Trumponomics: il neo-statalismo alla riscossa

A cura di Fondi&Sicav

 

I mercati hanno scoperto che l’avvento del nuovo presidente può fare decollare alcuni settori

Come ormai probabilmente sanno anche sassi e lucertole, Donald John Trump sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Al termine di una campagna elettorale asprissima, a volte caratterizzata da scontri al limite del grottesco, il candidato repubblicano è riuscito a prevalere nel conteggio dei delegati, nonostante una sconfitta di strettissima misura nel voto popolare.

In queste ore il mondo è ovviamente inondato di analisi politiche, ma ciò che in questo momento è più difficile è tentare di capire quali potrebbero essere le conseguenze finanziarie della presidenza Trump, che potrebbe riservare qualche sorpresa. Mercoledì 9 novembre, infatti, i mercati finanziari hanno operato una delle più clamorose inversioni a U dei tempi moderni: quando nel pieno della notte italiana è cominciato a essere chiaro che la posizione di Hillary Clinton, considerata la candidata dell’establishment finanziario ed economico in genere del paese, era tutt’altro che solida, è scoppiato il panico. Dai mercati asiatici ai future su quelli statunitensi è venuto giù tutto, con una forte ascesa di oro e titoli di stato e un deciso indebolimento del dollaro. A un certo punto la sessione notturna del future sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 è stata interrotta per eccesso di ribasso (-5%).

Da lì in poi è partita una ripresa che non ha accennato a fermarsi per tutta la giornata: il mercato azionario statunitense, sempre nella versione S&P 500, è andato a chiudere positivo per circa l’1,4%. L’euro, dopo avere superato quota 1,13 contro il dollaro, è sceso di nuovo intorno a 1,09. Il Nikkei giapponese giovedì mattina era in risalita di quasi il 7% (aveva chiuso ieri quando le borse erano ancora in territorio ampiamente negativo). Ma più interessante è ciò che è accaduto al decennale statunitense: a un certo punto i rendimenti veleggiavano intorno a 1,7%, ma in questo momento siamo a quota 2%, il massimo dal gennaio 2016.

Quanto successo si può interpretare in questa maniera: da una parte vi è un enorme rischio politico, che è andato ad accumularsi nell’ultimo decennio, per poi esplodere in maniera virulenta negli ultimissimi anni, Chiunque, solamente nel 2012, al di là delle proprie convinzioni politiche,  fosse stato messo di fronte a uno scenario fatto di Brexit, Donald Trump presidente Usa, nonché possibile vittoria del Movimento 5 stelle alle prossime elezioni italiane e ascesa alla presidenza francese di Marine Le Pen, avrebbe considerato il tutto roba da fantascienza.

Dall’altra parte, però, i mercati, nonostante qualche periodo di panico puro, stanno sostanzialmente scegliendo di ignorare il disgregamento della politica tradizionale, ritenendo comunque che verrà mantenuta una continuità nelle politiche espansive degli ultimi anni. Da anni ormai il ciclo economico è a dir poco mediocre, a parte il Sud Europa e pochi altri casi, però, almeno ufficialmente, il mondo è fuori dalla recessione da sette anni, un periodo molto lungo per i normali cicli economici globali.

Appare scontato ripetere che le banche centrali hanno giocato un ruolo fondamentale in questo processo, azione che adesso dovrebbe gradualmente venire meno (Giappone a parte). La Fed infatti dovrebbe riprendere ad alzare un po’ i tassi, mentre la Bce si avvia con ogni probabilità nel 2017 a una lenta diminuzione del Qe. Il testimone del sostegno all’economia però verrà passato con ogni probabilità allo stimolo fiscale, che, tradotto in soldoni, significa maggiore spesa pubblica.

Questo fenomeno spiega anche la fine del gigantesco mercato rialzista delle obbligazioni, titoli di stato in primis, degli ultimi anni. Infatti maggiore spesa equivale a più bond emessi e con un minore sostegno degli istituti di emissione non sorprende che i rendimenti diventino quindi più alti. Senza contare che di solito manovre di espansione della spesa pubblica portano inflazione, anch’essa un fattore che spinge al ribasso le quotazioni dei bond (e quindi al rialzo i rendimenti).

Se tale processo rimanesse limitato e controllato e se, ad esempio, il decennale Usa si dovesse stabilizzare intorno al 2,5% nei prossimi anni, si creerebbe un processo positivo per i mercati. Infatti un irripidimento della curva dei tassi, ovvero una maggiore distanza fra quelli a lunga e quelli a breve, rappresenta notoriamente una cuccagna per il sistema finanziario che può sfruttare il conseguente ritorno a un maggiore appiattimento in dozzine di maniere.

Inoltre una maggiore spesa pubblica è senz’altro qualcosa su cui gli investitori azionari non sputano. Basti pensare che, non appena è passato il panico per l’elezione di Trump, hanno cominciato a salire all’impazzata soprattutto i titoli legati al settore finanziario e alle infrastrutture, oltre che l’intero segmento farmaceutico: in quest’ultimo caso erano le promesse di Clinton di porre un freno ai prezzi delle medicine a fare paura. Per le infrastrutture, invece, si ritiene che Trump potrebbe spendere fra i 600 miliardi di dollari e il trilione per rimettere a nuovo il paese, che, incidentalmente, ne ha parecchio bisogno.

Come si può capire, si tratterebbe di una cuccagna che farebbe comodo a molti. In definitiva i grandi investitori stanno scommettendo sul fatto che questa ondata di populismo possa essere ricondotta nell’alveo dell’establishment grazie a un incremento della spesa pubblica e al conseguente aumento del debito. In pratica lo stesso trend degli ultimi decenni, solo in salsa lievemente diversa.

Se il neo-statalismo non dovesse funzionare, è inutile dire che le conseguenze in termini di volatilità e avversione al rischio sarebbero devastanti.

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