Nuovi livelli del barile non sufficienti a innescare la ripresa

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A cura di Stefania Arcudi del Sole 24 Ore

 

Per le aziende del settore petrolifero la recente ripresa dei prezzi del petrolio, tornati attorno ai 46 dollari al barile con picchi fino in area 50 dollari, e in aumento del 20% rispetto a inizio mese, è un segnale positivo, ma non ancora sufficiente a innescare una ripresa tale da bilanciare le perdite registrate negli ultimi mesi. Secondo gli esperti, il barile dovrebbe tornare almeno sopra i 50 dollari e restarvi in modo stabile per cominciare a risolvere i problemi delle società grandi e piccole, comprese quelle più resilienti.

Per fare un esempio, con prezzi tra i 50 e i 55 dollari al barile Bp non genererebbe prima dell’anno liquidità sufficiente a coprire le spese in conto capitale e il pagamento di dividendi, anche in presenza di significativi tagli dei costi. Exxon Mobil si troverebbe in posizione simile con prezzi tra i 40 e gli 80 dollari e Chevron ha stimato che le servirebbe un barile attorno a 52 dollari per fare lo stesso. Detto questo, dopo la brusca frenata dei mesi scorsi, cominciano a tornare gli investimenti nel settore petrolifero.

I colossi americani Chevron ed Exxon Mobil e i rispettivi partner si sono impegnati a portare avanti un progetto di espansione petrolifera da 36,8 miliardi di dollari complessivi in Kazakistan. Si tratta dell’investimento maggiore da quando i prezzi del barile hanno cominciato a calare due anni fa, passando da 114 dollari a metà 2014 a circa 27 dollari a gennaio scorso, per poi risalire alla soglia attuale, in area 50 dollari. Anche altre compagnie petrolifere hanno ricominciato a investire: Bp per esempio dovrebbe spendere circa 8 miliardi di dollari in Indonesia per la costruzione di uno stabilimento per il gas naturale liquefatto e per le infrastrutture associate.

“E’ un momento straordinario per fare questo tipo di investimenti”, ha detto Todd Levy, direttore generale di Chevron per Europa, Asia e Medio Oriente. Tuttavia, proprio a causa dei prezzi bassi del greggio, secondo uno studio della società di consulenza Wood Mackenzie le società del comparto petrolifero e del gas naturale spenderanno 1.000 miliardi in meno da qui al 2020 per la ricerca e l’accumulo di riserve. In particolare, le spese per progetti upstream saranno del 22% più basse rispetto a quanto previsto due anni fa, prima che i prezzi del greggio si attestavano oltre i 100 dollari al barile e i ribassi non erano ancora cominciati.

I cali maggiori delle spese sono attesi nell’industria onshore americana, anche da parte dei produttori di shale oil, ma anche in altre regioni, per esempio la Russia, la situazione non sarà molto diversa. Secondo il rapporto, il rallentamento degli investimenti potrà ridurre la produzione globale di petrolio e gas naturale del 4% nel 2017, cosa che potrebbe contribuire a stemperare le preoccupazioni sull’eccesso di produzione, uno dei motivi alla base del calo dei prezzi.

Tuttavia, potrebbe spianare la strada a un inasprimento delle condizioni del mercato petrolifero negli anni successivi, con un potenziale conseguente brusco rialzo dei prezzi. Le aspettative sono per una stabilizzazione dei prezzi attorno a 50 dollari al barile per quest’anno e i prossimi, cosa che rende una serie di progetti non praticabile da un punto di vista economico. Per questo, stando ai calcoli di Goldman Sachs, con un livello di prezzi attorno ai 55 dollari al barile, potranno saltare progetti per un valore complessivo di 550 miliardi di dollari.

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