Riassunto Iniziative Commerciali 2016

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Caccia alla tutela reale del capitale: i Bond indicizzati all’inflazione

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Se del binomio inflazione/deflazione si discute molto, esiste una categoria di strumenti di cui si parla molto poco: quelli che investono in titoli di stato ed obbligazioni a tasso fisso il cui rendimento è legato all’evoluzione dell’inflazione. L’inflazione erode velocemente i rendimenti offerti dai normali investimenti obbligazionari. Le obbligazioni indicizzate all’inflazione offrono garanzie contro le conseguenze causate dall’aumento dei prezzi dato che, di solito, sia il valore dell’importo originale preso a prestito che gli interessi da corrispondere registrano un andamento in linea con la variazione dei prezzi al consumo.

Il vincolo del rendimento di un bond all’inflazione può essere perseguito fondamentalmente seguendo due modalità differenti (oppure servendosi di una combinazione di tali modalità): facendo variare il valore della cedola nella stessa misura in cui lo fa l’inflazione (titoli parametrizzati all’inflazione) o mantenendo fisso il coupon pagato, ma calcolandolo su un capitale che cresce o decresce nella stessa misura registrata dall’indice dei prezzi al consumo (titoli indicizzati all’inflazione). In entrambi i casi, l’investimento in quest’asset class rappresenta un’opzione per difendersi, seppur parzialmente, dalla perdita del potere d’acquisto imputabile all’incedere dell’inflazione.

In passato, le tendenze inflazionistiche, come per esempio l’aumento del prezzo del petrolio e del gas, dei metalli e del costo delle proprietà immobiliari, hanno inciso notevolmente sull’economia globale e hanno indotto la maggior parte delle banche centrali ad aumentare i tassi di interesse.

Gli inflation linked bond presentano una peculiarità supplementare: sono tra le poche categorie di titoli che possono beneficiare di una situazione di stagflazione. In un contesto di inflazione elevata, abbinata ad una crescita economica debole -che comunque non permette un’impennata dei tassi di interesse- il ricorso a questa tipologia di strumenti obbligazionari consente di ottenere rendimenti superiori alle normali obbligazioni a tasso fisso, sia nel caso dei titoli “parametrizzati” all’inflazione sia in quello dei titoli “indicizzati” all’inflazione.

Tuttavia, pur offrendo una buona protezione contro l’inflazione, gli inflation linked bond lasciano degli spazi scoperti. Da un lato soffrono di un lieve sfasamento temporale: l’indicizzazione avviene infatti sulla base della variazione dell’inflazione misurata tra i tre e i due mesi precedenti. Quindi il risparmiatore si copre contro il caro-vita passato. Dall’altro, il problema è che la maggior parte delle emissioni realizzate da Stati europei sono legati all’indice europeo dei prezzi e non a quello del proprio paese: per chi vive in Italia, dunque, lo “scudo” non è totale.

A titolo esemplificativo, immaginiamo di avere un titolo inflation linked di ammontare pari a EUR 100, scadenza 10 anni e cedola annua al 2% in un contesto di mercato con un tasso di inflazione al 3%. Alla fine del primo anno, il capitale sarà pareggiato al tasso di inflazione (103) per preservarne il valore reale. Pertanto, la cedola sarà pari a EUR 2,06 (2% di 103). Il capitale e la cedola continueranno nel corso di ogni anno ad essere adeguati all’inflazione, portando il pagamento totale a scadenza a EUR 137,08. Questo significa che il capitale investito avrà a scadenza lo stesso potere di acquisto che aveva al momento della sottoscrizione. Un bond indicizzato presenta unicamente il tasso reale, che crescerà o diminuirà in base alle effettive variazioni dell’inflazione.

Anche se l’inflazione è bassa, è improbabile che si mantenga ai livelli attuali per tutta la durata di un bond a lungo termine. Infine, non va sottovalutato il fatto che la volatilità dei rendimenti reali è significativamente inferiore rispetto alla volatilità dei rendimenti nominali e ciò si è confermato anche recentemente in presenza di rendimenti complessivamente molto bassi. Il motivo è facilmente intuibile se si pensa che i rendimenti nominali uniscono rendimenti reali e inflazione e pertanto la loro volatilità dovrebbe essere più elevata rispetto ai soli rendimenti reali.

Se ad esempio il rendimento nominale a dieci anni fosse del 3% e quello reale a dieci anni dell’1%, sarebbe necessario un tasso di inflazione “di pareggio” del 2% per ottenere un rendimento superiore dal titolo indicizzato. È ovvio che, nelle fasi in cui le pressioni deflazionistiche tendono ad aumentare e l’inflazione rimane stabile, agli investitori converrebbe acquistare bond nominali. Come dire che la costruzione di un portafoglio ben diversificato ed equilibrato è sempre la migliore soluzione per affrontare serenamente eventi imprevedibili.

I fondi e gli Exchange Traded Fund che investono in bond legati all’inflazione rappresentano attualmente una buona alternativa per coloro che pensano che le intense iniezioni di denaro che stanno realizzando i Governi nell’intento di riattivare l’economia finiranno per provocare una forte impennata dei prezzi. Al contrario, si tratta di bond non raccomandabili per tutti quelli che credono che l’economia mondiale non si libererà in tempi stretti dalla morsa dell’inflazione prossima allo zero. In quest’ultimo caso, sarebbe meglio investire in fondi obbligazionari corporate, che potrebbero trarre vantaggio dagli acquisti operati dalla Bce e dalla BoE.

 

Breve storia degli inflation linked bond
Il governo del Regno Unito è stato in qualche modo l’inconsapevole pioniere di questa particolare tipologia di prodotti finanziari. Iniziò a emettere Gilt indicizzati all’inflazione nel 1981, in un’epoca in cui la lotta all’inflazione era uno dei principali obiettivi della nuova amministrazione conservatrice di Margaret Thatcher ed  erano ancora vivi i ricordi di un tasso di inflazione annuo al 25%.

Ci sono voluti più di 15 anni perché questi prodotti fossero apprezzati a livello mondiale, in un periodo in cui i danni causati dall’inflazione erano diventati una sbiadita memoria degli anni ’70. Nel 2007, le preoccupazioni della Federal Reserve statunitense si sono concentrate maggiormente sulla deflazione che non sull’inflazione.

Il Tesoro americano iniziò a vendere Tips (Treasury Protected Inflation Securities) nel 1997. Tuttavia, come accade per ogni nuovo prodotto, è intercorso del tempo prima che fosse accettato dal grande pubblico degli investitori. Erano tempi di bassa inflazione e il prodotto non era stato ancora collaudato. L’emissione di strumenti debitori legati all’inflazione ha riscosso un successo significativo negli ultimi anni per gli stessi motivi che ne hanno decretato il successo in Europa.

Nel 2002, il mercato dei Tips era ormai consolidato ed esistevano dati sufficienti perché i fondi pensione procedessero alle necessarie verifiche e valutazioni del prodotto. I fondi pensione sono a tutt’oggi gli acquirenti naturali di strumenti debitori legati all’inflazione negli USA. Anche le Università e le fondazioni sono grandi compratori di tali strumenti insieme alle principali società di gestione.

 

 

Nuovo titolo della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo a tasso fisso Step up

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Si rinnova l’offerta obbligazionaria con un nuovo titolo della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS o IBRD) che fa parte della Banca Mondiale, in dollari USA, la cui caratteristica principale è data dal tasso d’interesse crescente nel tempo (step up).

L’obbligazione bancaria corrisponde una cedola fissa annuale il 20 ottobre di ogni anno:

I,II anno tasso fisso annuo lordo pari a: 1,20%

III°-X° anno Cedole Annuali Step up ogni due anni di 0,20%:

primo anno 1,20%

secondo anno 1,20%

terzo anno 1,40%

quarto anno 1,40%

quinto anno 1,60%

sesto anno 1,60%

settimo anno 1,80%

ottavo anno 1,80%

nono anno 2,00%

decimo anno 2,00%

Le obbligazioni rimborseranno a scadenza il 100% del Valore Nominale in dollari statunitensi e possono essere rimborsate anticipatamente alla pari, a discrezione dell’emittente, annualmente a partire dalla fine del quinto anno.

Il titolo sarà sottoscrivibile sino al 7 ottobre.

 

Aggiornamento settimanale sui mercati

Market-movers della settimana sono le Banche Centrali, il Petrolio e i Dati macro-economici

In settimana le preoccupazioni per un possibile minore supporto da parte delle Banche Centrali, che hanno guidato l’orientamento degli investitori e determinato la recente ondata di vendite, si sono allentate con le riunioni della BoJ e della Fed del 21 settembre, determinando un’inversione di trend dei mercati. La prima spinta al rialzo è arrivata dalla Banca Centrale giapponese che, a sorpresa, ha deciso un cambio di strategia di politica monetaria, lanciando una terza fase del programma di QQE “con controllo della curva dei rendimenti”; l’obiettivo è quello di mantenere il rendimento dei titoli decennali al livello attuale, nonché quello di spingere al rialzo le aspettative d’inflazione in modo da portare l’inflazione core oltre e non più solo al livello target del 2%. La BoJ non ha dunque né tagliato ulteriormente i tassi, né optato per un incremento dell’ammontare mensile di acquisti di titoli di stato, riservandosi tuttavia la possibilità di attivare una più ampia gamma di strumenti. L’annuncio della BoJ è stato seguito da un forte rimbalzo delle Borse asiatiche, accompagnato dal marcato deprezzamento dello Yen, estesosi agli altri listini internazionali. I rialzi sono stati poi sostenuti dalla decisione della Fed di rinviare il rialzo dei tassi, probabilmente a dicembre. Solo nella giornata di venerdì le Borse hanno ripiegato lievemente al ribasso, sulla scia della discesa del petrolio e dei dati di crescita per l’Area Euro. L’indice PMI composite nell’Area è infatti sceso ancora a settembre, attestandosi a 52.6 (vs. 52.9 precedente e 52.8 di consenso) in base alla prima lettura del dato; un segnale di una ripresa che fa fatica a rafforzarsi.

News-flow macro: negli Stati Uniti le costruzioni di nuove case sono scese ad agosto del -5.8% m/m (vs. +1.4% precedente e -1.7% stimato); le vendite di case esistenti sono scese ad agosto del -0.9% m/m (vs. – 3.4% precedente e +1.1% atteso). Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono scese a 252K (vs. 260K precedente e 261K atteso). L’indice PMI manifatturiero preliminare è sceso a settembre a 51.4 (vs. 52 precedente e 52 atteso). Nell’ Area Euro l’indice dei prezzi alla produzione in Germania è sceso ad agosto del -0.1% m/m (vs. +0.2% precedente e 0% stimato); su base annua l’indice è sceso del -1.3% (vs. -1% precedente). Gli indici PMI manifatturiero, dei servizi e composite della Germania si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 54.3 (vs. 53.6 precedente), 50.6 (vs. 51.7 precedente) e 52.7 (vs. 53.3 precedente). Nel complesso dell’Area i PMI manifatturiero, dei servizi e composite si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 52.6 (vs. 51.7 precedente), 52.1 (vs. 52.8 precedente) e 52.6 (vs. 52.9 precedente). In Giappone le esportazioni ed importazioni si sono attestate ad agosto, rispettivamente, a -9.6% a/a (vs. -14% precedente) e – 17.3% a/a (vs. -24.7% precedente). L’indice preliminare Nikkei PMI manifatturiero è salito a settembre a 50.3 (vs. 49.5 precedente).

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana una riduzione generalizzata dei tassi sulle curve benchmark americana e Euro; guardando al movimento dei tassi in un mese, la curva US ha registrato uno spostamento verso l’alto che, per la curva euro ha interessato la parte a lungo termine, mentre i tassi a breve si sono ridotti. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund sono tornati a stringere in settimana; con riferimento al Credito, gli indici CDS si sono ridotti.

Cambio di strategia della BoJ

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A cura di: Francesca Pini – macroeconomista in Fideuram Investimenti

Al termine della riunione di politica monetaria del 20-21 settembre la BoJ ha deciso di non adottare nessuna ulteriore misura espansiva, lasciando i tassi di interesse a -0.1% e non aumentando l’ammontare di acquisti di JGBs, ma ha introdotto delle novità significative la cui portata economica però è ancora difficile da quantificare.

La principale novità è che la BoJ non adotterà più un obiettivo di crescita sulla base monetaria o sull’acquisto di titoli del debito, ma ha introdotto un “QQE con controllo sulla curva dei rendimenti” (QQE with yield curve control). L’obiettivo di questo cambio di rotta è di aumentare le aspettative di inflazione e mantenere al livello attuale la curva dei rendimenti.

La nuova strategia di politica monetaria si compone di due elementi principali: il controllo della curva dei rendimenti, nel quale la banca centrale controllerà i tassi a breve e a lunga scadenza e l’inflation-overshooting commitment, vale a dire, l’impegno ad espandere in maniera flessibile la base monetaria fino a quando l’inflazione core (ex alimentari freschi) non abbia superato (e non più solo raggiunto) in maniera stabile il target del 2%.

L’obiettivo è di cambiare il modo in cui imprese e famiglie formano le proprie aspettative di inflazione da “adattive” a “forward-looking”. Nel primo caso infatti quello che conta nella formazione delle aspettative sono i tassi di inflazione del passato che in Giappone sono sempre piuttosto dimessi. Nel secondo caso invece significherebbe che famiglie e imprese credono nell’efficacia della politica adottata e cominciano ad aspettarsi tassi di inflazione più elevati di quelli attuali.

A nostro avviso, la BoJ ha cercato di espandere ulteriormente le sue opzioni a disposizione per attuare una politica monetaria accomodante ampliando lo spettro degli strumenti utilizzabili, nell’impegno di voler debellare definitivamente la deflazione.

In sintesi, sicuramente la decisione di oggi comporta un cambiamento notevole rispetto al modo di gestire la politica monetaria da parte della BoJ. È lecito domandarsi se questo cambio di rotta non sia un modo, ovviamente velato, per ammettere l’insuccesso della politica di QQE adottata fino ad ora. A questo punto diventa veramente difficile anche prevedere le mosse future. Per il momento non ci attendiamo ulteriori mosse espansive nel breve periodo, ma riteniamo che nel caso in cui la BoJ dovesse rendersi conto che la strategia non sta funzionando (vale a dire che le aspettative di inflazione non migliorano e il percorso di inflazione resta lontano dall’obiettivo) possa decidere di tagliare i tassi a breve scadenza in senso ancora più negativo. Ci sembra invece poco probabile che voglia ottenere un ulteriore irripidimento della curva dei rendimenti dopo quello già avvenuto recentemente.

High yield Usa: ancora buone occasioni

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I bond ad alto rendimento statunitensi hanno attraversato un periodo abbastanza difficile, ma oggi con cedole medie del 6% e tassi di default modesti rappresentano un’opportunità molto interessate sui mercati del reddito fisso.

I bond high yield, cioè ad alto rendimento (a volte poco elegantemente definiti junk, cioè spazzatura) sono quelle obbligazioni dotate di un rating inferiore alla soglia minima del cosiddetto investment grade, che corrisponde al rating BBB per Standard&Poor’s e Baa per Moody’s. In pratica si tratta di emissioni del reddito fisso più rischiose rispetto ad altre, che presentano per contro rendimenti più elevati. All’interno di questo variegato mondo si trova debito emesso da aziende meno solide, però di solito caratterizzate da un maggiore tasso di crescita, bond di grossi gruppi la cui qualità creditizia si è deteriorata (i cosiddetti fallen angel), strumenti di giganti finanziari subordinati al pagamento precedente di altri bond, titoli di stato di paesi emergenti o in difficoltà, emissioni che vanno a sosteere operazioni finanziarie di vario tipo. Come si può capire, si tratta di un universo piuttosto variegato: in generale comunque spesso con high yield si intende la variante aziendale delle obbligazioni, anche se in Europa circa il 40% del totale è costituito da subordinati bancari.

Si tratta di un mercato che è esploso negli Usa negli anni ’80 e nella seconda metà degli anni ’90 e poi dal 2000 in Europa, per vedere infine un grande sviluppo in Asia negli anni post-crisi finanziaria del 2008. Nella nostra analisi ci concentreremo sulle emissioni americane più comuni, quelle aziendali, in quanto, al pari dei bond dei paesi emergenti analizzati la settimana scorsa, si tratta di uno dei pochi settori dell’obbligazionario globale dove si possono ottenere ancora rendimenti reali significativi.

Generalmente questi strumenti vengono emessi con una scadenza che va dai sette ai 10 anni, anche se ovviamente non mancano formule diverse, con una cedola annuale consistente. Il fatto che vengano pagati ogni anno ricchi interessi limita la cosiddetta duration, ovvero la loro sensibilità ai tassi di interesse. Considerate anche le caratteristiche di rischio che esse presentano, non è raro che il loro andamento segua più i saliscendi del mercato azionario che quelli del ciclo dei tassi di interesse.

Il rischio maggiore per chi investe in high yield è incappare nei default, un’eventualità che però negli anni sul mercato Usa è diventata più rara che in passato. Fino al 2014 infatti il tasso di default si trovava ben al di sotto del 2%, il minimo storico, per poi cominciare a risalire e toccare il 5,1% nella prima metà del 2016, il livello maggiore degli ultimi sei anni. A causare la crescita, che rimane comunque a livelli storicamente molto bassi, è stato il segmento dell’energia, che dovrebbe vedere fino al 20% delle emissioni in crisi quest’anno e che rappresenta circa il 13% del totale del mercato.

Soprattutto il comparto petrolifero con il boom dello shale è diventato nel corso dell’ultimo decennio una quota importante di questa asset class, che presenta comunque una grande varietà di aziende che vendono i propri bond sul mercato: la capitalizzazione complessiva del mercato Usa è intorno a 1,2 trilioni di dollari, con un variegato range di qualità creditizie. Ad esempio i bond BB (secondo la definizione di S&P) sono spesso poco differenti dai BBB, mentre per le obbligazioni CC e C l’eventualità di un mancato pagamento è quasi una certezza.

Va specificato in questo contesto un elemento importante: gli high yield sono strumenti che sono soggetti a crisi violentissime, fasi di panico e fuga degli investitori. A inizio 2009 il tasso di default era intorno al 15% con una media dei rendimenti che superava abbondantemente il 20%. All’inizio del 2016 si è avuta una crisi di questo genere nel campo del petrolio, dove lo spread rispetto ai Treasury di scadenza equivalente era intorno al 20%. Complessivamente allora il mercato oscillava intorno al 9% di rendimento.

Attualmente si è scesi intorno al 6%, con le aziende petrolifere scese sotto 800 punti base: in pratica il mercato appare in piena guarigione dal caos delle prime settimane del 2016. Ad avere investito a febbraio si sarebbe guadagnato circa il 2%: infatti i profitti non sono dati solo dalle cedole, ma anche dall’eventuale apprezzamento dei corsi dell’obbligazione. Però probabilmente non è troppo tardi per puntare su questo comparto: non è raro infatti trovare emissioni con una vita residua di tre anni e rating intorno alla singola B che offrono rendimenti del 6%.

Anche senza ipotizzare ulteriori enormi profitti derivanti dai capital gain, la cedola è sufficiente a rendere appetibili gli high yield statunitensi, visto che il tasso di default è comunque sotto controllo. Sempre più investitori istituzionali appaiono disposti a imbarcare un modesto rischio creditizio, dati i prezzi surreali dei titoli di stato in tutto il mondo sviluppato. Come abbiamo visto, questi bond offrono anche una modesta sensibilità all’andamento generale dei tassi di interesse, il che in un’epoca di incertezza circa l’azione della Fed costituisce senz’altro un vantaggio. È inutile ricordare però che in caso di crisi sull’high yield americano si tornerebbe a ballare in maniera pesante, vista anche la base di investitori comunque più limitata rispetto all’azionario.

La sfida Clinton-Trump e i mercati

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Il canarino americano nella miniera globale

 

A poco più di sette settimane dal ritorno alle urne dei cittadini statunitensi, gli investitori stanno cercando di intuire quali possono essere le implicazioni che il successo della Clinton o di Trump potrebbero sortire all’interno dei portafogli.

Nel caso di vittoria della candidata democratica, tutti gli esperti concordano sullo stretto legame che il programma del team di Hillary Clinton dovrà avere con i risultati conseguiti da Barack Obama durante i due mandati trascorsi da inquilino della Casa Bianca. Le basi lasciate da Obama alla Clinton non sono niente male: 15,1 milioni di nuovi posti di lavoro creati dall’economia dal 2010 e un rialzo di 1.463 punti accumulato dall’indice Standard and Poor’s 500 dopo i minimi toccati nel 2009.

Secondo il team di Bank of America Merrill Lynch, lo scenario più probabile vede una vittoria della Clinton accompagnata da un Congresso diviso, dove i repubblicani controlleranno la Camera dei Rappresentanti e i democratici il Senato. L’8 novembre si voterà non solo per il prossimo presidente Usa ma anche per i 435 membri della Camera Bassa e 34 dei 100 che concorrono a formare la Camera Alta. Il team sostiene che un trionfo della Clinton, indipendentemente dalla composizione del Congresso, consentirà alla Federal Reserve di dare continuità alla propria politica economica e proseguire un percorso graduale verso la normalizzazione dei tassi d’interesse.

Hillary Clinton vuole applicare una tassa alle banche in funzione delle loro dimensioni e del rischio sistemico che implicano per i mercati. Arriverebbero tempi difficili anche per le società petrolifere, perché i democratici intendono fomentare il ricorso alle energie pulite e rinnovabili. Tuttavia, non mancano i punti di contatto con le politiche repubblicane, in particolare a vantaggio dei settori difesa e materiali da costruzione. Per il primo va ricordato che la Clinton ha espresso più volte l’intenzione di essere più interventista in campo militare rispetto a quanto non lo sia stato Obama. Per il secondo settore, anche i democratici prevedono un piano di miglioramento ed espansione delle infrastrutture Usa.


Vittoria dei democratici: possibili riflessi sulle asset class
La vittoria democratica fornirebbe nuova linfa al biglietto verde e alle aspettative di rialzo dei tassi d’interesse. In Borsa i settori potenzialmente beneficiari sono: energie rinnovabili, difesa e infrastrutture. Bancari, petroliferi e farmaceutici sono indicati nel gruppo di titoli potenzialmente danneggiati da questo risultato.


L’ipotesi Trump
Giovedì scorso, nel corso dell’intervento tenuto dal candidato repubblicano a New York, Trump ha messo nuovamente il dito sulla piaga quando ha affermato che la Fed è un’istituzione molto politicizzata. Trump ha sostenuto che Janet Yellen dovrebbe vergognarsi per le scelte fatte. E’ evidente che se Trump dovesse essere eletto, il processo di normalizzazione della politica monetaria subirebbe qualche battuta d’arresto, indipendentemente da chi riuscirà a controllare le due Camere del Congresso Usa. Secondo gli esperti, si tratterebbe di uno scenario in grado di risvegliare l’avversione al rischio e rallentare i propositi rialzisti della Yellen.

In questo caso, gli esperti sostengono che il rendimento dei Treasury Bond (titoli di Stato Usa) tenderebbe a salire e il dollaro s’indebolirebbe (in particolare contro le divise rifugio come lo yen giapponese).  I repubblicani puntano a trovare (o creare) margini per tagliare le tasse, alimentare gli investimenti nelle infrastrutture, deregolamentare il funzionamento del settore finanziario e porre seri limiti ai flussi migratori.

Trump ha sostenuto che intende investire 500 mld di usd in un piano di sviluppo delle infrastrutture nell’arco dei prossimi cinque anni. Il miliardario ha promesso la creazione di 25 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi dieci anni e tagli alle tasse per 4.400 mld nello stesso periodo. (numeri osservati con incredulità da molti economisti).

Secondo gli analisti statunitensi, i titoli del cemento sarebbero tra i principali beneficiari del piano con cui Trump intende costruire un gigantesco muro al confine con il Messico. Il progetto sarebbe accompagnato anche da un piano di messa a punto di strade, ponti e altre opere pubbliche. Società come Cemex e Chicago Bridge & Iron sono indicate tra le favorite dall’eventuale realizzazione del piano. I petroliferi rappresentano un altro segmento potenzialmente in grado di trarre vantaggio dall’intenzione di allentare la rigida normativa sulle perforazioni e dall’approvazione della costruzione dell’oleodotto Keystone. Nel settore della difesa, Lockheed e Northrop sono inserite nella lista di società da inserire in portafoglio in caso di vittoria repubblicana.

Il team di Oxford Economics ha diffuso uno studio in cui ipotizza che una vittoria di Trump costerebbe agli Stati Uniti circa 1.000 mld di usd. I titoli di società più legate all’andamento del commercio globale sarebbero quelli destinati a soffrire di più a causa della volontà espressa dai repubblicani di rinegoziare o cancellare alcuni degli accordi in essere. Aziende del commercio al dettaglio come Wal-Mart o Apple potrebbero accusare il colpo. Questa dinamica interesserebbe anche le sorti dell’industria automobilistica, in particolare in un momento in cui Ford ha spostato la produzione dei suoi veicoli di piccole dimensioni in Messico.

Vittoria dei repubblicani – i possibili riflessi sulle asset class
Energia, difesa e infrastrutture sono i settori in pole position per approfittare di una vittoria di Trump. Gli esperti sostengono che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca apporterebbe una buona dose d’incertezza alla politica monetaria nel breve termine. Società legate al commercio globale e aziende automobilistiche entrerebbero nel gruppo delle più penalizzate.

Aggiornamento settimanale sui mercati

Disponibile il nuovo aggiornamento settimanale sui mercati finanziari, curato ed elaborato da Fideuram Investimenti

I temi di questa settimana prendono in esame l’ondata di vendite generalizzate sui mercati finanziari, causate dalle incertezze sulle future azioni delle Banche Centrali e dall’indebolimento del prezzo del petrolio.

Per disporre del documento di analisi Vi invito a cliccare (o toccare) l’immagine sottostante

AGGIORNAMENTO SUI MERCATI

Obbligazionario paesi emergenti

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E-commerce. I giganti dell'America e dell'Asia

 

Un’inaspettata ripresa.

Fino a pochi mesi fa questa asset class risultava una delle più pericolose e tutti puntavano sull’Europa. Oggi il quadro sembra completamente cambiato e la ricerca di rendimento da una parte e la ripresa degli emerging market dall’altra hanno rilanciato questi bond

«Nonostante potenziali battute d’arresto già evidenziate, i nostri strategist ritengono che il quadro di lungo periodo per le valute e il debito in valuta locale dei mercati emergenti sia positivo. Rispetto alle obbligazioni dei paesi sviluppati, il potenziale profilo rischio/rendimento dei bond in valuta locale appare ora più interessante». Queste semplici parole di Luca Gianelle, client portfolio manager multi-asset di Russell Investments, introducono in maniera molto chiara il tema delle obbligazioni degli emerging market.

Fa comunque una certa impressione sentire pronunciare simili frasi, visto che solo pochi mesi fa le prospettive di tutto ciò che era legato ai mercati dei paesi in via di sviluppo sembravano a dir poco pessime. La fine del ciclo delle materie prime, legato indissolubilmente al rallentamento cinese, consigliava gli investitori di posizionarsi su asset class meno rischiose, quali ad esempio l’azionario europeo, che avrebbe dovuto essere sospinto dalla ripresa continentale. Invece nei primi due terzi dell’anno il Jp Morgan Embi Index, uno dei maggiori benchmark del settore, ha fornito un rendimento complessivo in dollari di circa il 14,4%.

Per capire ciò che è successo e che potrebbe accadere, è necessario distinguere la fase contingente dai trend secolari. Per quanto riguarda il primo aspetto, va detto che il rimbalzo degli ultimi mesi non rappresenta nulla di strano: come spesso accade nei momenti di crisi, il mercato aveva scontato uno scenario da disastro epocale, che aveva spinto i rendimenti delle obbligazioni a due-tre anni dalla scadenza denominate in dollari intorno alla soglia del 6,5-7%. Attualmente il Jp Morgan Embi Index quota rendimenti al di sotto del 5%: sostanzialmente sei-sette mesi fa si poteva fare soldi su questa asset class semplicemente puntando sul non avvio di un processo catastrofico di default a catena.

Più interessante appare il discorso riguardante i trend secolari. In questo caso ci viene in aiuto un semplice ragionamento esposto da Andreas Utermann  di Alianz Global Investors: «Gli investitori istituzionali di tutto il mondo, e in particolare quelli europei, hanno bisogno di rendimento. Basti pensare agli obblighi cui dovranno fare fronte nei prossimi decenni i fondi pensione. Il quadro legislativo è spesso abbastanza restrittivo nei confronti di queste entità, obbligandoli a investire una quota significativa dei propri attivi in obbligazionario.

Collocare questo denaro in titoli di stato di paesi avanzati, però, oggi significa andare incontro a rendimenti reali negativi». Aggiungiamo noi che anche nei casi in cui una maggiore allocazione azionaria sia possibile, questa scelta potrebbe ormai non essere più particolarmente consigliabile, viste le quotazioni di molti listini e considerato che gli utili aziendali stentano a decollare. Allora dunque non rimangono moltissime scelte: una è l’high yield americano, l’altra l’obbligazionario emergente.

In particolar modo ultimamente la liquidità sembra che stia tornando anche sulle emissioni in valuta locale. Le divise delle maggiori economie emergenti, Cina a parte, hanno infatti visto una notevole ripresa contro dollaro nel corso del 2016. Anche in questo caso probabilmente si è trattato di un processo di ricalibrazione, dopo un 2015 e un inizio 2016 da panico: tradizionalmente le fasi di rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve statunitense coincidono con un andamento negativo per il debito dei paesi in via di sviluppo essenzialmente perché di solito ciò implica un’economia relativamente più sana in Usa e perché i rendimenti che si possono ottenere negli Stati Uniti sono più interessanti.

Abbiamo visto poi come la Fed sia attualmente paralizzata dal terrore di sviluppare anche una minima politica monetaria restrittiva e come la crescita sia oggi negli Usa a uno dei livelli più tenui di sempre. Di converso dall’altra parte gli emergenti stanno cominciando a mostrare segnali di stabilizzazione, anche quelli più a rischio. Ad esempio Brasile e Russia nel 2017 potrebbero tornare a vedere un aumento del Pil. Molti governi, fra cui quello dello stesso Brasile e dell’India, appaiono impegnati in programmi di riforme che dovrebbero favorire una maggiore apertura e diversificazione dell’economia locale.

Al tempo stesso la Cina, nonostante forti differenze regionali e un sistema finanziario ancora fragile, non appare così male, con una crescita del Pil nominale che tiene. Tutti questi temi sono sintetizzati da Nadège Dufossé, head of asset allocation di Candriam Investors Group : «Il nostro atteggiamento sulle emissioni del debito dei paesi emergenti è positivo, tanto in valute locali, quanto in quelle forti, perché presentano un rendimento considerevole rispetto alle obbligazioni sovrane di numerose economie sviluppate. Da quando le principali banche centrali, Fed inclusa, hanno adottato una politica accomodante, la pressione sui costi di finanziamento delle economie emergenti è diminuita. Inoltre, i bilanci nazionali, che sono un indicatore importante per investire in queste aree, stanno migliorando. Anche la graduale riduzione delle pressioni deflazionistiche in Cina è incoraggiante».

Come dicevamo in apertura, suona strano sentire oggi queste parole da alcuni dei maggiori investitori istituzionali del mondo; non è la prima volta, e non sarà certo l’ultima, che i mercati ribaltano gli scenari velocemente.

Il nuovo scenario delle materie prime

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Il nuovo scenario delle materie prime
Dopo alcuni anni caratterizzati da un calo generalizzato delle quotazioni delle materie prime, il 2016 ha mostrato il probabile avvio di un cambiamento di tendenza. Gli ultimi cinque anni sono stati disastrosi per queste asset class, con l’indicatore Bloomberg Commodity Index – che pondera le principali materie prime quotate sui listini internazionali – in contrazione in tutti gli anni che compongono il lustro. Le perdite medie annue accusate dall’indice sono state superiori al 13%.

La debolezza della Cina e il conseguente crollo del barile, sono stati i principali responsabili di queste perdite. Nonostante ciò, qualcosa comincia a cambiare e l’indice registra una rivalutazione superiore all’8% da inizio anno. Se il trend non si interromperà bruscamente nell’ultimo trimestre del 2016, quello in corso sarà l’anno buono per interrompere la serie negativa.

La maggiore stabilità mostrata dai dati che fotografano la crescita cinese e la ripresa delle quotazioni del barile (che ha recuperato quasi un terzo delle perdite negli ultimi nove mesi), sono i fattori alla base del trend. In scia a questo nuovo scenario, le aziende del settore stanno recuperando terreno e alcuni sub-settori hanno realizzato performance troppo elevate in un breve lasso di tempo.


Petroliferi, tra i favoriti

Nel caso del settore petrolifero, tra le società più gettonate dagli esperti troviamo quelle specializzate nell’offerta di servizi per l’industria estrattiva dell’oro nero e del gas. Le statunitensi Halliburton e Schlumberger, unite alla canadese Enbridge, sono le tre società accreditate della maggiore crescita potenziale degli utili nel prossimo triennio. La società canadese si è resa protagonista della più grande acquisizione portata a termine da un’azienda petrolifera canadese fuori dai confini nazionali, conquistando il controllo di Spectra per 28.000 mln di usd.

Dopo un biennio di cali consistenti, il 2016 sta offrendo un quadro d’insieme differente, con rialzi annui del 30% sia per il Brent sia per il West Texas. Sembra che il greggio sotto ai 30 usd sia un ricordo del passato. La nuova normalità posiziona il prezzo del barile a ridosso dei 50 usd. I dati concernenti l’attività dei pozzi statunitensi confermano che, nell’ultimo trimestre, si tratta del maggiore fermento registrato nel corso degli ultimi anni.

Minerari, la corsa delle quotazioni è al capolinea?
I titoli delle mining companies presentano, in media, rivalutazioni superiori al 100% negli ultimi anni di corsa al rialzo. Per questa ragione, la maggior parte degli esperti sostiene che i margini per successive rivalutazioni siano molto ristretti. Nel 2016, i dubbi sulla crescita dell’economia cinese, i bassi prezzi del petrolio e i timori per la Brexit hanno pilotato gli investitori verso asset considerati, nelle fasi di maggiore incertezza, in grado di offrire una valida alternativa a quelli tradizionali. L’oro e le mining companies sono tra questi e hanno saputo trarre vantaggio dall’ondata di paura abbattutasi sugli investitori.

La corsa potrebbe non essere finita, tuttavia, in caso di arrivo di nuovi timori sulla sostenibilità della crescita mondiale o di eventuali sorprese dalle elezioni presidenziali statunitensi (Donald Trump alla presidenza della prima economia del pianeta), l’asset potrebbe tornare in auge. Nelle ultime settimane, i flussi di Etp mostrano un’intensificarsi degli investimenti destinati ai titoli delle miniere, considerati un veicolo per investire nell’incremento della domanda di minerali preziosi. I titoli delle mining companies accumulano rialzi medi ben superiori a quelli sperimentati dall’oro (+27% nell’ultimo anno). Questo comportamento le rende oggetto di attenzione. Una delle mining companies presenti nella maggior parte dei veicoli d’investimento dedicati a questo segmento è la canadese Eldorado.

Acciaierie e metalli industriali, si impone la selettività
Nel settore acciaierie e imprese che si dedicano all’estrazione di metalli usati per le costruzioni e l’industria, non sembrano esserci molti margini di manovra. Tra i titoli che gli esperti sostengono di avere chance di fare meglio della media del settore troviamo Aperam, Cameco Corp e Steel Dynamics.

La prima azienda, specializzata nella produzione e commercializzazione di acciaio inossidabile, sta traendo vantaggi dalle misure antidumping introdotte dall’Unione Europea contro il comportamento scorretto tenuto da Russia e Cina. Dall’introduzione di queste misure sta beneficiando anche Steel Dynamics, azienda specializzata nella produzione di acciaio non inossidabile. Cameco Corp è una rara avis specializzata nel trattamento dell’uranio da destinare ai reattori delle centrali nucleari. Si tratta dell’azienda che presenta le credenziali di crescita più rosee di tutto il comparto.