Emergenti, Trump e l’ombra di Reagan

Super dollaro galvanizzato da Trump

A cura di Fondi&Sicav

 

La moneta Usa era già protagonista di un rally decennale nei confronti delle altre valute e l’elezione del nuovo presidente ha dato il via ad un’accelerazione. Ma fino a quando?

Tra le tante conseguenze che ha portato la vittoria elettorale di Donald Trump, vi è anche la ripresa a tutta forza del trend rialzista del dollaro. Cominciamo con qualche cifra che serve ad inquadrare il fenomeno: allo scoppio della notizia del vantaggio del nuovo presidente la divisa americana si è indebolita pesantemente, con l’euro che è salito fin sopra 1,13. Dopodiché, come è avvenuto nel resto dei mercati finanziari, è cominciata un’inversione clamorosa che continua tuttora. Attualmente, infatti, il cambio con la moneta unica europea è sotto la soglia di 1,07, il livello più basso da circa un anno a questa parte, nonché un valore che si posiziona intorno ai massimi del movimento di crescita del biglietto verde iniziato a fine 2014. Se ci spostiamo su altre valute, il discorso cambia di poco: lo sfondamento di quota 109 nei confronti dello yen rappresenta il massimo per il biglietto verde dalla scorsa primavera. Se si pensa che nella prima parte del 2012, nei mesi precedenti il lancio delle politiche di svalutazione del premier nipponico Abe, la divisa del Sol Levante scambiava al di sotto di quota 80, si ha una misura di quanta forza ha acquisito la moneta Usa negli ultimi anni, con un aumento di intensità notevole in questi ultimi giorni.

Impressionante appare l’andamento del Dollar index, un indicatore che esprime il rapporto del dollaro rispetto alle sei valute dei paesi sviluppati più trattate: euro, sterlina, yen, dollaro canadese, franco svizzero e corona svedese. Vale la pena ricordare che questo indice è attualmente ai massimi dagli inizi degli anni 2000, essendosi portato sopra quota 100, un valore che nell’ultimo decennio era riuscito a superare di pochissimo e brevemente solo nel 2015. Tanto per dare una misura del trend storico in atto, ai minimi della moneta americana, nei primi mesi del 2008, il Dollar index scambiava in una fascia di poco superiore a 70.

Se poi ci spostiamo nell’ambito delle divise emergenti, i movimenti sono stati ancora più intensi: può forse non stupire infatti che in questi giorni il peso messicano abbia superato per la prima volta nella sua storia quota 20, ma meno scontato appare il fatto che lo yuan cinese sia giunto ai minimi degli ultimi otto anni. Dunque super-dollaro su tutto, anche se può forse fare specie che questo trend sia stato amplificato dall’elezione di un presidente che fino a poche ora prima della sua vittoria veniva considerato come un elemento fortemente negativo per l’economia mondiale.

In realtà gli investitori a mente fredda hanno cominciato a vedere gli aspetti positivi di una possibile Trumponomics, però prima di buttarci su tale argomento vale la pena ricordare per sommi capi che cosa  determina i movimenti sui cambi. Questo mercato ovviamente è soggetto a distorsioni, bolle, irrazionalità al pari di qualsiasi categoria di investimento. In generale però si può affermare che tassi reali, cioè al netto dell’inflazione, elevati tendono a rafforzare la moneta sottostante. Se infatti in un mercato è possibile investire con un interesse elevato, non appare sorprendente che i capitali esteri confluiscano su quella piazza. Si può poi aggiungere il fatto che la presenza di rendimenti alti sia indice di un’economia forte, quindi con maggiori tendenze inflazionistiche che la Banca centrale vuole contenere attraverso la politica monetaria. Detto ciò, va ricordato che non è chiaro se sia soprattutto il livello dei tassi a breve o quello degli interessi a più lontana scadenza a influenzare il mercato dei cambi.

Ora non è una novità che molti tassi di interesse statunitensi, ad esempio quelli pagati sui titoli di stato, siano molto più elevati del loro corrispondente europeo e non così distanti da quelli di molte emissioni emergenti. A questo fattore va sommato che la presidenza Trump è almeno nelle intenzioni fortemente pro-crescita. Da una parte, infatti, vorrebbe dare un grosso impulso alle infrastrutture, dall’altra operare un poderoso taglio alle tasse aziendali, favorendo il rimpatrio dei profitti delle multinazionali Usa generati all’estero e soggetti de facto a un regime di doppia tassazione che non ha praticamente eguali al mondo.

Maggiore crescita economica e afflusso di capitali dall’estero sono la ricetta tipica per spingere al rialzo la propria moneta. Ma potrà continuare questo trend fino a nuovi picchi, magari con un euro ben sotto la parità? Tutto è possibile e a differenza di altre asset class, le valute hanno mostrato negli ultimi anni un aumento di volatilità: è come se il mercato forex fosse diventato lo sfogatoio di tensioni e distorsioni generato dall’intervento delle banche centrali, teso a spingere a livelli altissimi le quotazioni delle obbligazioni e delle azioni. A inizio degli anni 2000 l’euro valeva poco più di 80 centesimi di dollaro e nell’estate del 2008, poco prima del collasso dei mercati, la moneta unica europea aveva superato quota 1,6. Nulla tecnicamente impedisce di assistere nei prossimi anni a un completamente del viaggio di ritorno verso i minimi di un quindicennio fa: in fondo gran parte del tragitto è stata compiuta.

Detto ciò probabilmente un tetto naturale al super-dollaro c’è: innanzitutto il programma di Trump, se attuato, dovrebbe portare  ad un forte aumento del deficit pubblico e con esso dell’inflazione, fattore che in generale non è favorevole alla forza di una valuta. Inoltre, in un’epoca in cui anche le aziende Usa ricavano sempre più profitti dall’estero (su questo punto le stime variano), nessuno si può permettere di lasciare i concorrenti svalutare più di tanto.

Le debolezze del resto del mondo sono tante e risapute: da una difficile transizione cinese alla crisi di leadership e di innovazione economica europea e, a meno che non si creda che gli Stati Uniti stiano per entrare in una nuova età dell’oro, appare difficile pensare che vi possa essere un enorme spazio per ulteriori rally.

Nell’immediato però probabilmente il rialzo dei rendimenti dell’obbligazionario porterà a un effetto di sostituzione con l’arrivo di capitali freschi pronti a stabilizzare i rendimenti e con essi anche un’ulteriore fase di forza del dollaro. Se però dati economici e risultati aziendali dovessero continuare con l’antifona degli ultimi anni, a quel punto sarebbe meglio non puntare eccessivamente sulla rivalutazione continua del biglietto verde.

Attenzione al reddito fisso

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A cura di Fondi&Sicav

 

Quando un investitore decide di destinare ai mercati azionari una quota del proprio patrimonio, di norma punta a realizzare performance superiori a quelle offerte dal mercato monetario e da quello obbligazionario, ma è anche cosciente del rischio di poterne perdere una parte e ammette senza problemi che esiste una certa probabilità che questo evento spiacevole si verifichi. Non per nulla si parla di azioni come titoli di rischio.

Al contrario, quando l’investitore destina i propri risparmi al reddito fisso lo scenario mentale cambia quasi completamente. Il sottoscrittore è mentalmente pronto solo a guadagnare. Questa errata convinzione è in parte legata alla definizione ‘reddito fisso’, dove quel ‘fisso’ tende ad essere confuso con ‘sicuro’.

Trattasi di una percezione errata. Il reddito fisso non è esente da rischi. Né quello privato, che viene emesso da società non finanziarie e banche, né tantomeno quello pubblico, offerto dagli Stati o da enti. Detto in altro modo: anche coloro che decidono di sottoscrivere delle obbligazioni si assumono il rischio di perdere denaro. Il concetto riveste un’importanza fondamentale perché chi investe in titoli di debito solitamente non è pronto a sopportare perdite.

I motivi posti alla base delle possibili perdite nel mondo del reddito fisso sono due. Il primo è rappresentato dal rischio di credito, che consiste nella probabilità di default dell’emittente e nell’impossibilità – per il sottoscrittore- di rientrare in possesso del suo capitale. Il secondo –quello verificatosi nelle ultime due settimane- è il rischio prezzo. Allo stesso modo delle azioni, anche i bond vengono quotati sui listini e il loro prezzo tende a oscillare (più o meno violentemente a seconda delle scadenze).

Di conseguenza, il loro prezzo può subire oscillazioni al rialzo (che sono quelle che hanno permesso negli ultimi anni di realizzare laute performance) o al ribasso (quelle viste nelle ultime settimane, che hanno portato le quotazioni dei bond dell’eurozona a perdere in poche sedute, per i bond a lunga scadenza,  anche il 10% e oltre). Le perdite si materializzeranno nei portafogli degli investitori che sono costretti a vendere i titoli o in quelli dei fondi comuni d’investimento o Exchange traded funds obbligazionari che sono costretti ad attualizzare il valore dei titoli ospitati nei propri portafogli.

Quest’ultimo impatto sulle quotazioni dei fondi d’investimento è particolarmente importante per quegli investitori che credono che questi prodotti rappresentino un’alternativa ai conti deposito. Non è così. Si tratta di strumenti completamente differenti per potenzialità di guadagno e livello di rischio.

A cosa abbiamo assistito in quest’ultima settimana? Il rialzo dei rendimenti fino al 3% è stato sperimentato dai Treasury USA a trenta anni, un livello che non si vedeva dal 2015. Nello stesso arco temporale, il rendimento del Treasury bond decennale ha toccato quota 2%, quello dei bund tedeschi trentennali ha superato la soglia dell’1% e i Btp italiani a dieci anni hanno superato il 2%.

La domanda che si pongono gli investitori è se sia opportuno approfittare del rimbalzo dei rendimenti o se il deprezzamento dei bond sia destinato a proseguire (e quindi sia meglio assumere una posizione attendista). David Wo, strategist di Bank of America Merrill Lynch, opta per questa seconda ipotesi. Lo strategist ha affermato che si aspetta un’ulteriore caduta del prezzo dei bond se Trump e il Congresso Usa (controllato dai repubblicani), metteranno in pratica il piano fiscale che prevede un taglio alle imposte e l’erogazione di finanziamenti per la realizzazione di opere infrastrutturali (con conseguente incremento del deficit).

Quale è il collegamento tra queste variabili? L’incremento del deficit farà aumentare l’offerta di titoli di stato nella misura in cui lieviterà il debito complessivo degli Usa. L’allentamento della pressione fiscale darà luogo a tassi d’interesse più elevati e creerà le condizioni ideali per assistere ad un rafforzamento del biglietto verde’, ha sostenuto Wo.

I più pessimisti si aspettano che il rendimento del Treasury decennale possa spingersi fino al 6% nei prossimi quattro o cinque anni, sostenendo che l’agenda delineata dai repubblicani sia molto ostile al mercato obbligazionario.  Il team di Trump punterà molto sul rilancio di una crescita del Pil prossima al 4% e avrà bisogno di tassi d’inflazione più alti per rendere sostenibile l’incremento del debito pubblico necessario a supportare il piano di rilancio delle infrastrutture.

Il tutto potrebbe sfociare in un tasso d’inflazione vicino al 3% e una crescita del Pil nominale tra il 4% e il 6%. In altre parole, la crescita reale resterebbe vicina ai livelli attuali ma il ritorno in termini di raccolta di consenso (ti faccio credere di avere più soldi intasca con un taglio delle tasse e te li tolgo via inflazione) sarebbe assicurato. Quello che è accaduto nell’ultima settimana rappresenta un avviso ai naviganti per tutti gli investitori che tendono a sottovalutare i rischi insiti nel segmento obbligazionario.

Trumponomics: il neo-statalismo alla riscossa

A cura di Fondi&Sicav

 

I mercati hanno scoperto che l’avvento del nuovo presidente può fare decollare alcuni settori

Come ormai probabilmente sanno anche sassi e lucertole, Donald John Trump sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Al termine di una campagna elettorale asprissima, a volte caratterizzata da scontri al limite del grottesco, il candidato repubblicano è riuscito a prevalere nel conteggio dei delegati, nonostante una sconfitta di strettissima misura nel voto popolare.

In queste ore il mondo è ovviamente inondato di analisi politiche, ma ciò che in questo momento è più difficile è tentare di capire quali potrebbero essere le conseguenze finanziarie della presidenza Trump, che potrebbe riservare qualche sorpresa. Mercoledì 9 novembre, infatti, i mercati finanziari hanno operato una delle più clamorose inversioni a U dei tempi moderni: quando nel pieno della notte italiana è cominciato a essere chiaro che la posizione di Hillary Clinton, considerata la candidata dell’establishment finanziario ed economico in genere del paese, era tutt’altro che solida, è scoppiato il panico. Dai mercati asiatici ai future su quelli statunitensi è venuto giù tutto, con una forte ascesa di oro e titoli di stato e un deciso indebolimento del dollaro. A un certo punto la sessione notturna del future sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 è stata interrotta per eccesso di ribasso (-5%).

Da lì in poi è partita una ripresa che non ha accennato a fermarsi per tutta la giornata: il mercato azionario statunitense, sempre nella versione S&P 500, è andato a chiudere positivo per circa l’1,4%. L’euro, dopo avere superato quota 1,13 contro il dollaro, è sceso di nuovo intorno a 1,09. Il Nikkei giapponese giovedì mattina era in risalita di quasi il 7% (aveva chiuso ieri quando le borse erano ancora in territorio ampiamente negativo). Ma più interessante è ciò che è accaduto al decennale statunitense: a un certo punto i rendimenti veleggiavano intorno a 1,7%, ma in questo momento siamo a quota 2%, il massimo dal gennaio 2016.

Quanto successo si può interpretare in questa maniera: da una parte vi è un enorme rischio politico, che è andato ad accumularsi nell’ultimo decennio, per poi esplodere in maniera virulenta negli ultimissimi anni, Chiunque, solamente nel 2012, al di là delle proprie convinzioni politiche,  fosse stato messo di fronte a uno scenario fatto di Brexit, Donald Trump presidente Usa, nonché possibile vittoria del Movimento 5 stelle alle prossime elezioni italiane e ascesa alla presidenza francese di Marine Le Pen, avrebbe considerato il tutto roba da fantascienza.

Dall’altra parte, però, i mercati, nonostante qualche periodo di panico puro, stanno sostanzialmente scegliendo di ignorare il disgregamento della politica tradizionale, ritenendo comunque che verrà mantenuta una continuità nelle politiche espansive degli ultimi anni. Da anni ormai il ciclo economico è a dir poco mediocre, a parte il Sud Europa e pochi altri casi, però, almeno ufficialmente, il mondo è fuori dalla recessione da sette anni, un periodo molto lungo per i normali cicli economici globali.

Appare scontato ripetere che le banche centrali hanno giocato un ruolo fondamentale in questo processo, azione che adesso dovrebbe gradualmente venire meno (Giappone a parte). La Fed infatti dovrebbe riprendere ad alzare un po’ i tassi, mentre la Bce si avvia con ogni probabilità nel 2017 a una lenta diminuzione del Qe. Il testimone del sostegno all’economia però verrà passato con ogni probabilità allo stimolo fiscale, che, tradotto in soldoni, significa maggiore spesa pubblica.

Questo fenomeno spiega anche la fine del gigantesco mercato rialzista delle obbligazioni, titoli di stato in primis, degli ultimi anni. Infatti maggiore spesa equivale a più bond emessi e con un minore sostegno degli istituti di emissione non sorprende che i rendimenti diventino quindi più alti. Senza contare che di solito manovre di espansione della spesa pubblica portano inflazione, anch’essa un fattore che spinge al ribasso le quotazioni dei bond (e quindi al rialzo i rendimenti).

Se tale processo rimanesse limitato e controllato e se, ad esempio, il decennale Usa si dovesse stabilizzare intorno al 2,5% nei prossimi anni, si creerebbe un processo positivo per i mercati. Infatti un irripidimento della curva dei tassi, ovvero una maggiore distanza fra quelli a lunga e quelli a breve, rappresenta notoriamente una cuccagna per il sistema finanziario che può sfruttare il conseguente ritorno a un maggiore appiattimento in dozzine di maniere.

Inoltre una maggiore spesa pubblica è senz’altro qualcosa su cui gli investitori azionari non sputano. Basti pensare che, non appena è passato il panico per l’elezione di Trump, hanno cominciato a salire all’impazzata soprattutto i titoli legati al settore finanziario e alle infrastrutture, oltre che l’intero segmento farmaceutico: in quest’ultimo caso erano le promesse di Clinton di porre un freno ai prezzi delle medicine a fare paura. Per le infrastrutture, invece, si ritiene che Trump potrebbe spendere fra i 600 miliardi di dollari e il trilione per rimettere a nuovo il paese, che, incidentalmente, ne ha parecchio bisogno.

Come si può capire, si tratterebbe di una cuccagna che farebbe comodo a molti. In definitiva i grandi investitori stanno scommettendo sul fatto che questa ondata di populismo possa essere ricondotta nell’alveo dell’establishment grazie a un incremento della spesa pubblica e al conseguente aumento del debito. In pratica lo stesso trend degli ultimi decenni, solo in salsa lievemente diversa.

Se il neo-statalismo non dovesse funzionare, è inutile dire che le conseguenze in termini di volatilità e avversione al rischio sarebbero devastanti.

Implicazioni economiche dell’elezione di Donald Trump: Opportunità e Rischi

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A cura di Flavio Rovida

L’inattesa elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, congiuntamente con la conferma del controllo di entrambi i rami del Congresso da parte del Partito Repubblicano, rappresenta a nostro avviso un passaggio molto importante nello spostamento del mix di politica economica dagli interventi monetari a quelli fiscali, che risulta rilevante non solo per gli USA, ma anche a livello globale. Sebbene il programma economico sul quale Trump ha condotto la propria campagna elettorale presenti degli elementi di opacità, è però molto evidente che il tema centrale è rappresentato da un ingente stimolo fiscale, da realizzare principalmente attraverso una significativa riduzione (e semplificazione) della tassazione sia per le imprese sia per le famiglie associata ad un controllo complessivo della spesa pubblica (in realtà un significativo calo se si considera anche la spesa sanitaria) che consenta comunque un incremento delle spese nei settori delle infrastrutture e della difesa.

Sul versante delle entrate (e includendo le misure relative alla sanità) il programma di Trump contempla tagli alle imposte per circa 5700 miliardi nel corso dei prossimi 10 anni (utilizzando le stime fornite dal Committee for a Responsible Federal Budget) con le misure più rilevanti rappresentate da:

1. Riduzione e semplificazione delle aliquote fiscali per le persone fisiche (da 7 aliquote a 3, con un minimo del 12% e un massimo del 33%), significativo aumento della deduzione “standard” e abolizione dell’Alternative Minimum Tax, in parte compensate da riduzione dei trattamenti privilegiati, con una riduzione complessiva degli introiti di circa 900 miliardi (sempre cumulata nel corso dei prossimi 10 anni)

  1. Riduzione e riforma della tassazione sulle imprese, con in particolare il passaggio dell’aliquota dal 35% al 15% e rimpatrio dei profitti detenuti all’estero (con un’aliquota che il programma fissa al 10%). Unitamente ad altre misure si avrebbe una riduzione del prelievo sulle imprese di circa 2850 miliardi.
  2. Riduzione della tassazione collegata alla cancellazione della riforma sanitaria di Obama (con una riduzione del prelievo superiore ai 1200 miliardi)

Sul versante delle spese i comparti su cui si concentra esplicitamente il programma di Trump sono la Difesa e le infrastrutture. Per la prima gli interventi sommano a circa 450 miliardi in 10 anni, mentre per le seconde il programma non presenta una cifra precisa (anche se Trump ha promesso di spendere in questo comparto più di quanto contemplato nel programma della Clinton, ovvero 300 miliardi in 10 anni). Le spese infrastrutturali potrebbero anche far parte di un pacchetto finanziato dal rimpatrio dei profitti detenuti all’estero, un’opzione che appariva plausibile anche nel caso di vittoria di Hillary Clinton.

Nel complesso, è quindi probabile che la nuova amministrazione presenti nei primi mesi del prossimo anno un pacchetto di stimolo fiscale che dovrebbe riflettersi in una crescita in ulteriore accelerazione rispetto a quanto previsto nel nostro attuale scenario (che vede la crescita del PIL passare dall’1.5% di quest’anno al 2.2% nel 2017). E’ inoltre possibile che, visto il controllo congiunto di Presidenza e Congresso, il Partito Repubblicano tenti di procedere a una riforma più generale che coinvolga il sistema del welfare (e in particolare la spesa assistenziale e previdenziale), anche se in questo caso l’opposizione democratica in Senato potrebbe rendere impraticabile questo progetto.

E’ inoltre importante sottolineare che il probabile stimolo fiscale dell’amministrazione Trump sarà adottato in condizioni congiunturali ormai prossime alla piena occupazione (come evidente dall’andamento recente del tasso di disoccupazione) e in un’economia il cui tasso di crescita potenziale non eccede probabilmente l’1.5-1.75%. In queste condizioni è ragionevole pensare che la spinta fiscale dovrebbe riflettersi in un aumento dell’inflazione da livelli di partenza peraltro ormai prossimi, soprattutto in termini di inflazione core, all’obiettivo della Fed. Ne consegue, a nostro avviso, che il percorso di rialzi della Fed attualmente prezzato dal mercato appare troppo cauto (appena 40 pb cumulati nel corso del 2017 e del 2018). Al riguardo, confermiamo inoltre la previsione di un rialzo dei tassi nella riunione del FOMC di metà dicembre, che potrebbe a nostro avviso essere rimandato solo dalla prosecuzione delle tensioni sui mercati finanziari nel corso delle prossime settimane, uno scenario che riteniamo al momento poco probabile.

A nostro avviso, il rischio più rilevante dal punto di vista macroeconomico derivante dalla Presidenza Trump è quello delle tendenze protezionistiche. Trump, infatti, nel corso della campagna elettorale ha preso al riguardo posizioni piuttosto dure (la rinegoziazione di NAFTA, la cancellazione dell’accordo sulla Trans-Pacific-Partnership con i paesi asiatici, l’imposizione di tariffe sui prodotti cinesi e di altri paesi, ecc.) che sicuramente hanno contribuito a fargli guadagnare attenzione e consensi presso l’elettorato. E’ difficile, per il momento, valutare se Trump, una volta Presidente, deciderà di implementare questa parte del programma o se lo ignorerà cercando invece di attrarre consenso con le altre misure economiche del suo programma (in particolare quelle di natura fiscale). Il voto a favore di Trump rappresenta in ogni caso un ulteriore colpo inferto, dopo quello di Brexit, al processo di globalizzazione, ma l’impatto potrebbe essere ulteriormente amplificato se gli impegni del programma su commercio e relazioni internazionali fossero effettivamente mantenuti, in particolare già nelle prime settimane della nuova amministrazione.

 

 

Asset rifugio: il ritorno dei metalli preziosi

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A cura di Fondi&Sicav

 

Dopo un triennio di oblio seguito alla fine di un trend rialzista durato molti anni, i metalli preziosi hanno saputo ritagliarsi nuovamente un ruolo da protagonisti all’interno dei portafogli degli investitori. La ragione di quest’inversione del trend va cercata nei tanti motivi di incertezza che hanno segnato l’anno in corso e alimentato il ritorno dell’avversione al rischio. Ripercorriamo brevemente i fattori d’incertezza che hanno alimentato la corsa al rialzo delle quotazioni dei due metalli nei primi dieci mesi del 2016.

All’inizio del mese l’argento registrava una rivalutazione del 27,6% nei primi dieci mesi del 2016. Nonostante ciò, il suo deprezzamento di medio termine rispetto ai massimi toccati nel settembre del 2014 continua a essere prossimo al 15%. La variazione al ribasso si traduce in una performance negativa pari al doppio rispetto a quella registrata dall’oncia d’oro, il cui ultimo massimo risale al luglio del 2014.

Nel periodo preso in considerazione, il metallo giallo perde più del 7,1% e la sua performance year to date si porta poco sotto il 20%. Il dato si traduce nella rottura di un trend negativo durato tre anni e nel conseguimento del risultato migliore tra quelli archiviati a partire dal 2010.

L’elevata volatilità che li accompagna è uno dei fattori che caratterizza da sempre l’investimento in veicoli che permettono di seguire da vicino l’andamento delle quotazioni dei metalli preziosi. Per rendersi conto dei sobbalzi che bisogna mettere in conto quando si decide di destinare una quota del proprio portafoglio a questi asset, basta dare un’occhiata ai rispettivi livelli di volatilità riscontrati nel corso del 2016: 15% per l’oncia d’oro e oltre il 25% per l’argento.

Il dato relativo alla volatilità ha molto a che vedere con la liquidità. L’oro è visto dalla maggior parte degli investitori come una divisa rifugio (e pertanto gode di maggiori volumi di negoziazione). L’argento è più sensibile alle variazioni di prezzo perché gli scambi sono accompagnati da un livello di liquidità molto più bassa. L’argento tende inoltre ad accusare i colpi derivanti da variazioni intervenute nella sua produzione e nell’arrivo di periodi di scarsità dell’offerta rispetto a impennate della domanda (e viceversa).

Un altro fattore che spiega la maggiore volatilità dell’argento risiede nei possibili utilizzi finali del metallo, decisamente più numerosi rispetto all’oro. L’utilizzo dell’argento spazia dalla lavorazione destinata alla creazione di gioielli all’industria elettronica, farmaceutica e degli armamenti. Questa è la ragione che supporta la definizione dell’argento come metallo pseudo industriale. Queste caratteristiche lo rendono un asset ibrido, a metà strada tra la classica funzione di bene rifugio assolta dai metalli preziosi nelle fasi di profonda incertezza e un asset speculativo a causa dei forti scompensi che possono verificarsi nel rapporto tra domanda e offerta.

Durante il 2016, le quotazioni dei due metalli hanno tratto vantaggio anche dalla graduale espansione di un sentiment avverso al rischio tra gli investitori, che sono tornati a considerare oro e argento un asset rifugio dopo tre anni di quasi totale abbandono di questo tipo di investimento. Durante la prima parte del 2016, le preoccupazioni sono state trasmesse dalla Cina a causa dei timori per una possibile decelerazione brusca dell’economia domestica e una conseguente propagazione di tale decelerazione all’intera economia planetaria. Successivamente, la vittoria del si al referendum sulla Brexit tenutosi lo scorso 23 giugno, ha provocato nuove tensioni sui principali listini internazionali (successivamente riassorbite).

Accanto a questi due elementi guida del sentiment negativo, trovano posto i dubbi sulla solvibilità del sistema bancario europeo (con focus su alcuni istituti bancari italiani e sul colosso tedesco Deutsche Bank). Per altro verso non va dimenticata la caduta del prezzo del petrolio (che ha registrato un minimo inferiore ai 30 usd), fermata solo da un accordo tra la Russia e l’Opec che prevede l’introduzione di tagli alla produzione per supportare le quotazioni.

Una volta rientrate queste fonti di incertezza, l’ultimo fattore ancora in grado di provocare accelerazioni dell’avversione al rischio e offrire un valido supporto ai rimbalzi delle quotazioni degli asset ‘rifugio’ è la sfida per le presidenziali Usa tra Donald Trump e Hillary Clinton.  Una vittoria di Trump sarebbe sinonimo di ulteriore incertezza sui mercati considerando che la sua esperienza politica, capacità e obiettivi rimangono poco chiari. Molti operatori credono che l’avversione al rischio permetterà all’oro di sovraperformare.

Nel periodo che ci divide dal post 8 novembre alla fine dell’anno, a tenere banco sarà invece la Federal Reserve e le attese per un ritocco al rialzo del costo del denaro negli Stati Uniti. La Yellen potrebbe dare l’avvio alla tanto attesa normalizzazione dei tassi Usa dopo un decennio permeato dall’adozione di una serie di provvedimenti monetari espansivi. Stando a un’inchiesta realizzata da Bloomberg tra gestori ed analisti, la probabilità che la Fed opti per un rialzo del costo del denaro è al 73%.

Infine, un quadro generale della situazione non deve tralasciare anche le variabili che possono incidere negativamente sull’attuale trend rialzista: la riduzione dei costi di produzione dell’oro verificatasi negli ultimi trimestri, principalmente a causa del deprezzamento delle divise di Sudafrica, America del Sud, Europa dell’Est e Australia, ha supportato una crescita delle quote produttive e innescato spinte ribassiste sulle quotazioni dell’oncia.

 

Azionario Italia, un mercato a due velocità

In un listino che nel suo complesso è andato male, energia e banche hanno le maggiori responsabilità. Al contrario le mid cap hanno performance simili alla Germania

Il mercato azionario italiano, se ci limitiamo a osservare le sue performance attraverso l’andamento del principale indice azionario, il Ftse Mib, è risultato uno dei  meno performanti al mondo negli ultimi cinque anni. Da inizio novembre 2011, infatti, questo benchmark è risultato deludente anche rispetto a molti mercati emergenti e, nei confronti di questi ultimi, al netto pure dell’andamento valutario. Si tratta di un percorso peculiare se si pensa che l’ultimo lustro ha visto l’ascesa di un presidente della Bce italiano, che è riuscito a imporre una politica monetaria  accomodante quanto quella delle altre maggiori banche centrali mondiali. Oltretutto la quota dei capitali generati con i vari Tltro, Smp e quantitative easing finita alle banche italiane è risultata fra le maggiori.

Eppure le performance sono state  negative: se non contiamo i dividendi ricevuti da inizio novembre a oggi, il Ftse Mib si trova in rialzo di appena il 9%, una performance a decisamente inferiore   a quella di quasi ogni altra nazione rilevante. Non solo, ma a questo risultato si è arrivati con non poche difficoltà: essenzialmente l’azionario italiano è crollato per tutto il 2011 e la prima metà del 2012, fino al famoso discorso del whatever it takes di Draghi, riferito al salvataggio dell’euro. Da lì è partito un lungo, anche se instabile, mercato rialzista, interrotto però da un calo di circa il 20% nel 2014, una flessione molto più forte rispetto a molte altre piazze concorrenti.

Il listino poi è risalito rapidamente da poco più di 18 mila a oltre 24 mila a inizio primavera 2015, mettendo a segno una delle performance più intense in un momento particolarmente favorevole all’azionario globale. Da lì in poi  è stato un rapido tornare sotto quota 17 mila.

Come si può vedere, le aziende quotate  del listino italiano tendono semplicemente ad amplificare rapidi movimenti al rialzo dei listini globali, per poi sottoperformare in modo significativo nelle fasi di negatività o anche in quelle di semplici movimenti laterali. Alla base di questo trend ovviamente non si può ignorare l’andamento dell’economia italiana dal 2011 in poi: nel quinquennio  il Pil in termini nominali, comprendendo quindi anche l’inflazione, non è praticamente cresciuto, fattore che evidenzia la pesante recessione vissuta in termini reali a livello pro capite.

Non a caso le performance del listino nazionale evidenziano una dicotomia vistosa e per certi versi senza pari al mondo. Se ci allarghiamo al di fuori del principale indicatore e guardiamo all’intero listino, vediamo che ad avere affossato i rendimenti sono alcuni settori che sono andati male in tutta Europa, se non in tutto il mondo. Ad esempio a fine ottobre il comparto bancario italiano registrava in cinque anni una perdita di oltre il 20%, mentre quello energetico sfiorava il 30%. Si tratta di cali molto maggiori rispetto al resto del continente: il sottoindice bancario dello Stoxx 600, che raccoglie le principali 600 azioni dell’Europa sviluppata nello stesso lasso di tempo era comunque riuscito a salire di qualche punto percentuale, mentre le azioni oil&gas sempre dello Stoxx 600 erano calate di circa il 7%.

Come si può vedere sono intervenuti fattori specifici italiani: nel caso delle banche il pesante accumulo di incagli e sofferenze nei confronti del settore privato, nel caso dell’energia il crollo delle quotazioni dell’oro nero è stato ampliato dalla disastrosa gestione di Saipem, che, rispetto ai picchi del 2011, ha perso circa il 90% del suo valore borsistico.

Il discorso va però allargato ad altri segmenti del mercato. Anche assicurazioni, telecom e media hanno vissuto gravi difficoltà specifiche, registrando seri cali senza eguali nel resto del Vecchio continente: le telecomunicazioni nel lustro descritto sono salite in Europa di circa il 17%. Come si può evincere ad avere una performance decisamente negativa sono stati quei titoli legati in maniera più forte al mercato domestico.

Ciò ha generato un andamento borsistico assolutamente inusuale: oltre alle blue chip nazionali hanno vissuto performance indistinguibilmente negative anche le small cap del listino. Queste ultime sono anch’esse legate a un mercato domestico depresso e con un ridotto accesso al credito. A fornire però una sovraperformance importante ci hanno pensato le società a media capitalizzazione di Borsa Italiana. Infatti nello stesso periodo il Ftse midcap è salito di oltre il 50%, con gli industriali dell’intero listino che sono cresciuti di oltre due terzi. In quest’ultimo caso si tratta di performance che replicano, anche nel loro andamento mese per mese, quelle dell’indice Dax tedesco.

Proprio in questo ambito infatti si trova la maggiore concentrazione della parte più vitale dell’economia italiana, ossia quelle medie imprese manifatturiere in grado di produrre beni di alta qualità per i mercati globali. Le caratteristiche settoriali del listino milanese hanno dunque portato ad una dispersione dei rendimenti  molto particolare: di solito mid e small cap sono infatti piuttosto correlate fra di loro e tendono a sovraperformare i gruppi più dimensionalmente rilevanti nelle fasi di crescita globale dei mercati.

È come dunque se la Borsa avesse riconosciuto l’esistenza di due Italie: una simile alla Grecia e una alla Germania. Come spesso succede nei fenomeni finanziari spesso c’è poi una componente di auto-realizzazione: molti fondi dedicati all’Italia infatti si sono pesantemente concentrati su questi comparti, diminuendo il peso delle cariatidi domestiche, per ottenere performance significative.

Fatto questo quadro non si può fare a meno di aggiungere che sarebbe vitale, per fare tornare a crescere l’azionario italiano nel suo complesso e per ridurne la fragilità strutturale, riuscire a operare un processo di riforme tale da riavviare un percorso di crescita anche per i segmenti domestici. Infatti il rischio è che con l’affievolirsi del ciclo globale si arrivi a una nuova recessione, prima o poi inevitabile, con gli investitori istituzionali presenti solamente in una ristretta fascia del mercato italiano, per di più legato alle vicende dell’economia mondiale in maniera decisamente forte. Se dovesse cedere anche quel segmento, le conseguenze sarebbero molto pesanti.

I rischi del trading speculativo

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Quando un novello speculatore si affaccia sui mercati finanziari, suole farlo seguendo due idee completamente sbagliate. Da un lato pensa, dopo aver letto o sfogliato qualche manuale made in Usa su come operare in Borsa, di poter trasformare qualche migliaia di euro in un milione.

La seconda idea, frutto d’input pubblicitari e dell’eccesso di fiducia nei propri mezzi, è che con quest’approccio si possa puntare a vivere di solo trading e abbandonare il lavoro di tutti i giorni. Questa concezione irreale determina, in tempi più o meno brevi, un senso di frustrazione che sarà l’elemento scatenante delle perdite finali.

Alcuni studi realizzati negli Stati Uniti hanno evidenziato che il 40% di questi investitori/speculatori abbandona la propria operatività prima che sia trascorso un mese dall’avvio. L’80% degli investitori che adottano quest’approccio abbandona l’operatività entro i due anni e appena il 6% restano operativi a distanza di cinque anni dall’inizio dell’attività di trading.

Gli stessi studi dimostrano che, in un arco temporale medio-lungo quale può essere considerato un lustro, la performance conseguita è mediamente inferiore del 7% a quella conseguita dall’investitore meno attivo o cassettista. L’insieme di questi risultati conferma che le false aspettative e le idee sbagliate poste alla base di questa strategia sono il mix scatenante delle perdite conseguite nel breve termine e dei risultati sconfortanti conseguiti nel medio-lungo termine.

Quando lo speculatore si scontra con la dura realtà, tende a sviluppare diverse forme di uscita o permanenza nel mercato. Una fetta di quell’80% che abbandona dopo soli due anni, opta per il ritiro definitivo dal mercato e dal trading. Un’altra fetta decide che è il caso di raddoppiare la posta in gioco per mediare le perdite e sfruttare un eventuale rimbalzo delle quotazioni (mentalità tipica da giocatore della lotteria). Il finale si può rapidamente immaginare. L’ultima fetta di speculatori è invece quella che decide di fare tesoro delle lezioni ricevute a causa di approcci e comportamenti a dir poco rischiosi, e comincia a operare correttamente.

Gli studi realizzati negli Usa su un campione ampio di speculatori da trading quotidiano, dimostrano l’esistenza di una relazione tra cittadini a basso reddito e assunzione di posizioni estremamente rischiose sui mercati finanziari. Gli investitori che possono contare su redditi molto bassi tendono a speculare con più forza, convinti che il mercato finanziario sia equiparabile a una lotteria (ottenendo i medesimi risultati).

Il comportamento di questa tipologia d’investitori sviluppa materialmente il ‘paradosso del trading’: investimento guidato esclusivamente dalle scelte emotive che porta l’investitore a realizzare acquisti quando le quotazioni sono alte e a vendere quando sono basse. Uno studio realizzato da Barclays dimostra che, nella migliore delle ipotesi, questi investitori hanno ottenuto una perdita media del 20% in un periodo di venti anni rispetto alle performance conseguite dal mercato di riferimento.

Le interviste realizzate sul campione utilizzato per lo studio, evidenziano che il 32% degli investitori era convinto che compiere molte operazioni di acquisto e vendita fosse una strada obbligata per conseguire performance elevate. Tuttavia, il 46% del campione ha sostenuto di comprendere che sono le spinte emotive e non la convinzione di ottenere performance più elevate a guidare il loro trading.

Il paradosso immediato si ha quando si chiede al campione lumi sulle cause che portano all’eccesso di trading. In media, soltanto il 16% degli interpellati riconosce la gravità del problema. Quelli che credono ciecamente nella necessità di acquistare e vendere per arrivare al successo sono circa il 48% del totale. Il 50% di questo 48% crede fortemente nella propria capacità di successo generata attraverso l’utilizzo di un’attività di trading spinta.  L’eccesso di fiducia nei propri mezzi significa che molti investitori pensano che le proprie capacità siano superiori alla media, e questo li porta a investire più di quanto si potrebbe considerare ottimale se fosse adottata un’attenta gestione del controllo dei rischi.

I passi da compiere per evitare di cadere nella trappola del trading speculativo

In primo luogo, dopo aver sperimentato una perdita sarebbe meglio prendersi una pausa di riflessione salutare, utile a metabolizzare l’ammanco e capire le ragioni alla base della performance negativa. Non bisogna mai partire dal presupposto che sia stato il mercato a rubare i propri soldi perché questa è la migliore strada per ripetere l’errore iniziale. Non bisogna lasciarsi guidare dall’emotività ed è necessario ripianificare la strategia d’investimento.

In secondo luogo, è importante evitare di aumentare il livello di rischio per cercare di recuperare la perdita. Questo comportamento determinerebbe un aumento delle operazioni e una riduzione del controllo del rischio esercitabile sull’intero portafoglio.  L’investitore ha bisogno di focalizzarsi su pochi titoli e di fissare i livelli di perdita e gli obiettivi di performance. Se il ratio rendimento/rischio non è positivo è preferibile sospendere l’operatività.

Le fasi in cui si resta fuori dai mercati sono le migliori per rivedere la strategia d’investimento. Fare molte operazioni di acquisto e vendita non si traduce in guadagni. Tutto il contrario. Le emozioni possono giocare brutti scherzi e le perdite subiranno accelerazioni a causa dei maggiori costi derivanti dal trading intenso. Il taglio dei ‘costi emotivi’ sarà un buon punto di partenza per dare una spinta alle performance del vostro portafoglio.

Aggiornamento settimanale sui mercati

Mercati contrastati: sotto i riflettori utili trimestrali e dati macro

 

Protagonisti della settimana:

o   Banche Centrali

o   Petrolio

o   Dati macro-economici

o   Trimestrali società

I mercati hanno aperto la settimana in rialzo dietro la spinta di utili sopra le stime e dati macroeconomici positivi che hanno determinato un miglioramento del sentiment di mercato. In particolare, gli indici PMI su manifattura e servizi nell’Area Euro hanno mostrato, in prima lettura, un miglioramento ad ottobre, attestandosi oltre le attese, rispettivamente, a 53.3 (vs. 52.6 precedente e 52.7 stimato) e 53.5 (vs. 52.2 precedente e 52.4 atteso), con il PMI composite salito ad ottobre a 53.7 (vs. 52.6 precedente e 52.8 di consenso). Dati positivi anche per gli Stati Uniti, con i PMI preliminari su manifattura e servizi saliti ad ottobre, rispettivamente, a 53.2 (vs. 51.5 precedente) e 54.8 (vs. 52.3 precedente), con il PMI composite attestatosi a 54.9 (vs. 52.3 precedente). A partire da martedì si è tuttavia registrata un’inversione di tendenza dopo l’annuncio di utili deludenti che hanno controbilanciato i risultati positivi precedentemente pubblicati; le pressioni al ribasso sono state altresì alimentate dalla discesa del petrolio, in attesa che i principali Paesi produttori di greggio ratifichino l’accordo per un taglio della produzione, dopo che la Russia ha fatto sapere che non intende aggregarsi. Tra gli investitori ha dunque prevalso un atteggiamento attendista, con particolare attenzione ai dati di congiuntura per cercare di anticipare le prossime mosse delle Banche Centrali, quando ormai i future sui Fed funds stanno scontando un’alta probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Fed a dicembre.

 

Sui mercati obbligazionari si è osservato in settimana un’ondata generalizzata di vendite, con un rialzo dei tassi sulle curve di riferimento americana e Euro, più marcato sulle scadenze a medio/lungo termine. Guardando al movimento dei tassi in un mese, entrambe le curve sono state interessate da uno spostamento verso l’alto, anche in questo caso più evidente nelle parti a lungo termine delle curve. I differenziali di rendimento tra governativi decennali periferici e Bund si sono ridotti in settimana, fatta eccezione per lo spread Italia-Germania, che ha chiuso in rialzo. Con riferimento al Credito, gli indici dei comparti delle obbligazioni Corporate e ad elevata volatilità si sono ridotti; di contro si è registrato un rialzo dell’indice CDS per i Finanziari.