I mercati d’estate, un imprevisto ottimismo

i mercati d'estate, un imprevisto ottimismo

 

Nonostante aspettative tutt’altro che ottimistiche dopo la Brexit, l’estate ha visto la realizzazione di nuovi record degli indici Usa e una crescita complessiva dell’Msci World, che è tornato in territorio positivo dall’inizio dell’anno, dopo una fase iniziale di perdite pesanti. E la volatilità è ai minimi.

I due mesi centrali dell’estate, luglio e agosto, hanno visto un andamento decisamente sorprendente, se consideriamo le premesse, culminate con il panico generato dalla Brexit a fine giugno. Da allora vi è stata infatti prima una ripresa fenomenale dei corsi azionari e poi ad agosto una forte stabilizzazione, tanto che il mese appena concluso sull’azionario statunitense è risultato il mese meno volatile da 20 anni. Vale la pena dare un’occhiata a qualche semplice dato per avere un’idea di quanto successo: se prendiamo l’indice Msci World, che racchiude circa l’85% della capitalizzazione (intesa in termini di free-float) dei 23 maggiori mercati sviluppati fra Nord America, Europa, Asia e Oceania, vediamo che esso è salito  del 4% circa nel periodo che va dal 30 giugno al 31 agosto. È interessante notare che l’estate è coincisa con un cambio di rotta che ha portato questo indicatore in territorio positivo dall’inizio dell’anno: infatti la performance dalla fine del 2015 risultava a fine agosto pari a +3,41%. Se poi andiamo a considerare l’andamento nelle prime settimane di questo 2016 scopriamo che dalla fine del 2015 ai minimi della correzione di metà febbraio era stato lasciato sul terreno il 12,3%: di conseguenza la ripresa è stata decisamente molto forte.

Va inoltre considerato un altro elemento: all’interno di questa fenomenale forza del complesso aziendale globale, almeno in termini di fiducia da parte degli investitori, vi sono state notevoli e sorprendenti divergenze geografiche, che si possono così riassumere: nel mondo sviluppato, come quasi inevitabilmente succede quando l’aria si fa pesante, a mostrare le migliori performance sono stati gli Stati Uniti. Al netto dell’equity americano, infatti, il +3,41% del Msci World nei primi otto mesi del 2016 si trasforma in un -0,36%. A deludere sono stati infatti i mercati europei e giapponesi, su cui tante aspettative erano state riposte nell’ultimo biennio. Il primato statunitense si nota, sia a livello di big cap (+6,1% l’S&P 500 a fine agosto, secondo i dati forniti da BlackRock), sia ancora più nelle small cap (+10% il Russell 2000).

È interessante notare che nel mondo emergente il ritorno dell’appetito per il rischio da parte degli investitori internazionali è stato ancora più intenso: sempre secondo i dati forniti da BlackRock nei primi due terzi dell’anno, le azioni dei paesi in via di sviluppo hanno fornito un rendimento ancora più lauto: il principale indice di questa asset class, l’Msci Emerging markets, è cresciuto del 15,5% con l’Msci Asia ex-Japan che invece è andato su del 10,9%.

Ciò comporta che finora nel 2016, soprattutto se si considera la relativa debolezza del dollaro, a dare le maggiori soddisfazioni sono state soprattutto le aziende degli emergenti considerati più fragili, quali i grandi produttori di materie prime. Questo fenomeno va affiancato all’eccellente performance delle small cap americane, definizione in cui si trovano molti titoli di comparti ad alta intensità tecnologica.

Essenzialmente che cosa vuole dire tutto ciò? Che gli investitori sono per il momento usciti dalla paura di un ritorno a una devastante recessione mondiale, andando quindi a investire su comparti relativamente rischiosi, che tendono ad amplificare i movimenti al ribasso nelle fasi di crisi. In questo senso l’estate appena trascorsa ha visto un andamento praticamente opposto all’anno scorso: fu proprio nell’agosto del 2015 che scoppiarono i primi focolai di quella che rischiava di essere una nuova crisi globale.

È interessante notare che tutto questo ottimismo, specialmente verso Usa ed emergenti, viene espresso proprio in un momento storico in cui entrambe le aree mostrano il minore differenziale positivo di crescita economica con l’Europa, la cui ripresa prosegue in maniera blanda ma stabile. Quest’ultima infatti, a livello di investimento azionario, paga il grande peso che il sistema bancario, che in molte realtà europee (non solo del sud) è in condizioni tuttora difficilissime, vanta in molti indici continentali; incide anche una minore spinta al dinamismo innovativo da parte delle aziende del Vecchio continente.

Comunque, come si può capire, le dinamiche di crescita del Pil rimangono molto basse. Basti pensare al tripudio con cui è stato accolto da parte dei mercati il suggerimento di Janet Yellen secondo cui ormai le condizioni rendono più probabile un nuovo rialzo dei tassi da parte della Fed: come dire che l’economia si sta rafforzando. La stagnazione recente, infatti, ha portato anche a un andamento decisamente debole dei profitti corporate: nei potenti ed efficienti Usa nel secondo trimestre del 2016 le aziende dell’S&P 500 hanno registrato il quinto calo su base annuale di fila, qualcosa che non succedeva dal 2008-2009.

In pratica le elevate quotazioni dell’equity si giustificano attualmente solo grazie ai rendimenti infimi del reddito fisso, sostenuto dall’azione delle banche centrali. È ovvio che in futuro, se si vuole continuare a ottenere rendimenti reali positivi consistenti sulle borse, sarà necessario che i temi ad alta crescita su cui tutti puntano si traducano in realtà. Nel frattempo magari non sarebbe una cattivissima idea comprare strumenti di protezione dai rischi di nuovi cali, visto anche che la ritrovata calma ha reso questa strategia estremamente economica.

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