Un anno dalla svalutazione dello yuan

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Focus a cura di Fondi&Sicav

 

Un anno dopo la svalutazione pilotata dello yuan, il principale indice azionario del paese, il CSI 300, registra un calo del 25%. Nello stesso periodo, il Dow Jones è cresciuto del 5%. Alle prime luci dell’alba dell’11 agosto 2015, la Banca Popolare cinese annunciò di aver optato per una svalutazione della divisa domestica dell’1,9%. La particolarità di quella decisione si deve all’intensità del provvedimento: si trattò della maggiore sforbiciata applicata in un solo giorno al valore della moneta dal 1994. La decisione interruppe una fase di apprezzamento dello yuan iniziata nel 2005.
Le ragioni alla base della decisione sono sostanzialmente due: la pubblicazione di dati deludenti sull’andamento delle esportazioni e la conseguente necessità di supportarle mediante la svalutazione della divisa; l’intenzione del Governo di Pechino di accelerare il processo di liberalizzazione della divisa per entrare a far parte del paniere di monete utilizzato dal Fondo Monetario Internazionale per determinare il valore delle sue riserve (risultato raggiunto a novembre del 2015).

Quali le ripercussioni del provvedimento sui mercati internazionali e sulle singole asset class?

Per l’investitore che guarda al complesso delle opportunità offerte dai mercati internazionali e che punta alla costruzione di un portafoglio diversificato, le conseguenze si sono fatte sentire sulle materie prime e sul mercato obbligazionario. Uno yuan debole implica un incremento del costo (per la Cina) sostenuto per l’acquisto delle materie prime (il cui prezzo e denominato in usd) necessarie ad alimentare la produzione interna. Tenendo conto del deficit energetico cinese (il paese è costretto a importare 7,96 milioni di barili di greggio al giorno – il 78% circa del petrolio che consuma- e che questa cifra rappresenta l’8,3% della produzione mondiale di petrolio), è logico che ogni variazione nei consumi cinesi determini conseguenze rilevanti per la quotazione del barile.

Nei primi mesi post-svalutazione, il calo della domanda cinese di materie prime ha fatto sentire i suoi effetti sui prezzi di alcune commodities, pilotandone al ribasso le quotazioni. Il barile di brent, che a maggio del 2015 registrava un prezzo di 67 usd, è scivolato fino a quota 28 usd a gennaio 2016. In seguito si è verificata una stabilizzazione del fenomeno che ha favorito il recupero dei prezzi delle materie prime.

Sul versante obbligazionario, i timori per un rallentamento brusco della crescita del gigante asiatico, confermata anche dalla svalutazione della divisa cinese, hanno convinto la Federal Reserve a rinviare il processo di normalizzazione della politica monetaria (un graduale aumento dei tassi d’interesse Usa).

Janet Yellen aveva fatto intendere che, nel corso del 2016, i rialzi del costo del denaro avrebbero potuto essere tre o quattro, ma i timori per la Cina (la Yellen ha più volte affermato che le decisioni in materia di politica monetaria sarebbero state adottate analizzando attentamente lo scenario internazionale) hanno avuto poi la meglio rispetto alle spinte pro-rialzo del costo del denaro provenienti dal miglioramento del mercato del lavoro statunitense.

Le conseguenze per i portafogli obbligazionari si sono materializzate in un ulteriore apprezzamento dei titoli aventi scadenze lunghe e in una stabilità del biglietto verde (che si è mosso all’interno di un range molto ristretto).

Gli effetti della misura sull’economia cinese

Tramite la svalutazione, il Governo di Pechino ha cercato di finanziare l’espansione internazionale delle imprese cinesi. L’obiettivo sembra che sia stato raggiunto. Il volume degli investimenti diretti realizzati dalle società cinesi all’estero si è impennato fino ai 120 mld di usd nel 2016. Le banche sono le principali finanziatrici di tale espansione (l’80% del volume totale proviene dal mondo bancario). Allo stesso tempo, il risparmio cinese circola più facilmente grazie a condizioni monetarie più accomodanti. Quest’ultimo fattore è fondamentale per il processo di trasformazione della struttura dell’economia cinese, sempre più improntata alla crescita della domanda interna e dei servizi. Il settore terziario continua a crescere a un ritmo (7,5% annuo) superiore a quello del Pil (6,5%).

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