Obbligazionario paesi emergenti

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E-commerce. I giganti dell'America e dell'Asia

 

Un’inaspettata ripresa.

Fino a pochi mesi fa questa asset class risultava una delle più pericolose e tutti puntavano sull’Europa. Oggi il quadro sembra completamente cambiato e la ricerca di rendimento da una parte e la ripresa degli emerging market dall’altra hanno rilanciato questi bond

«Nonostante potenziali battute d’arresto già evidenziate, i nostri strategist ritengono che il quadro di lungo periodo per le valute e il debito in valuta locale dei mercati emergenti sia positivo. Rispetto alle obbligazioni dei paesi sviluppati, il potenziale profilo rischio/rendimento dei bond in valuta locale appare ora più interessante». Queste semplici parole di Luca Gianelle, client portfolio manager multi-asset di Russell Investments, introducono in maniera molto chiara il tema delle obbligazioni degli emerging market.

Fa comunque una certa impressione sentire pronunciare simili frasi, visto che solo pochi mesi fa le prospettive di tutto ciò che era legato ai mercati dei paesi in via di sviluppo sembravano a dir poco pessime. La fine del ciclo delle materie prime, legato indissolubilmente al rallentamento cinese, consigliava gli investitori di posizionarsi su asset class meno rischiose, quali ad esempio l’azionario europeo, che avrebbe dovuto essere sospinto dalla ripresa continentale. Invece nei primi due terzi dell’anno il Jp Morgan Embi Index, uno dei maggiori benchmark del settore, ha fornito un rendimento complessivo in dollari di circa il 14,4%.

Per capire ciò che è successo e che potrebbe accadere, è necessario distinguere la fase contingente dai trend secolari. Per quanto riguarda il primo aspetto, va detto che il rimbalzo degli ultimi mesi non rappresenta nulla di strano: come spesso accade nei momenti di crisi, il mercato aveva scontato uno scenario da disastro epocale, che aveva spinto i rendimenti delle obbligazioni a due-tre anni dalla scadenza denominate in dollari intorno alla soglia del 6,5-7%. Attualmente il Jp Morgan Embi Index quota rendimenti al di sotto del 5%: sostanzialmente sei-sette mesi fa si poteva fare soldi su questa asset class semplicemente puntando sul non avvio di un processo catastrofico di default a catena.

Più interessante appare il discorso riguardante i trend secolari. In questo caso ci viene in aiuto un semplice ragionamento esposto da Andreas Utermann  di Alianz Global Investors: «Gli investitori istituzionali di tutto il mondo, e in particolare quelli europei, hanno bisogno di rendimento. Basti pensare agli obblighi cui dovranno fare fronte nei prossimi decenni i fondi pensione. Il quadro legislativo è spesso abbastanza restrittivo nei confronti di queste entità, obbligandoli a investire una quota significativa dei propri attivi in obbligazionario.

Collocare questo denaro in titoli di stato di paesi avanzati, però, oggi significa andare incontro a rendimenti reali negativi». Aggiungiamo noi che anche nei casi in cui una maggiore allocazione azionaria sia possibile, questa scelta potrebbe ormai non essere più particolarmente consigliabile, viste le quotazioni di molti listini e considerato che gli utili aziendali stentano a decollare. Allora dunque non rimangono moltissime scelte: una è l’high yield americano, l’altra l’obbligazionario emergente.

In particolar modo ultimamente la liquidità sembra che stia tornando anche sulle emissioni in valuta locale. Le divise delle maggiori economie emergenti, Cina a parte, hanno infatti visto una notevole ripresa contro dollaro nel corso del 2016. Anche in questo caso probabilmente si è trattato di un processo di ricalibrazione, dopo un 2015 e un inizio 2016 da panico: tradizionalmente le fasi di rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve statunitense coincidono con un andamento negativo per il debito dei paesi in via di sviluppo essenzialmente perché di solito ciò implica un’economia relativamente più sana in Usa e perché i rendimenti che si possono ottenere negli Stati Uniti sono più interessanti.

Abbiamo visto poi come la Fed sia attualmente paralizzata dal terrore di sviluppare anche una minima politica monetaria restrittiva e come la crescita sia oggi negli Usa a uno dei livelli più tenui di sempre. Di converso dall’altra parte gli emergenti stanno cominciando a mostrare segnali di stabilizzazione, anche quelli più a rischio. Ad esempio Brasile e Russia nel 2017 potrebbero tornare a vedere un aumento del Pil. Molti governi, fra cui quello dello stesso Brasile e dell’India, appaiono impegnati in programmi di riforme che dovrebbero favorire una maggiore apertura e diversificazione dell’economia locale.

Al tempo stesso la Cina, nonostante forti differenze regionali e un sistema finanziario ancora fragile, non appare così male, con una crescita del Pil nominale che tiene. Tutti questi temi sono sintetizzati da Nadège Dufossé, head of asset allocation di Candriam Investors Group : «Il nostro atteggiamento sulle emissioni del debito dei paesi emergenti è positivo, tanto in valute locali, quanto in quelle forti, perché presentano un rendimento considerevole rispetto alle obbligazioni sovrane di numerose economie sviluppate. Da quando le principali banche centrali, Fed inclusa, hanno adottato una politica accomodante, la pressione sui costi di finanziamento delle economie emergenti è diminuita. Inoltre, i bilanci nazionali, che sono un indicatore importante per investire in queste aree, stanno migliorando. Anche la graduale riduzione delle pressioni deflazionistiche in Cina è incoraggiante».

Come dicevamo in apertura, suona strano sentire oggi queste parole da alcuni dei maggiori investitori istituzionali del mondo; non è la prima volta, e non sarà certo l’ultima, che i mercati ribaltano gli scenari velocemente.

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