Azionario Italia, un mercato a due velocità

In un listino che nel suo complesso è andato male, energia e banche hanno le maggiori responsabilità. Al contrario le mid cap hanno performance simili alla Germania

Il mercato azionario italiano, se ci limitiamo a osservare le sue performance attraverso l’andamento del principale indice azionario, il Ftse Mib, è risultato uno dei  meno performanti al mondo negli ultimi cinque anni. Da inizio novembre 2011, infatti, questo benchmark è risultato deludente anche rispetto a molti mercati emergenti e, nei confronti di questi ultimi, al netto pure dell’andamento valutario. Si tratta di un percorso peculiare se si pensa che l’ultimo lustro ha visto l’ascesa di un presidente della Bce italiano, che è riuscito a imporre una politica monetaria  accomodante quanto quella delle altre maggiori banche centrali mondiali. Oltretutto la quota dei capitali generati con i vari Tltro, Smp e quantitative easing finita alle banche italiane è risultata fra le maggiori.

Eppure le performance sono state  negative: se non contiamo i dividendi ricevuti da inizio novembre a oggi, il Ftse Mib si trova in rialzo di appena il 9%, una performance a decisamente inferiore   a quella di quasi ogni altra nazione rilevante. Non solo, ma a questo risultato si è arrivati con non poche difficoltà: essenzialmente l’azionario italiano è crollato per tutto il 2011 e la prima metà del 2012, fino al famoso discorso del whatever it takes di Draghi, riferito al salvataggio dell’euro. Da lì è partito un lungo, anche se instabile, mercato rialzista, interrotto però da un calo di circa il 20% nel 2014, una flessione molto più forte rispetto a molte altre piazze concorrenti.

Il listino poi è risalito rapidamente da poco più di 18 mila a oltre 24 mila a inizio primavera 2015, mettendo a segno una delle performance più intense in un momento particolarmente favorevole all’azionario globale. Da lì in poi  è stato un rapido tornare sotto quota 17 mila.

Come si può vedere, le aziende quotate  del listino italiano tendono semplicemente ad amplificare rapidi movimenti al rialzo dei listini globali, per poi sottoperformare in modo significativo nelle fasi di negatività o anche in quelle di semplici movimenti laterali. Alla base di questo trend ovviamente non si può ignorare l’andamento dell’economia italiana dal 2011 in poi: nel quinquennio  il Pil in termini nominali, comprendendo quindi anche l’inflazione, non è praticamente cresciuto, fattore che evidenzia la pesante recessione vissuta in termini reali a livello pro capite.

Non a caso le performance del listino nazionale evidenziano una dicotomia vistosa e per certi versi senza pari al mondo. Se ci allarghiamo al di fuori del principale indicatore e guardiamo all’intero listino, vediamo che ad avere affossato i rendimenti sono alcuni settori che sono andati male in tutta Europa, se non in tutto il mondo. Ad esempio a fine ottobre il comparto bancario italiano registrava in cinque anni una perdita di oltre il 20%, mentre quello energetico sfiorava il 30%. Si tratta di cali molto maggiori rispetto al resto del continente: il sottoindice bancario dello Stoxx 600, che raccoglie le principali 600 azioni dell’Europa sviluppata nello stesso lasso di tempo era comunque riuscito a salire di qualche punto percentuale, mentre le azioni oil&gas sempre dello Stoxx 600 erano calate di circa il 7%.

Come si può vedere sono intervenuti fattori specifici italiani: nel caso delle banche il pesante accumulo di incagli e sofferenze nei confronti del settore privato, nel caso dell’energia il crollo delle quotazioni dell’oro nero è stato ampliato dalla disastrosa gestione di Saipem, che, rispetto ai picchi del 2011, ha perso circa il 90% del suo valore borsistico.

Il discorso va però allargato ad altri segmenti del mercato. Anche assicurazioni, telecom e media hanno vissuto gravi difficoltà specifiche, registrando seri cali senza eguali nel resto del Vecchio continente: le telecomunicazioni nel lustro descritto sono salite in Europa di circa il 17%. Come si può evincere ad avere una performance decisamente negativa sono stati quei titoli legati in maniera più forte al mercato domestico.

Ciò ha generato un andamento borsistico assolutamente inusuale: oltre alle blue chip nazionali hanno vissuto performance indistinguibilmente negative anche le small cap del listino. Queste ultime sono anch’esse legate a un mercato domestico depresso e con un ridotto accesso al credito. A fornire però una sovraperformance importante ci hanno pensato le società a media capitalizzazione di Borsa Italiana. Infatti nello stesso periodo il Ftse midcap è salito di oltre il 50%, con gli industriali dell’intero listino che sono cresciuti di oltre due terzi. In quest’ultimo caso si tratta di performance che replicano, anche nel loro andamento mese per mese, quelle dell’indice Dax tedesco.

Proprio in questo ambito infatti si trova la maggiore concentrazione della parte più vitale dell’economia italiana, ossia quelle medie imprese manifatturiere in grado di produrre beni di alta qualità per i mercati globali. Le caratteristiche settoriali del listino milanese hanno dunque portato ad una dispersione dei rendimenti  molto particolare: di solito mid e small cap sono infatti piuttosto correlate fra di loro e tendono a sovraperformare i gruppi più dimensionalmente rilevanti nelle fasi di crescita globale dei mercati.

È come dunque se la Borsa avesse riconosciuto l’esistenza di due Italie: una simile alla Grecia e una alla Germania. Come spesso succede nei fenomeni finanziari spesso c’è poi una componente di auto-realizzazione: molti fondi dedicati all’Italia infatti si sono pesantemente concentrati su questi comparti, diminuendo il peso delle cariatidi domestiche, per ottenere performance significative.

Fatto questo quadro non si può fare a meno di aggiungere che sarebbe vitale, per fare tornare a crescere l’azionario italiano nel suo complesso e per ridurne la fragilità strutturale, riuscire a operare un processo di riforme tale da riavviare un percorso di crescita anche per i segmenti domestici. Infatti il rischio è che con l’affievolirsi del ciclo globale si arrivi a una nuova recessione, prima o poi inevitabile, con gli investitori istituzionali presenti solamente in una ristretta fascia del mercato italiano, per di più legato alle vicende dell’economia mondiale in maniera decisamente forte. Se dovesse cedere anche quel segmento, le conseguenze sarebbero molto pesanti.

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