Azionario europeo. C’è ancora chi ci crede

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Lo Stoxx600, che raccoglie le maggiori società continentali, in tre anni ha guadagnato a fatica il 5%, molto meno delle altre piazze più importanti. Secondo gli analisti, però, prima o poi questo listino dovrebbe ripartire

Nonostante che da almeno tre anni gli analisti lo considerino un’occasione da non perdere, in generale l’ultimo biennio non è stato particolarmente positivo per l’azionario europeo, elemento tutto sommato curioso, visto che in contemporanea c’è stata una modesta ripresa economica del continente a partire dal 2013.

Innanzitutto, però, è necessario chiarire che cosa si intende per azionario europeo: in questa categoria si comprendono i listini dei paesi sviluppati dell’Europa occidentale. Non ci limitiamo quindi all’Eurozona, che presenta al suo interno anche piazze emergenti (Slovacchia, Estonia e altre) e nemmeno all’Unione Europea, dal momento che importanti aziende si trovano in paesi come la Svizzera e la Norvegia, senza contare il Regno Unito, che entro un tempo ragionevole dovrebbe trovarsi al di fuori dell’Ue. Nella nostra analisi ci riferiamo quindi allo Stoxx 600, un indice composto dalle maggiori società europee per capitalizzazione in 17 mercati europei: 14 dell’Unione europea, di cui l’unico nell’Europa centro-orientale è la Repubblica Ceca), più Svizzera, Norvegia e Regno Unito.

Dall’inizio dell’anno lo Stoxx 600 ha perso circa il 6-7% e complessivamente dalla fine del 2013, con in mezzo fasi di volatilità brutale, la performance cumulata è stata di circa il 4-5%. Sicuramente si tratta di un livello decisamente modesto, viste anche le numerose fasi di panico che si sono succedute: questo benchmark nella primavera del 2015 ha raggiunto, dopo 15 anni, un nuovo massimo, cui ha fatto seguito un brutale mercato ribassista che ha tranciato oltre un quarto della capitalizzazione complessiva. Da allora la ripresa è stata piuttosto modesta, aggirandosi intorno al 10%. Un simile andamento si confronta in maniera piuttosto sconsolante non solo nei confronti di alcuni emergenti, ma anche con l’S&P 500, che non vede un bear market, inteso come un calo dai massimi relativi di almeno il 20%, dal 2009 e che da fine 2013 ha registrato un aumento cumulato a oggi di circa il 16%, senza contare l’apprezzamento del dollaro.

E se osserviamo gli emerging market vediamo che lo Shanghai composite, il principale indice del mercato azionario cinese, da fine 2013, nonostante i crolli dell’ultimo anno, è comunque in rialzo di oltre il 40%, mentre il Bovespa brasiliano, nonostante la crisi durissima del paese, nella stessa fascia temporale ha accumulato in valuta locale circa il +13%, che si riduce a un +2% una volta inclusa la svalutazione del real contro l’euro.

Le performance diventano ancora più deludenti se si pensa che sempre da fine 2013 l’S&P global developed sovereign index, un indicatore che misura l’andamento dei titoli di stato dei principali paesi sviluppati, ha reso circa il 50% con molti meno patemi d’animo.

Ovviamente quando parliamo di mercato azionario va tenuto presente che vi è spesso un’elevata dispersione dei rendimenti: in particolar modo sulle pessime performance dello Stoxx 600 ha influito il settore bancario. Il comparto creditizio dello Stoxx 600 si trova infatti tuttora in calo del 20% dall’inizio dell’anno e vicino ai minimi degli ultimi quattro anni. Esso a sua volta viene trascinato al ribasso da alcuni istituti che scambiano ai minimi degli ultimi decenni.

Se ci muoviamo al di fuori del sistema bancario, però, troviamo che diversi comparti industriali, come auto e componenti e chimica sono in territorio negativo o a malapena invariati, segnale di uno scadente andamento del ciclo economico. Infatti la ripresa mondiale è stata troppo tenue per potere permettere alle aziende europee di cogliere la tanto agognata ripartenza dei profitti, ancora ampiamente al di sotto del livello del 2007 e dall’andamento non particolarmente robusto. Diciamo ripresa mondiale in quanto paradossalmente oggi l’Europa ha colmato parte del differenziale nell’andamento del Pil rispetto al resto del mondo grazie soprattutto a una buona domanda interna, in particolare in Germania.

Ma quali prospettive ci sono oggi per l’avvenire? Molto dipenderà proprio dal ciclo economico, nei cui confronti il mercato azionario europeo tende ad amplificare i movimenti. Se arrivasse una schiarita, i mercati europei potrebbero trarne ampio beneficio, viste anche le quotazioni molto elevate dell’azionario americano. Quest’ultimo presenta un P/E forward (con questo indicatore si intende il rapporto fra il prezzo e gli utili stimati per l’anno successivo) di circa 17, mentre lo Stoxx 600 oscilla intorno a 14.

Nel frattempo se guardiamo indietro nel tempo, dal 1987 l’azionario americano ha offerto 117 punti percentuali di rendimento cumulato in più rispetto all’Europa. Nonostante negli ultimi 30 anni il totale cumulativo sia sempre stato a favore dell’America, la divergenza non è mai stata elevata come oggi.

Comunque nessuna delle due aree appare particolarmente economica ed entrambi i mercati vengono da trimestri di calo annuale dei profitti; gli analisti però stimano per la seconda metà del 2016 una chiara accelerazione relativa del Vecchio Continente rispetto agli Usa, che dovrebbe continuare anche nel 2017, cui si dovrebbero sommare dividendi più elevati dalle nostre parti. Oggi scommettere sull’Europa significa puntare sul realizzarsi di tale scenario, che verrebbe accentuato dalla messa a punto a livello politico di un percorso di risanamento accettato e accettabile per le banche.

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