Paesi emergenti, non solo i leader

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Quando si parla di emerging market, normalmente si pensa ai cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, ma in questa asset class troviamo altri listini in realtà spesso solo apparentemente periferici, dall’elevato potenziale di sviluppo. Ma è necessario partire da un punto importante: complessivamente negli ultimi 20 anni l’azionario emergente ha fornito prestazioni deludenti rispetto alla sua controparte sviluppata. Se analizziamo infatti i rendimenti forniti dal Msci emerging markets total return (inclusi quindi i dividendi reinvestiti) e quelli del Msci world total return, che include le borse di nazioni sviluppate, si vede che attualmente il rendimento complessivo dell’equity in via di sviluppo è stato solamente circa il 90% di quanto dato agli investitori dalle economie avanzate.

A questo risultato si è arrivati con un andamento fortemente diseguale in questi anni: a fine 1999, all’apice della bolla di internet, i guadagni totali forniti dall’Msci Em erano solo il 60% di quelli dei paesi più avanzati, a causa della terribile crisi del 1997-1998. Da lì in poi c’è stata una ripresa staordinaria durata fino al 2011 e appena scalfita dal collasso del 2008-2009: all’apice della bolla di cinque anni fa il rendimento complessivo dal 1996 del benchmark emergente era pari a più del 150% di quello dei listini sviluppati. Da lì in poi hanno fatto seguito cinque anni disastrosi da cui gli emerging si stanno riprendendo solo adesso. Questa introduzione è per dire che l’asset class che va sotto il nome mercati emergenti è un insieme difficile, che va affrontato con una selettività particolarmente alta e stando molto attenti al punto del ciclo in cui si va a intervenire.

Ad esempio l’Indonesia è un caso standard: la nazione si inserisce nel contesto di crescita di produttività e consumi del Sud-est asiatico, un’area del mondo caratterizzata da popolazione giovane che prima o poi dovrebbe raggiungere gli standard di vita dei paesi più a nord nell’area. Il mercato azionario è molto volatile e dipendente dal capitale straniero, ma negli ultimi cinque anni è andato in controtendenza crescendo in maniera notevole.

A ciò però ha fatto da contraltare una valuta che, ai minimi, si era quasi dimezzata contro il dollaro rispetto ai massimi del 2011. In questo 2016, però, la rupia indonesiana si è rafforzata, permettendo addirittura alla Banca centrale di abbassare i tassi al minimo storico. La fiducia è tornata anche grazie al pacchetto di riforme fortemente voluto dal presidente Joko Widodo, che dovrebbe favorire la crescita potenziale del paese. Negli ultimi anni infatti l’Indonesia aveva subito una cosiddetta “recessione della crescita”, con l’incremento del Pil sceso sotto il 5%. I primi risultati cominciano già a vedersi.

Un caso simile e al tempo stesso diverso è quello delle Filippine, paese fra i più arretrati del Far east, che però negli ultimi anni ha preso a correre come non mai nella propria storia. La popolazione è una delle più giovani dell’Asia e la realtà locale una delle più bisognose di infrastrutture. Il mercato azionario attuale, uno dei più cari dell’Asia, sta comunque subendo una correzione, mentre il peso, la divisa locale, è ai minimi degli ultimi sette anni.

La controversa azione del nuovo presidente Duterte ovviamente ha creato nervosismo fra gli investitori internazionali, ma resta il fatto che i pilastri di una nazione che negli ultimi anni ha mostrato il Pil in rialzo di oltre il 6% all’anno rimangono forti. Siamo dunque di fronte a una tipica growth story che coinvolge l’intero paese e per il quale vale la pena pagare qualche multiplo in più. Interessante al proposito il commento di Jason Pidcock, gestore di Jupiter Asset Management: «La giovane classe media filippina è in rapida espansione. Nell’ultimo triennio, il reddito annuo disponibile è aumentato del 14% all’anno e la fascia di lavoratori che guadagna oltre 5 mila dollari americani è salita, passando dal 6% nel 2005 al 21% nel 2013. Mi aspetto che questi trend continuino, poiché l’economia nazionale continua a scalare posizioni nella catena del valore. Gli elementi di attrazione delle Filippine sono indubbi, tuttavia, per un investitore azionario, la questione fondamentale è se nel paese ci siano aziende interessanti e ben gestite sulle quali investire. La risposta è che, sebbene questo mercato in via di sviluppo non abbia la stessa profondità di altri simili, vedo comunque numeri che soddisfano i miei criteri di investimento e ho in portafoglio tre aziende che penso siano rappresentative dei consumi interni e che, prese nel complesso, offrono un’esposizione a diversi settori dell’economia».

Interessante, più a nord, Taiwan, una realtà che fra i paesi emergenti, se escludiamo le nazioni petrolifere del Golfo, vanta il secondo Pil pro capite più alto in termini nominali, dietro quello della Corea del sud, con un valore del 20-25% circa inferiore all’Italia (a parità di potere d’acquisto è invece ben sopra la media europea). Taiwan presenta dinamiche sociali, demografiche e tecnologiche da paese avanzato, tanto che il suo mercato azionario è da anni sull’orlo della promozione da parte di Msci. L’elemento interessante è che l’indice di Taipei non ha ancora superato i massimi della seconda metà degli anni 90. Ciò per una serie di ragioni che riguardano la composizione del mercato e dell’economia locali. Infatti Taiwan vanta una forte presenza di società di componenti elettronici, soprattutto microchip, spesso in posizione di leadership mondiale. Si tratta però di aziende più piccole rispetto ai colossi giapponesi, coreani e statunitensi (e ora cinesi), che spesso hanno scarso potere contrattuale in termini di prezzi. Il ciclo dell’It degli ultimi anni si è rivelato però una cuccagna per le società taiwanesi, che presentano peraltro meno problemi di governance rispetto alle omologhe coreane, tanto da far dire a Matthew Vaight, gestore del M&A Asia e del M&G Global Emerging Markets: «A causa dei rischi e della volatilità oggi associati alla Cina, ci sentiamo più a nostro agio ad accedere al mercato cinese attraverso i suoi vicini, Corea del Sud e Taiwan. Entrambi i paesi sono strettamente legati all’economia cinese e per questo le loro valutazioni sono state colpite. Tuttavia, in mercati come quello di Taiwan c’è maggiore visibilità rispetto alla profittabilità e la questione della governance non è un problema».

In pratica per orientarsi su questa asset class è assolutamente fondamentale riuscire a entrare in un momento di solido ciclo positivo in termini di profitti e di crescita economica, possibilmente a cifre non assurde: l’azionario emergente è per certi versi il campo di battaglia per testare una strategia “growth at reasonable value”. Consci però del fatto che alcuni emerging potrebbero non emergere davvero mai e andare incontro a crisi serie.

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