Consumi, il vero pilastro della crescita

In un mondo che stenta a trovare la via della ripresa, le vendite stanno dando in tutto il mondo risultati inaspettatamente positivi. E per il futuro qualche margine di miglioramento dovrebbe ancora esserci

 

Negli ultimi anni si è verificato un chiaro trend sui mercati mondiali e all’interno dell’economia reale: una chiara sovraperformance dei consumi, sia pubblici sia privati, rispetto agli investimenti. Intendiamoci: non si parla di numeri stratosferici, però quel poco di crescita che c’è sul pianeta è stato determinato da una domanda privata meno anemica rispetto a quanto si potesse immaginare qualche anno fa. Ciò è vero in economie ad alta crescita come la Cina e gli Stati Uniti, dove comunque gli stipendi crescono di oltre il 2% all’anno e ogni mese l’occupazione aumenta di 150-200 mila unità, ma anche in Europa dove comunque la ripresa è stata guidata da aumenti sorprendenti in comparti come l’auto.

 

Nei prossimi anni il trend dovrebbe continuare, a meno di non vedere significativi peggioramenti dal quadro attuale. Una sintesi del fenomeno arriva da David Ross, gestore del fondo Echiquier Global di La Financière de l’Echiquier: «I consumatori globali rimangono in una condizione solida, per quanto non spettacolare. Siamo convinti che in futuro ci saranno pochi cambiamenti nell’andamento attuale, con le maggiori probabilità di sorprese positive che possono arrivare da Stati Uniti e America Latina, mentre le delusioni sono da attendere in economie come la Turchia, la Russia e il Sud-est Asiatico».

 

Intendiamoci: il quadro rimane complessivamente piuttosto fragile per ragioni strutturali, ben ricordate da Raj Shant, gestore del Bny Mellon Global Opportunities Fund: «Siamo cauti circa lo scenario complessivo per il settore dei beni di consumo. I consumatori in tutto il mondo devono affrontare le pressioni legate all’accumularsi del debito durante il super-ciclo del credito degli ultimi 30 anni. Le politiche che incoraggiano i risparmiatori a chiedere sempre più finanziamenti per aumentare sempre più i consumi rappresentano un palliativo economico di breve periodo. Così, infatti, si stimola la crescita nel presente, anticipando però i consumi del futuro e di fatto si creano passività, poiché il debito deve essere saldato e ripagato. Inoltre, i consumatori che si affidano a una rendita proveniente dagli interessi sui propri risparmi sono stati sottoposti a ulteriori pressioni dalle politiche di tassi zero o negativi delle Banche centrali».

 

Dunque in generale su questo variegato mondo agiscono due forze in contrasto fra loro: da una parte le politiche monetarie ultralassiste di questo decennio sono riuscite a generare un minimo di crescita economica, dall’altra gli effetti negativi da esse inneascati pregiudicano una ripresa più strutturale. In questo paradigma non appare neppure del tutto facile cogliere quali possano essere le migliori opportunità sui mercati. Sia nei beni di largo consumo, sia negli acquisti discrezionali il mercato è saturo e i consumatori sempre più esigenti.

 

Anche i mercati emergenti sembrano usciti dalla fase più primitiva del consumismo. Jürgen Maier, fund manager del team Equities, Cee & Global Emerging Markets di Raiffeisen Capital parlando dei consumi in India, che ha un Pil pro capite che è appena un quinto di quello cinese e un diciottesimo di quello italiano, afferma: «In India preferiamo aziende che operano in comparti caratterizzati da prezzi elevati e penetrazione ancora bassa come i beni per l’infanzia, le bibite basate sul latte e i succhi di frutta. Siamo invece cauti su quei segmenti a prezzi contenuti e penetrazione già elevata, quali saponi, detersivi e biscotti».

 

In tutto il mondo, infatti, il trend sembra evolvere, anche nei consumi di base, verso una maggiore qualità, piuttosto che verso una maggiore quantità. Non sorprende dunque che a fronte di consumatori parecchio esigenti, ormai anche in Cina, i temi di investimento dotati di margini di crescita apprezzabili non siano davvero tanti. E quei pochi appaiono in grado di monopolizzare il poco di crescita presente, giustificando in questa maniera i multipli elevati.

 

Non è improbabile che sui mercati si avrà un duplice fenomeno. Da una parte aumenterà sempre più la dispersione dei rendimenti, ossia le performance borsistiche messe a segno dalle sempre meno numerose aziende in grado di conquistare i mercati andranno a staccarsi in misura crescente da quelle del gruppo. Dall’altra parte probabilmente cresceranno la volatilità e le rotazioni tra settori: man mano che un comparto economico maturerà, la liquidità degli investitori andrà a spostarsi rapidamente verso altri lidi.

 

Per avere un’idea di questo fenomeno basta dare un’occhiata all’andamento dei corsi delle azioni dei due leader mondiali degli smartphone negli ultimi tre-quattro anni, cioè Apple e Samsung Electronics: di fatto non sono stati capaci di mettere a segno performance particolarmente entusiasmanti con fasi di rapido calo e multipli molto più bassi, nonostante gli ingenti profitti rispetto ai colossi dei social network e dell’e-commerce, considerati ancora in grado di fornire innovazioni in grado di allargare sempre di più la propria base di consumatori.

Dividendi, un’analisi della situazione in Europa e negli Usa

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Dividendo o crescita? Questa è la domanda che divide da sempre gli investitori nel momento della selezione dei titoli azionari da inserire nei portafogli. Alcuni investitori sostengono che le società non dovrebbero erogare dividendi, ma utilizzare tali risorse per ampliare e migliorare il proprio business. Altri pensano, al contrario, che la distribuzione del dividendo sia fondamentale per cementare la fiducia tra azionisti e impresa nel tempo.

Quando i venti non sono molto favorevoli ai mercati azionari e i rendimenti offerti dal segmento obbligazionario sono quasi nulli, la mente degli investitori cerca alternative valide. Una di quelle più in auge consiste nella ricerca di società solide che presentino un buon dividend yield (rendimento da dividendo).

L’ipotesi a supporto di questa opzione è che la quotazione del titolo di un’impresa capace di distribuire dividendi sia destinata a registrare una rivalutazione del prezzo o, nel peggiore dei casi, a non arretrare più della media del mercato. Tuttavia, non mancano coloro che attribuiscono alla distribuzione dei dividendi una valenza negativa, sostenendo che si tratta di società che non hanno progetti di crescita e non sanno bene che fare degli utili conseguiti.

In questa fase di mercato, uno degli attrattivi più interessanti offerti dalle azioni europee è il rendimento da dividendo, in particolare se lo si mette a confronto con le cedole che accompagnano la maggior parte dei titoli di Stato emessi dai paesi della regione e dai corporate bond emessi dalle società che possono contare su un rating investment grade. Il programma di acquisto titoli avviato dalla Banca Centrale Europea ha compresso ai minimi i rendimenti di queste due tipologie di obbligazioni e pilotato il differenziale tra dividend yield e rendimenti cedolari dei bond ai massimi storici nel Vecchio Continente.

Tuttavia, lo scenario dei dividend yield nel Vecchio Continente non è del tutto positivo perché lo sforzo compiuto dalle società per retribuire i propri azionisti si sta impennando. Stando ai dati in possesso di Bloomberg, le società facenti parte dell’indice Stoxx 600 impiegheranno l’88% degli utili realizzati nei prossimi dodici mesi per onorare lo stacco dei dividendi. Il ratio tra dividendi e utili è il più alto registrato dal 2002 e implica una crescita del 13% rispetto a quello archiviato nel 2015.

Il trend descritto non è esclusivo del mercato europeo. Secondo i dati elaborati da Barclays, le operazioni di riacquisto di titoli propri (buyback) e i dividend yield nel mercato statunitense hanno giustificato l’intera performance messa a segno dall’indice Standard and Poor’s nel 2015 e, con ogni probabilità, il dato si ripeterà nel 2016.

In siffatto scenario, l’investimento in dividendi non è semplice a causa degli elevati livelli di payout (percentuale di utili necessaria a coprire i dividendi erogati) e ai problemi legati alla sostenibilità dei dividendi nel medio termine (derivante dalle difficoltà emerse nel conseguimento degli utili). Il problema principale per le società europee risiede proprio nella debolezza riscontrata nella crescita degli utili. Nell’ultimo anno, le prospettive di utili per le società facenti parte dell’indice Stoxx 600 evidenziano un calo del 19%.

Per questi motivi, assume rilevanza particolare la selezione dei titoli che potranno essere in grado di rendere sostenibili le rispettive remunerazioni da dividendo. Secondo la maggior parte degli analisti, due settori che saranno messi a dura prova dal nuovo contesto di riferimento sono l’energetico e il bancario. Secondo il team di Ubs, le probabilità che le aziende operanti in questi due settori operino un taglio del dividendo sono, rispettivamente, del 28,8% e del 26,8%. Le attese sono per una riduzione del dividend yield dell’8% nel settore energy e del 5% per quello bancario. In altre parole, i settori più castigati sono quelli legati all’andamento del ciclo economico (per la stessa ragione, un altro comparto in difficoltà dovrebbe essere quello delle utilities).

Nel caso delle banche, i dividendi offerti dagli istituti di credito sono in media vicini al 5%, uno dei livelli più alti dal 2012. I timori degli analisti si concentrano sulle pressioni esercitate dai tassi zero sui margini che queste società ottengono nel business bancario tradizionale e sulla rivoluzione che sta interessando il settore a tutti i livelli di business. I dividend yield offerti dalle grandi banche del Vecchio Continente sono poco abituali e il settore potrebbe essere tra i primi a dover annunciare un taglio dei dividendi. Tuttavia, il trend di riduzione del dividend yield non interesserà tutto il settore e dovrebbe coinvolgere in particolare gli istituti europei alle prese con il consolidamento dei propri bilanci (banche italiane in testa).

Se volgiamo lo sguardo al mercato Usa, i dati dimostrano che il rendimento da dividendi e le operazioni di buy back sono stati determinanti per le performance dei titoli che meglio si sono comportati negli ultimi anni

Negli ultimi anni a Wall Street le società che hanno offerto elevati dividendi sono anche quelle che si sono comportate meglio all’interno dell’indice Standard and Poor’s 500. Il contesto di tassi d’interesse ai minimi storici ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare questo scenario. Questi risultati hanno spinto molti investitori a considerare i titoli di rischio molto più attraenti rispetto ai Treasury e ai corporate bond.

Nel primo trimestre del 2016, le società con i dividend yield più alti producevano una performance totale del 4,8%, mentre le società con i dividend yield più bassi o nulli registravano una performance negativa pari a -3,9%. Questa netta inversione di tendenza potrebbe suggerire che gli investitori stanno riconoscendo l’importanza dei dividendi in un contesto di bassa crescita.

L’appetito per l’income –spostandosi dal segmento obbligazionario a quello azionario ‘dividend yield’, ha spinto verso l’alto le quotazioni di questo gruppo di società. Fino a questo momento il trend è stato quello appena descritto, ma ora, con la prospettiva di un rialzo del costo del denaro da parte della Federal Reserve, si impone una revisione della strategia.

Per altro verso, se si osservano meglio i fenomeni che hanno caratterizzato l’andamento del mercato azionario statunitense negli ultimi anni, si nota che il supporto alle azioni non è limitato solo alla presenza di tassi ai minimi, ma anche dalle operazioni di acquisto di azioni proprie (buyback). Difatti, il dividend yield degli indici Usa è stato inferiore a quello di molti mercati europei. L’indice Standard and Poor’s 500, per esempio, registra un dividend yield del 2,2%.

Petrolio, un rialzo utile per tutti

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Il ritorno sopra 50 dollari al barile per il greggio è positivo sia per i paesi produttori, sia per i mercati sviluppati. Ma quota 60, che sarebbe l’ideale per tutti, non è certo dietro l’angolo.

Come si può evincere da un qualsiasi grafico sul future del Wti e del Brent, il petrolio ha vissuto una robusta ripresa a partire dai minimi dello scorso luglio. Se ci limitiamo a osservare il greggio americano, ossia il contratto future sul prodotto estratto nell’ovest del Texas per essere consegnato nel polo di raffinazione di Cushing in Oklahoma (appunto il Wti), vediamo che dalla fascia bassa di 40 dollari è passato sopra 50. Lo stesso vale per il future sul Brent estratto nel Mare del Nord.

Come spesso è accaduto nella storia di questa risorsa naturale, una grossa spinta l’hanno data le decisioni politiche: ad Algeri infatti i paesi membri dell’Opec hanno raggiunto un accordo per tagliare la produzione. A esso ha fatto seguito il 10 ottobre un incontro fra Russia e Arabia Saudita da cui è risultato un generico impegno a fare altrettanto. Questi due colossi energetici, i cui rapporti sono pessimi non solo per questioni di greggio (essenzialmente si trovano regolarmente dalla parte opposta negli scontri etnici-religiosi che caratterizzano il Medio oriente), finora non sono mai riusciti a trovare un terreno comune per limitare l’eccesso di produzione.

Notoriamente a rompere le uova nel paniere è stata l’ascesa del petrolio di scisto, nonché di altre qualità, sul territorio statunitense, la cui produttività è aumentata enormemente negli ultimi anni, grazie a straordinarie innovazioni tecnologiche. Tanto per dare un’idea di quanto l’America sia tornata a essere un player fondamentale in questa risorsa, l’ufficio studi di BlackRock mostra come vi sia una correlazione negativa quasi perfetta fra prezzi del Wti e il livello di scorte nel paese stimato dall’Energy industry administration: queste ultime dal 2014 continuano a salire e sono passate da 28 giorni dell’epoca agli oltre 32 odierni, un livello che si era visto solamente durante la crisi del 2009.

In Usa in un anno il numero di pozzi trivellati è sceso di circa un terzo: questa diminuzione però ha riguardato soprattutto asset decisamente marginali e nel complesso la produzione Usa in media è calata a poco più di 8,7 milioni di barili al giorno dai circa 9,4 del 2015: come si può vedere una diminuzione decisamente modesta. A livello planetario, poi, oltre alle azioni di forza di Arabia Saudita e Russia, impegnate a tentare di produrre il più possibile per colpire i concorrenti, bisogna aggiungere le guerre competitive di altri produttori di petrolio. Ad esempio Goldman Sachs stima che Libia, Nigeria e Iran, i tre paesi Opec esclusi dal taglio di Algeri, attualmente producano 500 mila barili al giorno in più rispetto alle stime degli analisti. Così complessivamente a ottobre la produzione dei membri Opec risulta in crescita di 200 mila barili al giorno, mentre quella dei produttori non membri del cartello è a +900 mila giornalieri.

In pratica, come si può capire per i corsi di questa importantissima risorsa, è fondamentale che tenga un accordo politico fra le parti per fare fronte a un’avanzata tecnologica sempre più imponente e al ritorno sui mercati di player come l’Iran. Ad esempio il team di analisti di Goldman Sachs ha qualche dubbio in proposito, vista la storia pregressa di accoltellamenti alla schiena fra produttori. L’obiettivo di prezzo di Goldman per l’inizio del 2017 è a circa 52 dollari al barile per il Wti. Questo valore rappresenta sicuramente un miglioramento rispetto alla fascia della parte bassa dei 40 dollari di inizio anno e di questa estate, anche se l’ideale per i produttori sarebbe riuscire ad arrivare almeno a 60.

Infatti è cosa risaputa che per molte nazioni negli ultimi anni la dipendenza dall’oro nero è diventata ancora più forte e i corsi devono restare alti per fare fronte alle necessità di popolazioni in crescita e con richieste sempre più pressanti. Complessivamente un ritorno sopra 60 dollari aiuterebbe però anche i mercati finanziari: infatti, sebbene possa apparire controintuitivo, corsi petroliferi troppo contenuti si rivelano una iattura per i mercati. Innanzitutto viene ovviamente danneggiata la redditività dei produttori, che rappresentano anche in occidente un pezzo importante delle piazze azionarie e  obbligazionarie. Ad esempio in Usa ormai oltre il 16% delle emissioni high yield legate alle materie prime è in default, a fronte del 2,6% registrato dal resto degli emittenti. Inoltre ovviamente soffrono i profitti delle aziende del comparto: negli ultimi cinque anni infatti l’energia è in assoluto il segmento dell’S&P 500 che peggio ha performato, guadagnando solo qualche risicatissimo punto percentuale, cui però vanno aggiunti dividendi che per anni sono stati ricchi.

Last but not least i paesi produttori sono importanti consumatori e investitori sui mercati finanziari occidentali. Da questo punto di vista Richard Turnihill, chief investment strategist di BlackRock è ottimista: «Vediamo nel futuro prezzi del petrolio più elevati e ciò dovrebbe rendere le prospettive per gli asset rischiosi migliori rispetto a quelle di investimenti considerati rifugi sicuri, quali i titoli di stato».

In effetti livelli più elevati delle materie prime comportano anche tassi di inflazione più alti, un elemento che raramente favorisce il reddito fisso governativo. Un simile passaggio, da Bund e Treasury, per fare un esempio, a corporate high yield e azioni, provocherebbe comunque sconquassi e volatilità sui mercati e conseguenze economiche di non facile lettura in un mondo la cui tenue crescita dipende da tassi di interesse nulli. Inoltre, come si può vedere, la ripresa del greggio è dovuta soprattutto a manovre politiche, che in passato spesso si sono rivelate fragili. È vero che la disperazione spesso fa 90, ma è altrettanto indubbio che non vi sono particolari ragioni di fondamentali economici per riavere il petrolio molto al di sopra della soglia di 40, tanto meno a 60.

A caccia di valore negli Em bond

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I mercati obbligazionari dei paesi emergenti sembrano aver appreso la dura lezione derivante dalla crisi asiatica di fine anni ‘90

Fatte salve le inevitabili differenze che caratterizzano il vasto universo dei mercati emergenti, si può con certezza affermare che la maggior parte di questi paesi ha accumulato quantità crescenti di riserve di divisa estera e registra una minore dipendenza dalle emissioni di titoli di debito a breve scadenza (soprattutto per la quota di debito denominata in divise forti).

In generale, i paesi emergenti provvisti di fondamentali solidi –saldi fiscali e della bilancia delle partite correnti positivi- sono molto più resistenti ai cambiamenti intervenuti in materia di tassi d’interesse. A marzo del 2015, quando la Federal Reserve lanciò le prime avvisaglie sull’avvio di un lento processo di normalizzazione della sua politica monetaria, i paesi emergenti con un saldo delle partite correnti più in salute riuscirono a contenere la svalutazione delle rispettive divise (rispetto a quanto accaduto in quei paesi alle prese con la gestione di squilibri della bilancia delle partite correnti).

Due esempi di paesi con i conti da correggere: Turchia e Brasile

Il tentativo di colpo di Stato avvenuto il 15 luglio dell’anno in corso ha generato una caduta immediata del 4,8% del valore della lira turca nel cross con il dollaro Usa. Il 20 luglio l’agenzia di rating Standard and Poor’s ha rivisto al ribasso il livello di affidabilità creditizia dei titoli di debito denominati in lire turche a BB+, ratificando il suo outlook negativo. Dopo l’annuncio del downgrade, la lira turca ha lasciato sul terreno un altro 1,1% fino a quota 3,0755 usd. La Turchia presenta il più elevato deficit delle partite correnti tra i paesi emergenti (-4,5% del Pil a luglio 2016) e può fare affidamento su un’accumulazione di riserve di valuta estera relativamente basse. Ogni scossone di natura politica –interna ed estera- non potrà che avere ripercussioni negative sui titoli di debito in lire turche e sull’andamento della quotazione della valuta locale.

Il Brasile è un altro paese emergente che ha vissuto momenti difficili a causa della situazione poco equilibrata dei conti pubblici. Il paese sudamericano è tra quelli che hanno impiegato più tempo ad avviare il processo di ribilanciamento esterno. Finalmente è in corso, con la sua bilancia dei pagamenti in forte miglioramento. Insieme agli sviluppi politici, il miglioramento trova adesso riscontro più evidente nei prezzi degli asset. Tuttavia, in seguito al recente rally nel mercato obbligazionario brasiliano, quest’opportunità sta cominciando a venire meno.

Negli ultimi anni, l’America Latina è stata l’area più vulnerabile all’incremento dei tassi d’interesse statunitensi. Nei paesi dell’area, i deflussi di capitali sono più esacerbati a causa del rapido deterioramento del quadro economico e politico nei momenti di maggiore stress finanziario. Un’altra ragione di questa maggiore reattività è che i mercati finanziari latinoamericani sono più liquidi rispetti ad altri mercati emergenti, con titoli più facilmente liquidabili nelle fasi di maggiore stress.

Cina, il motore principale dei ritorni offerti dal debito emergente

La decelerazione dell’economia cinese sembra essere già stata scontata dai mercati durante i primi mesi del 2016. La solidità dello yuan è una variabile chiave per la stabilità delle monete e dei bond emergenti. La maggior parte degli esperti sostiene che sia poco probabile che la Banca centrale cinese abbia buoni motivi per deprezzare la divisa locale. Da grande importatore quale è, il paese ha scarsi incentivi a deprezzare lo yuan perché prezzi all’importazione più alti provocherebbero un deterioramento della bilancia delle partite correnti.  Pechino ha un forte surplus commerciale e la quotazione della sua valuta tenderebbe ad apprezzarsi perché l’ammontare di yuan domandati per pagare gli esportatori supererebbe le riserve internazionali di cui necessita per pagare le importazioni. Questi motivi, almeno nel breve termine, giocano a favore della riduzione del rischio insito nell’investimento in valute emergenti.

Gli shock esterni

Lo shock più temuto per gli emerging bond è legato all’evoluzione del dollaro Usa. Un rafforzamento eccessivo del biglietto verde comporterebbe seri problemi per tutti gli emittenti –pubblici e privati- che hanno accumulato enormi quantità di debito denominato in usd con l’obiettivo di abbassare i costi di finanziamento. I paesi più indebitati in usd (Turchia, Sudafrica e Messico) sarebbero i primi a essere interessati negativamente dai rialzi della Fed e dal successivo apprezzamento dell’usd. Al contrario, gli esportatori più virtuosi localizzati nei paesi emergenti beneficerebbero dell’aumento di competitività e della domanda interna negli Usa. Rispetto al passato, alcuni fattori tendono a limitare gli effetti di potenziali shock esterni: la minore inflazione negli Em permette l’adozione di una politica monetaria più flessibile; le quotazioni dei titoli di stato emergenti continua a mantenersi interessante rispetto ai titoli corporate Em, lasciando ampi spazi di manovra ai Governi che hanno bisogno di raccogliere finanziamenti.

Conclusione

I fondamentali macro dei paesi emergenti sono più solidi rispetto a quelli presenti alla fine degli anni ’90. Il contesto internazionale di bassi tassi d’interesse continuerà ad alimentare la domanda di assets più rischiosi (e quindi anche di Emerging bond).

Fonditalia Constant Return

ll prossimo 19 ottobre partirà il collocamento di Fonditalia Constant Return, il nuovo comparto di Fonditalia bilanciato flessibile sviluppato in collaborazione con Nordea Asset Management che punta ad una generazione stabile di valore nel tempo.

Fonditalia Constant Return é una soluzione per accedere ai mercati tenendo conto dell’attuale contesto nel quale permangono buone opportunità di investimento. Si tratta di una soluzione che presenta forti elementi distintivi e che mira a preservare il capitale offrendo una crescita stabile nel tempo investendo a livello globale in azioni, obbligazioni e strumenti del mercato monetario denominati in varie valute.
Il comparto è caratterizzato da una gestione attiva dell’asset allocation e del cambio, abbinata ad un’ampia diversificazione di portafoglio e ad una gestione attenta del rischio, elemento fondamentale del processo di investimento.

10° emissione di Btp Italia

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Al via la decima emissione promossa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze relativa al Btp Italia.

Come per le precedenti emissioni Fideuram aderisce all’iniziativa.

Il collocamento del titolo avverrà dal 17 al 20 ottobre 2016 (compresi) salvo chiusura anticipata e sarà articolato in due fasi: la prima fase, dal 17 al 19 ottobre, riservata agli investitori retail, la seconda fase riservata agli investitori istituzionali il giorno 20 ottobre.

Ricordiamo che si tratta dell’emissione di un titolo di Stato che viene indicizzato all’inflazione italiana (Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati – FOI, senza tabacchi).

La durata del titolo è di otto anni e le cedole sono semestrali.

Chi acquista il BTP Italia  durante la Prima Fase di collocamento e conserva il titolo fino alla scadenza (24 ottobre 2024) potrà avere anche un premio fedeltà del 4 per mille lordo sul valore nominale dell’investimento.

Aggiornamento settimanale sui mercati

Settimana contrastata per i mercati tra dati negativi e prospettive rialzo dei tassi US a dicembre

 

Protagonisti della settimana:

  • Banche Centrali
  • Petrolio
  • Dati macro-economici

 

Le Borse internazionali hanno aperto la settimana all’insegna della debolezza per poi volgere al rialzo sulla scia del petrolio, dopo che Arabia Saudita e Russia hanno espresso ottimismo sul raggiungimento di un accordo per un taglio della produzione di greggio tra i principali Paesi produttori. I mercati hanno tuttavia ripiegato al ribasso nelle giornate successive, dopo la pubblicazione dei primi dati sugli utili trimestrali US, usciti sotto le attese. Nella giornata di giovedì, inoltre, la spinta al ribasso è arrivata dal dato negativo sulle esportazioni cinesi e dalla Fed. Dal verbale dell’ultima riunione del FOMC del 20 e 21 settembre è infatti emerso un ormai prossimo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale americana, con molta probabilità a dicembre; dunque, ai timori per l’imminente stretta monetaria negli Stati Uniti si sono aggiunte le preoccupazioni per la congiuntura globale, dopo che il dato sull’export della Cina ha mostrato una marcata flessione a settembre, contraendosi del 10% a/a (vs. -2.8% precedente e -3.3% atteso). Solo in chiusura di settimana si è osservato un marcato rimbalzo delle Borse, di quelle europee in particolare, insieme al rialzo delle materie prime, dopo che i dati sull’inflazione in Cina hanno segnalato una ripresa dei prezzi, attenuando così l’impatto negativo del dato sulle esportazioni e ridando fiducia al mercato. Sono invece scesi lo Yen e gli asset considerati meno rischiosi.

 

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana un lieve rialzo dei tassi sulle curve benchmark americana e Euro su tutte le scadenze; guardando al movimento dei tassi in un mese, entrambe le curve sono state interessate da uno spostamento verso l’alto che ha interessato principalmente la parte a lungo termine. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund si sono ridotti in settimana, fatta eccezione per gli spread Spagna-Germania e Grecia-Germania. Con riferimento al Credito, si è registrato una riduzione degli indici CDS, fatta eccezione per il comparto delle obbligazioni Corporate.

 

Paesi emergenti, non solo i leader

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Quando si parla di emerging market, normalmente si pensa ai cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, ma in questa asset class troviamo altri listini in realtà spesso solo apparentemente periferici, dall’elevato potenziale di sviluppo. Ma è necessario partire da un punto importante: complessivamente negli ultimi 20 anni l’azionario emergente ha fornito prestazioni deludenti rispetto alla sua controparte sviluppata. Se analizziamo infatti i rendimenti forniti dal Msci emerging markets total return (inclusi quindi i dividendi reinvestiti) e quelli del Msci world total return, che include le borse di nazioni sviluppate, si vede che attualmente il rendimento complessivo dell’equity in via di sviluppo è stato solamente circa il 90% di quanto dato agli investitori dalle economie avanzate.

A questo risultato si è arrivati con un andamento fortemente diseguale in questi anni: a fine 1999, all’apice della bolla di internet, i guadagni totali forniti dall’Msci Em erano solo il 60% di quelli dei paesi più avanzati, a causa della terribile crisi del 1997-1998. Da lì in poi c’è stata una ripresa staordinaria durata fino al 2011 e appena scalfita dal collasso del 2008-2009: all’apice della bolla di cinque anni fa il rendimento complessivo dal 1996 del benchmark emergente era pari a più del 150% di quello dei listini sviluppati. Da lì in poi hanno fatto seguito cinque anni disastrosi da cui gli emerging si stanno riprendendo solo adesso. Questa introduzione è per dire che l’asset class che va sotto il nome mercati emergenti è un insieme difficile, che va affrontato con una selettività particolarmente alta e stando molto attenti al punto del ciclo in cui si va a intervenire.

Ad esempio l’Indonesia è un caso standard: la nazione si inserisce nel contesto di crescita di produttività e consumi del Sud-est asiatico, un’area del mondo caratterizzata da popolazione giovane che prima o poi dovrebbe raggiungere gli standard di vita dei paesi più a nord nell’area. Il mercato azionario è molto volatile e dipendente dal capitale straniero, ma negli ultimi cinque anni è andato in controtendenza crescendo in maniera notevole.

A ciò però ha fatto da contraltare una valuta che, ai minimi, si era quasi dimezzata contro il dollaro rispetto ai massimi del 2011. In questo 2016, però, la rupia indonesiana si è rafforzata, permettendo addirittura alla Banca centrale di abbassare i tassi al minimo storico. La fiducia è tornata anche grazie al pacchetto di riforme fortemente voluto dal presidente Joko Widodo, che dovrebbe favorire la crescita potenziale del paese. Negli ultimi anni infatti l’Indonesia aveva subito una cosiddetta “recessione della crescita”, con l’incremento del Pil sceso sotto il 5%. I primi risultati cominciano già a vedersi.

Un caso simile e al tempo stesso diverso è quello delle Filippine, paese fra i più arretrati del Far east, che però negli ultimi anni ha preso a correre come non mai nella propria storia. La popolazione è una delle più giovani dell’Asia e la realtà locale una delle più bisognose di infrastrutture. Il mercato azionario attuale, uno dei più cari dell’Asia, sta comunque subendo una correzione, mentre il peso, la divisa locale, è ai minimi degli ultimi sette anni.

La controversa azione del nuovo presidente Duterte ovviamente ha creato nervosismo fra gli investitori internazionali, ma resta il fatto che i pilastri di una nazione che negli ultimi anni ha mostrato il Pil in rialzo di oltre il 6% all’anno rimangono forti. Siamo dunque di fronte a una tipica growth story che coinvolge l’intero paese e per il quale vale la pena pagare qualche multiplo in più. Interessante al proposito il commento di Jason Pidcock, gestore di Jupiter Asset Management: «La giovane classe media filippina è in rapida espansione. Nell’ultimo triennio, il reddito annuo disponibile è aumentato del 14% all’anno e la fascia di lavoratori che guadagna oltre 5 mila dollari americani è salita, passando dal 6% nel 2005 al 21% nel 2013. Mi aspetto che questi trend continuino, poiché l’economia nazionale continua a scalare posizioni nella catena del valore. Gli elementi di attrazione delle Filippine sono indubbi, tuttavia, per un investitore azionario, la questione fondamentale è se nel paese ci siano aziende interessanti e ben gestite sulle quali investire. La risposta è che, sebbene questo mercato in via di sviluppo non abbia la stessa profondità di altri simili, vedo comunque numeri che soddisfano i miei criteri di investimento e ho in portafoglio tre aziende che penso siano rappresentative dei consumi interni e che, prese nel complesso, offrono un’esposizione a diversi settori dell’economia».

Interessante, più a nord, Taiwan, una realtà che fra i paesi emergenti, se escludiamo le nazioni petrolifere del Golfo, vanta il secondo Pil pro capite più alto in termini nominali, dietro quello della Corea del sud, con un valore del 20-25% circa inferiore all’Italia (a parità di potere d’acquisto è invece ben sopra la media europea). Taiwan presenta dinamiche sociali, demografiche e tecnologiche da paese avanzato, tanto che il suo mercato azionario è da anni sull’orlo della promozione da parte di Msci. L’elemento interessante è che l’indice di Taipei non ha ancora superato i massimi della seconda metà degli anni 90. Ciò per una serie di ragioni che riguardano la composizione del mercato e dell’economia locali. Infatti Taiwan vanta una forte presenza di società di componenti elettronici, soprattutto microchip, spesso in posizione di leadership mondiale. Si tratta però di aziende più piccole rispetto ai colossi giapponesi, coreani e statunitensi (e ora cinesi), che spesso hanno scarso potere contrattuale in termini di prezzi. Il ciclo dell’It degli ultimi anni si è rivelato però una cuccagna per le società taiwanesi, che presentano peraltro meno problemi di governance rispetto alle omologhe coreane, tanto da far dire a Matthew Vaight, gestore del M&A Asia e del M&G Global Emerging Markets: «A causa dei rischi e della volatilità oggi associati alla Cina, ci sentiamo più a nostro agio ad accedere al mercato cinese attraverso i suoi vicini, Corea del Sud e Taiwan. Entrambi i paesi sono strettamente legati all’economia cinese e per questo le loro valutazioni sono state colpite. Tuttavia, in mercati come quello di Taiwan c’è maggiore visibilità rispetto alla profittabilità e la questione della governance non è un problema».

In pratica per orientarsi su questa asset class è assolutamente fondamentale riuscire a entrare in un momento di solido ciclo positivo in termini di profitti e di crescita economica, possibilmente a cifre non assurde: l’azionario emergente è per certi versi il campo di battaglia per testare una strategia “growth at reasonable value”. Consci però del fatto che alcuni emerging potrebbero non emergere davvero mai e andare incontro a crisi serie.

Occhi puntati sulla Fed: crescono le attese per un rialzo dei tassi US entro fine anno

Aggiornamento settimanale sui mercati

 

Protagonisti della settimana:

  • Banche Centrali
  • Petrolio
  • Dati macro-economici

Nel corso della scorsa settimana gli investitori sono tornati a focalizzare l’attenzione sulle Banche Centrali e sulle prospettive di politica monetaria nelle principali aree. In particolare, il mercato appare sempre più orientato nella direzione di un possibile rialzo dei tassi da parte della Fed entro fine anno. I dati US pubblicati in settimana sui settori manifatturiero e dei servizi, nonché quelli giunti dal mercato del lavoro, hanno contribuito ad alimentare tali aspettative, segnalando come l’economia americana sia sufficientemente forte da garantire un rialzo dei tassi di interesse. Le indiscrezioni circolate in settimana ma subito smentite sulla possibilità che la BCE decida di ridurre il QE hanno generato instabilità sulle Borse europee. La BCE ha tuttavia confermato giovedì scorso i termini del suo programma, fugando qualsiasi dubbio al riguardo. Ad alimentare le incertezze degli investitori è stato inoltre l’annuncio da parte del Primo Ministro britannico Theresa May di voler avviare le procedure di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ad inizio del prossimo anno, con il conseguente crollo della Sterlina. Di contro, ha fornito supporto ai mercati il rialzo del petrolio che in settimana ha raggiunto i 50 USD/barile e trascinato al rialzo i listini azionari; sono scesi invece Yen e oro. In chiusura di settimana, i mercati azionari hanno ripiegato nuovamente al ribasso dopo la pubblicazione del dato sulla variazione dei salari non agricoli, uscito sotto le attese di consenso.

News-flow macro: negli Stati Uniti l’indice PMI manifatturiero si è attestato a settembre a 51.5 (vs. 51.4 precedente); l’indice ISM manifatturiero è salito a settembre a 51.5 (vs. 49.4 precedente e 50.4 stimato). La variazione dell’occupazione nel settore privato è stata a settembre di +154K (vs. 175K precedente e 165K atteso). I PMI di servizi e composite si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 52.3 (vs. 51.9 precedente) e 52.3 (vs. 52 precedente). Gli ordini di fabbrica sono saliti ad agosto del +0.2% (vs. +1.4% precedente e -0.2% atteso); gli ordini di beni durevoli sono saliti ad agosto del +0.1% (vs. 0% precedente). Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono scese oltre le attese a +249K (vs. 254K precedente e 256K stimato). La variazione dei salari non agricoli è stata inferiore alle attese a settembre di +256K (vs. 167K precedente e 172K stimato). Il salario medio orario è salito a settembre del +0.2% m/m (vs. +0.1% precedente e +0.3% atteso). Il tasso di partecipazione della forza lavoro è salito a settembre al 62.9% (vs. 62.8% precedente). Nell’Area Euro l’indice PMI manifatturiero in Germania si è attestato a settembre a 54.3 (vs. 54.3 precedente). Nel complesso dell’Area il PMI manifatturiero si è attestato a settembre a 52.6 (vs. 52.6 precedente). Nel complesso dell’Area il PPI è sceso ad agosto del -0.2% m/m (vs. +0.3% precedente e -0.1% stimato). In Germania i PMI di servizi e composite si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 50.9 (vs. 50.6 precedente) e 52.8 (vs. 52.7 precedente). Nel complesso dell’Area i PMI di servizi e composite si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 52.2 (vs. 52.1 precedente) e 52.6 (vs. 52.6 precedente). Le vendite al dettaglio nell’Area sono scese ad agosto del -0.1% m/m (vs. +0.3% precedente e -0.3% atteso). In Germania gli ordini di fabbrica sono saliti ad agosto del +1% m/m (vs. +0.3% precedente e +0.3% stimato). In Germania la produzione industriale è salita ad agosto del +2.5% m/m (vs. -1.5% precedente e +1% atteso). In Giappone l’indice di fiducia dei consumatori è salito a settembre a 43 (vs. 42 precedente e 41.5 atteso). I Nikkei PMI di servizi e composite sono scesi a settembre, rispettivamente, a 48.2 (vs. 49.6 precedente) e 48.9 (vs. 49.8 precedente). In Cina gli indici Caixin PMI di servizi e composite si sono attestati a settembre, rispettivamente, a 52 (vs. 52.1 precedente) e 51.4 (vs. 51.8 precedente).

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana un rialzo generalizzato dei tassi sulle curve benchmark americana e Euro, più marcato sulle scadenze a lungo termine; guardando al movimento dei tassi in un mese, entrambe le curve sono state interessate da uno spostamento verso l’alto. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund hanno allargato in settimana; con riferimento al Credito, si è registrato un rialzo dell’indice CDS del comparto obbligazioni ad elevata volatilità.