Super dollaro galvanizzato da Trump

A cura di Fondi&Sicav

 

La moneta Usa era già protagonista di un rally decennale nei confronti delle altre valute e l’elezione del nuovo presidente ha dato il via ad un’accelerazione. Ma fino a quando?

Tra le tante conseguenze che ha portato la vittoria elettorale di Donald Trump, vi è anche la ripresa a tutta forza del trend rialzista del dollaro. Cominciamo con qualche cifra che serve ad inquadrare il fenomeno: allo scoppio della notizia del vantaggio del nuovo presidente la divisa americana si è indebolita pesantemente, con l’euro che è salito fin sopra 1,13. Dopodiché, come è avvenuto nel resto dei mercati finanziari, è cominciata un’inversione clamorosa che continua tuttora. Attualmente, infatti, il cambio con la moneta unica europea è sotto la soglia di 1,07, il livello più basso da circa un anno a questa parte, nonché un valore che si posiziona intorno ai massimi del movimento di crescita del biglietto verde iniziato a fine 2014. Se ci spostiamo su altre valute, il discorso cambia di poco: lo sfondamento di quota 109 nei confronti dello yen rappresenta il massimo per il biglietto verde dalla scorsa primavera. Se si pensa che nella prima parte del 2012, nei mesi precedenti il lancio delle politiche di svalutazione del premier nipponico Abe, la divisa del Sol Levante scambiava al di sotto di quota 80, si ha una misura di quanta forza ha acquisito la moneta Usa negli ultimi anni, con un aumento di intensità notevole in questi ultimi giorni.

Impressionante appare l’andamento del Dollar index, un indicatore che esprime il rapporto del dollaro rispetto alle sei valute dei paesi sviluppati più trattate: euro, sterlina, yen, dollaro canadese, franco svizzero e corona svedese. Vale la pena ricordare che questo indice è attualmente ai massimi dagli inizi degli anni 2000, essendosi portato sopra quota 100, un valore che nell’ultimo decennio era riuscito a superare di pochissimo e brevemente solo nel 2015. Tanto per dare una misura del trend storico in atto, ai minimi della moneta americana, nei primi mesi del 2008, il Dollar index scambiava in una fascia di poco superiore a 70.

Se poi ci spostiamo nell’ambito delle divise emergenti, i movimenti sono stati ancora più intensi: può forse non stupire infatti che in questi giorni il peso messicano abbia superato per la prima volta nella sua storia quota 20, ma meno scontato appare il fatto che lo yuan cinese sia giunto ai minimi degli ultimi otto anni. Dunque super-dollaro su tutto, anche se può forse fare specie che questo trend sia stato amplificato dall’elezione di un presidente che fino a poche ora prima della sua vittoria veniva considerato come un elemento fortemente negativo per l’economia mondiale.

In realtà gli investitori a mente fredda hanno cominciato a vedere gli aspetti positivi di una possibile Trumponomics, però prima di buttarci su tale argomento vale la pena ricordare per sommi capi che cosa  determina i movimenti sui cambi. Questo mercato ovviamente è soggetto a distorsioni, bolle, irrazionalità al pari di qualsiasi categoria di investimento. In generale però si può affermare che tassi reali, cioè al netto dell’inflazione, elevati tendono a rafforzare la moneta sottostante. Se infatti in un mercato è possibile investire con un interesse elevato, non appare sorprendente che i capitali esteri confluiscano su quella piazza. Si può poi aggiungere il fatto che la presenza di rendimenti alti sia indice di un’economia forte, quindi con maggiori tendenze inflazionistiche che la Banca centrale vuole contenere attraverso la politica monetaria. Detto ciò, va ricordato che non è chiaro se sia soprattutto il livello dei tassi a breve o quello degli interessi a più lontana scadenza a influenzare il mercato dei cambi.

Ora non è una novità che molti tassi di interesse statunitensi, ad esempio quelli pagati sui titoli di stato, siano molto più elevati del loro corrispondente europeo e non così distanti da quelli di molte emissioni emergenti. A questo fattore va sommato che la presidenza Trump è almeno nelle intenzioni fortemente pro-crescita. Da una parte, infatti, vorrebbe dare un grosso impulso alle infrastrutture, dall’altra operare un poderoso taglio alle tasse aziendali, favorendo il rimpatrio dei profitti delle multinazionali Usa generati all’estero e soggetti de facto a un regime di doppia tassazione che non ha praticamente eguali al mondo.

Maggiore crescita economica e afflusso di capitali dall’estero sono la ricetta tipica per spingere al rialzo la propria moneta. Ma potrà continuare questo trend fino a nuovi picchi, magari con un euro ben sotto la parità? Tutto è possibile e a differenza di altre asset class, le valute hanno mostrato negli ultimi anni un aumento di volatilità: è come se il mercato forex fosse diventato lo sfogatoio di tensioni e distorsioni generato dall’intervento delle banche centrali, teso a spingere a livelli altissimi le quotazioni delle obbligazioni e delle azioni. A inizio degli anni 2000 l’euro valeva poco più di 80 centesimi di dollaro e nell’estate del 2008, poco prima del collasso dei mercati, la moneta unica europea aveva superato quota 1,6. Nulla tecnicamente impedisce di assistere nei prossimi anni a un completamente del viaggio di ritorno verso i minimi di un quindicennio fa: in fondo gran parte del tragitto è stata compiuta.

Detto ciò probabilmente un tetto naturale al super-dollaro c’è: innanzitutto il programma di Trump, se attuato, dovrebbe portare  ad un forte aumento del deficit pubblico e con esso dell’inflazione, fattore che in generale non è favorevole alla forza di una valuta. Inoltre, in un’epoca in cui anche le aziende Usa ricavano sempre più profitti dall’estero (su questo punto le stime variano), nessuno si può permettere di lasciare i concorrenti svalutare più di tanto.

Le debolezze del resto del mondo sono tante e risapute: da una difficile transizione cinese alla crisi di leadership e di innovazione economica europea e, a meno che non si creda che gli Stati Uniti stiano per entrare in una nuova età dell’oro, appare difficile pensare che vi possa essere un enorme spazio per ulteriori rally.

Nell’immediato però probabilmente il rialzo dei rendimenti dell’obbligazionario porterà a un effetto di sostituzione con l’arrivo di capitali freschi pronti a stabilizzare i rendimenti e con essi anche un’ulteriore fase di forza del dollaro. Se però dati economici e risultati aziendali dovessero continuare con l’antifona degli ultimi anni, a quel punto sarebbe meglio non puntare eccessivamente sulla rivalutazione continua del biglietto verde.

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