Attenzione al reddito fisso

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A cura di Fondi&Sicav

 

Quando un investitore decide di destinare ai mercati azionari una quota del proprio patrimonio, di norma punta a realizzare performance superiori a quelle offerte dal mercato monetario e da quello obbligazionario, ma è anche cosciente del rischio di poterne perdere una parte e ammette senza problemi che esiste una certa probabilità che questo evento spiacevole si verifichi. Non per nulla si parla di azioni come titoli di rischio.

Al contrario, quando l’investitore destina i propri risparmi al reddito fisso lo scenario mentale cambia quasi completamente. Il sottoscrittore è mentalmente pronto solo a guadagnare. Questa errata convinzione è in parte legata alla definizione ‘reddito fisso’, dove quel ‘fisso’ tende ad essere confuso con ‘sicuro’.

Trattasi di una percezione errata. Il reddito fisso non è esente da rischi. Né quello privato, che viene emesso da società non finanziarie e banche, né tantomeno quello pubblico, offerto dagli Stati o da enti. Detto in altro modo: anche coloro che decidono di sottoscrivere delle obbligazioni si assumono il rischio di perdere denaro. Il concetto riveste un’importanza fondamentale perché chi investe in titoli di debito solitamente non è pronto a sopportare perdite.

I motivi posti alla base delle possibili perdite nel mondo del reddito fisso sono due. Il primo è rappresentato dal rischio di credito, che consiste nella probabilità di default dell’emittente e nell’impossibilità – per il sottoscrittore- di rientrare in possesso del suo capitale. Il secondo –quello verificatosi nelle ultime due settimane- è il rischio prezzo. Allo stesso modo delle azioni, anche i bond vengono quotati sui listini e il loro prezzo tende a oscillare (più o meno violentemente a seconda delle scadenze).

Di conseguenza, il loro prezzo può subire oscillazioni al rialzo (che sono quelle che hanno permesso negli ultimi anni di realizzare laute performance) o al ribasso (quelle viste nelle ultime settimane, che hanno portato le quotazioni dei bond dell’eurozona a perdere in poche sedute, per i bond a lunga scadenza,  anche il 10% e oltre). Le perdite si materializzeranno nei portafogli degli investitori che sono costretti a vendere i titoli o in quelli dei fondi comuni d’investimento o Exchange traded funds obbligazionari che sono costretti ad attualizzare il valore dei titoli ospitati nei propri portafogli.

Quest’ultimo impatto sulle quotazioni dei fondi d’investimento è particolarmente importante per quegli investitori che credono che questi prodotti rappresentino un’alternativa ai conti deposito. Non è così. Si tratta di strumenti completamente differenti per potenzialità di guadagno e livello di rischio.

A cosa abbiamo assistito in quest’ultima settimana? Il rialzo dei rendimenti fino al 3% è stato sperimentato dai Treasury USA a trenta anni, un livello che non si vedeva dal 2015. Nello stesso arco temporale, il rendimento del Treasury bond decennale ha toccato quota 2%, quello dei bund tedeschi trentennali ha superato la soglia dell’1% e i Btp italiani a dieci anni hanno superato il 2%.

La domanda che si pongono gli investitori è se sia opportuno approfittare del rimbalzo dei rendimenti o se il deprezzamento dei bond sia destinato a proseguire (e quindi sia meglio assumere una posizione attendista). David Wo, strategist di Bank of America Merrill Lynch, opta per questa seconda ipotesi. Lo strategist ha affermato che si aspetta un’ulteriore caduta del prezzo dei bond se Trump e il Congresso Usa (controllato dai repubblicani), metteranno in pratica il piano fiscale che prevede un taglio alle imposte e l’erogazione di finanziamenti per la realizzazione di opere infrastrutturali (con conseguente incremento del deficit).

Quale è il collegamento tra queste variabili? L’incremento del deficit farà aumentare l’offerta di titoli di stato nella misura in cui lieviterà il debito complessivo degli Usa. L’allentamento della pressione fiscale darà luogo a tassi d’interesse più elevati e creerà le condizioni ideali per assistere ad un rafforzamento del biglietto verde’, ha sostenuto Wo.

I più pessimisti si aspettano che il rendimento del Treasury decennale possa spingersi fino al 6% nei prossimi quattro o cinque anni, sostenendo che l’agenda delineata dai repubblicani sia molto ostile al mercato obbligazionario.  Il team di Trump punterà molto sul rilancio di una crescita del Pil prossima al 4% e avrà bisogno di tassi d’inflazione più alti per rendere sostenibile l’incremento del debito pubblico necessario a supportare il piano di rilancio delle infrastrutture.

Il tutto potrebbe sfociare in un tasso d’inflazione vicino al 3% e una crescita del Pil nominale tra il 4% e il 6%. In altre parole, la crescita reale resterebbe vicina ai livelli attuali ma il ritorno in termini di raccolta di consenso (ti faccio credere di avere più soldi intasca con un taglio delle tasse e te li tolgo via inflazione) sarebbe assicurato. Quello che è accaduto nell’ultima settimana rappresenta un avviso ai naviganti per tutti gli investitori che tendono a sottovalutare i rischi insiti nel segmento obbligazionario.

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