Petrolio, un rialzo utile per tutti

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Il ritorno sopra 50 dollari al barile per il greggio è positivo sia per i paesi produttori, sia per i mercati sviluppati. Ma quota 60, che sarebbe l’ideale per tutti, non è certo dietro l’angolo.

Come si può evincere da un qualsiasi grafico sul future del Wti e del Brent, il petrolio ha vissuto una robusta ripresa a partire dai minimi dello scorso luglio. Se ci limitiamo a osservare il greggio americano, ossia il contratto future sul prodotto estratto nell’ovest del Texas per essere consegnato nel polo di raffinazione di Cushing in Oklahoma (appunto il Wti), vediamo che dalla fascia bassa di 40 dollari è passato sopra 50. Lo stesso vale per il future sul Brent estratto nel Mare del Nord.

Come spesso è accaduto nella storia di questa risorsa naturale, una grossa spinta l’hanno data le decisioni politiche: ad Algeri infatti i paesi membri dell’Opec hanno raggiunto un accordo per tagliare la produzione. A esso ha fatto seguito il 10 ottobre un incontro fra Russia e Arabia Saudita da cui è risultato un generico impegno a fare altrettanto. Questi due colossi energetici, i cui rapporti sono pessimi non solo per questioni di greggio (essenzialmente si trovano regolarmente dalla parte opposta negli scontri etnici-religiosi che caratterizzano il Medio oriente), finora non sono mai riusciti a trovare un terreno comune per limitare l’eccesso di produzione.

Notoriamente a rompere le uova nel paniere è stata l’ascesa del petrolio di scisto, nonché di altre qualità, sul territorio statunitense, la cui produttività è aumentata enormemente negli ultimi anni, grazie a straordinarie innovazioni tecnologiche. Tanto per dare un’idea di quanto l’America sia tornata a essere un player fondamentale in questa risorsa, l’ufficio studi di BlackRock mostra come vi sia una correlazione negativa quasi perfetta fra prezzi del Wti e il livello di scorte nel paese stimato dall’Energy industry administration: queste ultime dal 2014 continuano a salire e sono passate da 28 giorni dell’epoca agli oltre 32 odierni, un livello che si era visto solamente durante la crisi del 2009.

In Usa in un anno il numero di pozzi trivellati è sceso di circa un terzo: questa diminuzione però ha riguardato soprattutto asset decisamente marginali e nel complesso la produzione Usa in media è calata a poco più di 8,7 milioni di barili al giorno dai circa 9,4 del 2015: come si può vedere una diminuzione decisamente modesta. A livello planetario, poi, oltre alle azioni di forza di Arabia Saudita e Russia, impegnate a tentare di produrre il più possibile per colpire i concorrenti, bisogna aggiungere le guerre competitive di altri produttori di petrolio. Ad esempio Goldman Sachs stima che Libia, Nigeria e Iran, i tre paesi Opec esclusi dal taglio di Algeri, attualmente producano 500 mila barili al giorno in più rispetto alle stime degli analisti. Così complessivamente a ottobre la produzione dei membri Opec risulta in crescita di 200 mila barili al giorno, mentre quella dei produttori non membri del cartello è a +900 mila giornalieri.

In pratica, come si può capire per i corsi di questa importantissima risorsa, è fondamentale che tenga un accordo politico fra le parti per fare fronte a un’avanzata tecnologica sempre più imponente e al ritorno sui mercati di player come l’Iran. Ad esempio il team di analisti di Goldman Sachs ha qualche dubbio in proposito, vista la storia pregressa di accoltellamenti alla schiena fra produttori. L’obiettivo di prezzo di Goldman per l’inizio del 2017 è a circa 52 dollari al barile per il Wti. Questo valore rappresenta sicuramente un miglioramento rispetto alla fascia della parte bassa dei 40 dollari di inizio anno e di questa estate, anche se l’ideale per i produttori sarebbe riuscire ad arrivare almeno a 60.

Infatti è cosa risaputa che per molte nazioni negli ultimi anni la dipendenza dall’oro nero è diventata ancora più forte e i corsi devono restare alti per fare fronte alle necessità di popolazioni in crescita e con richieste sempre più pressanti. Complessivamente un ritorno sopra 60 dollari aiuterebbe però anche i mercati finanziari: infatti, sebbene possa apparire controintuitivo, corsi petroliferi troppo contenuti si rivelano una iattura per i mercati. Innanzitutto viene ovviamente danneggiata la redditività dei produttori, che rappresentano anche in occidente un pezzo importante delle piazze azionarie e  obbligazionarie. Ad esempio in Usa ormai oltre il 16% delle emissioni high yield legate alle materie prime è in default, a fronte del 2,6% registrato dal resto degli emittenti. Inoltre ovviamente soffrono i profitti delle aziende del comparto: negli ultimi cinque anni infatti l’energia è in assoluto il segmento dell’S&P 500 che peggio ha performato, guadagnando solo qualche risicatissimo punto percentuale, cui però vanno aggiunti dividendi che per anni sono stati ricchi.

Last but not least i paesi produttori sono importanti consumatori e investitori sui mercati finanziari occidentali. Da questo punto di vista Richard Turnihill, chief investment strategist di BlackRock è ottimista: «Vediamo nel futuro prezzi del petrolio più elevati e ciò dovrebbe rendere le prospettive per gli asset rischiosi migliori rispetto a quelle di investimenti considerati rifugi sicuri, quali i titoli di stato».

In effetti livelli più elevati delle materie prime comportano anche tassi di inflazione più alti, un elemento che raramente favorisce il reddito fisso governativo. Un simile passaggio, da Bund e Treasury, per fare un esempio, a corporate high yield e azioni, provocherebbe comunque sconquassi e volatilità sui mercati e conseguenze economiche di non facile lettura in un mondo la cui tenue crescita dipende da tassi di interesse nulli. Inoltre, come si può vedere, la ripresa del greggio è dovuta soprattutto a manovre politiche, che in passato spesso si sono rivelate fragili. È vero che la disperazione spesso fa 90, ma è altrettanto indubbio che non vi sono particolari ragioni di fondamentali economici per riavere il petrolio molto al di sopra della soglia di 40, tanto meno a 60.

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