterà dell’undicesimo, e probabilmente, ultimo viaggio di Obama da quando è entrato alla Casa Bianca nel 2009.

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