Obbligazioni in Yen, un rifugio poco utilizzato

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Lo yen giapponese viene spesso ignorato nella costruzione dei portafogli, ma a ben vedere ha più volte svolto il ruolo di valuta rifugio nei momenti di incertezza

Nonostante le grandi dimensioni del mercato obbligazionario nipponico, l’investitore europeo che voglia destinarvi una quota – anche minima, con l’obiettivo di aumentare la diversificazione del proprio portafoglio –  del proprio patrimonio ha a disposizione un numero molto limitato di prodotti del risparmio gestito

La scarsità sul versante dell’offerta è probabilmente ascrivibile all’effetto combinato di tre fattori: la scarsa percezione che lo Yen sia in grado di svolgere il ruolo di bene rifugio nei periodi di maggiore difficoltà dei mercati finanziari; la presenza, da oltre venti anni,  di rendimenti molto bassi –e pertanto poco appetibili agli occhi dei potenziali sottoscrittori europei –  offerti da titoli di stato nipponici, anche nel caso delle scadenze più lunghe; l’elevata volatilità della valuta locale, che provoca fortissime oscillazioni –al rialzo e al ribasso –  dei valori delle quote di fondi obbligazionari ed Exchange Traded Funds che focalizzano l’attenzione su government bond provvisti del massimo livello di affidabilità creditizia.

L’analisi delle performance relative all’ultimo decennio evidenzia che i fondi comuni obbligazionari yen rappresentano uno dei pochi segmenti che non ha risentito della crisi finanziaria che ha attanagliato l’economia globale, realizzando importanti performance nel quinquennio  post inizio crisi, periodo di grande difficoltà per i mercati. Gli strumenti appartenenti a questa categoria investono in obbligazioni e titoli di stato almeno il 90% del proprio patrimonio. Peculiarità del comparto è l’investimento in strumenti finanziari denominati in yen, unito ad un basso coefficiente di correlazione con i mercati: negli ultimi anni infatti, la valuta giapponese ha ben svolto il ruolo di rifugio dai marosi dei mercati finanziari e ha beneficiato della favorevole evoluzione del rapporto di cambio con l’euro.

La deflazione impera orami da due decenni in Giappone e contribuisce a mantenere i rendimenti dei titoli di stato emessi dal Tesoro di Tokio ai minimi storici. Un’altra variabile che supporta la stabilità del debito locale è data dalla particolare composizione dei suoi possessori: si tratta in larga parte di investitori domestici (istituzionali in primis e privati in seconda battuta) che assorbono la maggior parte delle nuove emissioni e finanziano le esigenze di finanziamento dello Stato. E quando la domanda dei risparmiatori non è sufficiente a soddisfare le esigenze governative, c’è il pronto intervento della Bank of Japan.

La volatilità della valuta domestica –e la conseguente possibilità di realizzare elevati guadagni nei momenti di maggiore incertezza –  è legata anche al fenomeno noto con il nome di carry trade. Il carry trade consiste in una operazione finanziaria con la quale ci si approvvigiona di fondi in un Paese a costo del danaro basso e si impiegano poi queste disponibilità in un Paese con alti tassi di interesse. Per esempio, si possono prendere a prestito degli yen, pagando tassi molto bassi, convertirli in altre valute che rendono di più, e lucrare così la differenza di rendimento. Naturalmente, c’è un rischio valutario: la convenienza dell’operazione dipende dal cambio. Se prima della scadenza lo yen si rivaluta per più della differenza di rendimento, l’operazione sarà in perdita.

É interessante notare che di per sé il carry trade tende a deprimere il cambio dello yen, dato che comporta la vendita di yen contro altre valute, e quindi esalta la convenienza dell’operazione. In passato, i differenziali di rendimento tra i bond denominati in yen e quelli in euro e dolalri Usa erano tali da supportare il ricorso al carry trade. Negli ultimi anni, il Qe della Fed e della Bce hanno portato i tassi Usa ed europei su livelli prossimi a quelli dei bond nipponici, ma questo non ha impedito alla divisa nipponica di continuare a sperimentare intensi saliscendi. Tuttavia,  se la Fed dovesse realmente alzare i tassi, il fenomeno potrebbe riprendere vigore in un contesto di tassi d’interesse bassi, con il rischio che la valuta giapponese possa indebolirsi ulteriormente.

Nel 2007 – 2008 arrivò persino a 160 yen per un euro, ma a quei tempi i tassi d’interesse nell’eurozona erano 60 volte superiori a quelli attuali e vi era più convenienza a speculare da parte dei carry traders.  Nell’ottobre del 2015 lo yen si è indebolito fino a quota 145 versus euro, ma ha poi recuperato terreno fino ai circa 113 di questi giorni.

Se fatto su larga scala, il carry trade può portare a movimenti destabilizzanti fra le valute e quindi sulle economie, come poi accaduto. Il resto è storia recente. Ora, però, chi prende a prestito yen lo fa per investire sui mercati emergenti e non più in Europa. Alcuni operatori hanno lanciato l’allarme sulla possibilità di una netta espansione del carry trade sullo yen e di possibili afflussi eccessivi di capitali speculativi verso alcuni mercati emergenti, nel contesto generale della ricerca di migliori rendimenti da parte degli investitori istituzionali (rispetto a quelli magrissimi degli assets in yen) e della loro crescente tentazione di prendere in prestito yen per dirottarli verso assets non nipponici a più alti rendimenti. Un pericolo, certamente, ma per chi decidesse di investire in obbligazioni denominate in yen, potrebbe essere un’opportunità per mettersi al riparo da eventuali nuove turbolenze finanziarie.

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