Implicazioni economiche dell’elezione di Donald Trump: Opportunità e Rischi

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A cura di Flavio Rovida

L’inattesa elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, congiuntamente con la conferma del controllo di entrambi i rami del Congresso da parte del Partito Repubblicano, rappresenta a nostro avviso un passaggio molto importante nello spostamento del mix di politica economica dagli interventi monetari a quelli fiscali, che risulta rilevante non solo per gli USA, ma anche a livello globale. Sebbene il programma economico sul quale Trump ha condotto la propria campagna elettorale presenti degli elementi di opacità, è però molto evidente che il tema centrale è rappresentato da un ingente stimolo fiscale, da realizzare principalmente attraverso una significativa riduzione (e semplificazione) della tassazione sia per le imprese sia per le famiglie associata ad un controllo complessivo della spesa pubblica (in realtà un significativo calo se si considera anche la spesa sanitaria) che consenta comunque un incremento delle spese nei settori delle infrastrutture e della difesa.

Sul versante delle entrate (e includendo le misure relative alla sanità) il programma di Trump contempla tagli alle imposte per circa 5700 miliardi nel corso dei prossimi 10 anni (utilizzando le stime fornite dal Committee for a Responsible Federal Budget) con le misure più rilevanti rappresentate da:

1. Riduzione e semplificazione delle aliquote fiscali per le persone fisiche (da 7 aliquote a 3, con un minimo del 12% e un massimo del 33%), significativo aumento della deduzione “standard” e abolizione dell’Alternative Minimum Tax, in parte compensate da riduzione dei trattamenti privilegiati, con una riduzione complessiva degli introiti di circa 900 miliardi (sempre cumulata nel corso dei prossimi 10 anni)

  1. Riduzione e riforma della tassazione sulle imprese, con in particolare il passaggio dell’aliquota dal 35% al 15% e rimpatrio dei profitti detenuti all’estero (con un’aliquota che il programma fissa al 10%). Unitamente ad altre misure si avrebbe una riduzione del prelievo sulle imprese di circa 2850 miliardi.
  2. Riduzione della tassazione collegata alla cancellazione della riforma sanitaria di Obama (con una riduzione del prelievo superiore ai 1200 miliardi)

Sul versante delle spese i comparti su cui si concentra esplicitamente il programma di Trump sono la Difesa e le infrastrutture. Per la prima gli interventi sommano a circa 450 miliardi in 10 anni, mentre per le seconde il programma non presenta una cifra precisa (anche se Trump ha promesso di spendere in questo comparto più di quanto contemplato nel programma della Clinton, ovvero 300 miliardi in 10 anni). Le spese infrastrutturali potrebbero anche far parte di un pacchetto finanziato dal rimpatrio dei profitti detenuti all’estero, un’opzione che appariva plausibile anche nel caso di vittoria di Hillary Clinton.

Nel complesso, è quindi probabile che la nuova amministrazione presenti nei primi mesi del prossimo anno un pacchetto di stimolo fiscale che dovrebbe riflettersi in una crescita in ulteriore accelerazione rispetto a quanto previsto nel nostro attuale scenario (che vede la crescita del PIL passare dall’1.5% di quest’anno al 2.2% nel 2017). E’ inoltre possibile che, visto il controllo congiunto di Presidenza e Congresso, il Partito Repubblicano tenti di procedere a una riforma più generale che coinvolga il sistema del welfare (e in particolare la spesa assistenziale e previdenziale), anche se in questo caso l’opposizione democratica in Senato potrebbe rendere impraticabile questo progetto.

E’ inoltre importante sottolineare che il probabile stimolo fiscale dell’amministrazione Trump sarà adottato in condizioni congiunturali ormai prossime alla piena occupazione (come evidente dall’andamento recente del tasso di disoccupazione) e in un’economia il cui tasso di crescita potenziale non eccede probabilmente l’1.5-1.75%. In queste condizioni è ragionevole pensare che la spinta fiscale dovrebbe riflettersi in un aumento dell’inflazione da livelli di partenza peraltro ormai prossimi, soprattutto in termini di inflazione core, all’obiettivo della Fed. Ne consegue, a nostro avviso, che il percorso di rialzi della Fed attualmente prezzato dal mercato appare troppo cauto (appena 40 pb cumulati nel corso del 2017 e del 2018). Al riguardo, confermiamo inoltre la previsione di un rialzo dei tassi nella riunione del FOMC di metà dicembre, che potrebbe a nostro avviso essere rimandato solo dalla prosecuzione delle tensioni sui mercati finanziari nel corso delle prossime settimane, uno scenario che riteniamo al momento poco probabile.

A nostro avviso, il rischio più rilevante dal punto di vista macroeconomico derivante dalla Presidenza Trump è quello delle tendenze protezionistiche. Trump, infatti, nel corso della campagna elettorale ha preso al riguardo posizioni piuttosto dure (la rinegoziazione di NAFTA, la cancellazione dell’accordo sulla Trans-Pacific-Partnership con i paesi asiatici, l’imposizione di tariffe sui prodotti cinesi e di altri paesi, ecc.) che sicuramente hanno contribuito a fargli guadagnare attenzione e consensi presso l’elettorato. E’ difficile, per il momento, valutare se Trump, una volta Presidente, deciderà di implementare questa parte del programma o se lo ignorerà cercando invece di attrarre consenso con le altre misure economiche del suo programma (in particolare quelle di natura fiscale). Il voto a favore di Trump rappresenta in ogni caso un ulteriore colpo inferto, dopo quello di Brexit, al processo di globalizzazione, ma l’impatto potrebbe essere ulteriormente amplificato se gli impegni del programma su commercio e relazioni internazionali fossero effettivamente mantenuti, in particolare già nelle prime settimane della nuova amministrazione.

 

 

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