COME COSTRUIRE UNA BASE FINANZIARIA PER I PROPRI FIGLI

di Matteo Bagno – Consulente Finanziario Fideuram S.p.A.

 

Uno tra gli obiettivi principali di un genitore attento alle esigenze dei propri figli è sicuramente quello di riuscire ad offrire loro, un giorno, un contesto di vita idoneo al fine di metterli nelle condizioni di poter lasciare nel migliore dei modi l’ambiente famigliare, costruendo le basi per la realizzazione dei loro progetti futuri, quali ad esempio un aiuto per l’acquisto della prima casa, il migliore percorso scolastico, come la possibilità di studiare nelle più facoltose università Italiane o estere, oppure porre le basi per l’avvio di un progetto imprenditoriale.

Molte famiglie reputano queste opportunità una mera utopia, ma la realtà dei fatti dimostra che, iniziando un percorso di pianificazione finanziaria corretto fin dai primi istanti di vita della propria prole, i progetti sopra elencati possono diventare facilmente realizzabili.

In che modo?

Prima di tutto bisogna avere costanza, pazienza, non perdere mai di vista il proprio obiettivo e sfruttare i giusti strumenti finanziari che il mercato ci mette a disposizione.

Innanzitutto è doverosa una precisazione: trattandosi di progetti che, per essere realizzati, hanno bisogno di essere focalizzati in un orizzonte temporale di lungo termine, l’aiuto che può dare la figura professionale del Consulente Finanziario diventa indispensabile, non tanto per la scelta dello strumento finanziario, ma soprattutto per la funzione di pianificatore e assistente emotivo durante tutto il percorso del progetto, in quanto l’orizzonte temporale di lungo termine è ricco di contesti sia euforici ma anche critici di mercato, ed è soprattutto durante questi ultimi che la figura del Consulente è di maggiore aiuto.

Detto questo, iniziamo a studiare il contesto

Quando si lavora in un’ottica di lungo termine con i mercati finanziari, non esiste metodologia di investimento più efficace di quella offerta dal sistema PAC (Piano di Accumulo del Capitale)

Questo particolare sistema permette di investire in quote di fondi comuni di investimento a piccoli step, con somme di denaro contenute che, se inserite anche in asset azionari ad alto rischio, permettono di abbattere sensibilmente l’elevata componente di rischio, dando allo stesso tempo l’opportunità di sfruttare l’elevata volatilità dei mercati azionari grazie al meccanismo della capitalizzazione composta del tasso di interesse. Inoltre, la scelta di utilizzare i fondi comuni di investimento, che per natura sono al loro interno altamente diversificati, permette di ridurre ulteriormente la componente di rischio, proteggendosi dalla possibilità di default che la singola azione può subire.

Nello specifico, se concentro tutto il mio patrimonio nelle azioni della società X e la società X fallisce (potrei fare svariati esempi al riguardo, anche storicamente recenti, come le azioni della Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Cassa di Risparmio di Ferrara, ma possiamo anche pensare alle molte società fallite durante lo scoppio della bolla della new economy e delle dot.com nel 2000), io perdo tutto il mio capitale investito; se invece investo in quote di un fondo azionario che investe in centinaia e centinaia di azioni di tantissime società tra cui anche la società X che è andata in fallimento, questo fatto non mi espone al rischio di azzeramento del mio capitale, in quanto non ho concentrato il mio investimento su una singola società ma in centinaia e centinaia di società (concetto di diversificazione dell’investimento).

Ma che cosa significa investire somme di denaro “contenute”?

Il termine “contenuto” è puramente soggettivo. Per alcuni può essere contenuto parlare di una quota di investimento mensile di 50€, per altri può essere 100€, per altri ancora 250€ , 500€ o più. Dipende dalla capacità di risparmio di ognuno di noi e dalla situazione finanziaria generale del nucleo famigliare.

Ovviamente, più la mia quota mensile sarà consistente, più il risultato finale sarà elevato, ma anche se ragioniamo con una quota base di 50€/mese, il traguardo risulterà eccezionale.

Prima di passare ad analizzare alcuni esempi, cerchiamo di capire il motivo per il quale pianificando questa tipologia di progetti, è utile focalizzarci sulla sfera azionaria.

Se andiamo ad analizzare l’andamento storico del mercato azionario in generale nel lungo termine, diciamo in un orizzonte temporale compreso tra i 25/30 anni, nonostante esso si presenti in alcune fasi storiche di breve e medio periodo altamente volatile, focalizzando i grafici nel lungo noteremo un costante trend orientato al rialzo, nonostante si evidenzino in alcuni periodi storici considerevoli picchi al ribasso, seguiti poi da interessanti spunti rialzisti.

È statisticamente dimostrato che nel 95% dei casi, il mercato azionario visto in ottica lunga incrementa costantemente il suo valore.

Il meccanismo del PAC ci mette nelle condizioni di sfruttare appieno ogni fase di mercato, anche quelle di ribasso, continuando costantemente ad investire sia in fasi ribassiste sia in fasi rialziste, mediando continuamente il nostro PMC (Prezzo Medio di Carico).

Facciamo ora alcune simulazioni numeriche, per il momento considerando esclusivamente il capitale che grazie al PAC andremo ad accantonare, tenendo da parte i benefici della capitalizzazione composta degli interessi.

Un bel giorno da una giovane coppia nasce un bellissimo bambino e i genitori, su consiglio del loro Consulente Finanziario, decidono di iniziare un progetto di creazione di patrimonio da donare al loro erede , con l’obiettivo di fornirgli un capitale di avviamento una volta che avrà raggiunto i 25 anni di età. La capacità di risparmio della famiglia non è elevatissima, sono loro stessi molto giovani nella fase di avvio del loro progetto, pertanto valutano idoneo per le loro possibilità iniziare ad accantonare una cifra mensile di 50€ al mese per il loro figlioletto, dopo appena pochi giorni dalla sua nascita.

In termini prospettici di accantonamento del capitale, che cosa comporta innanzitutto questa scelta?

Valutiamo il loro sforzo finanziario iniziale che, in avvio di progetto è certamente contenuto, ma nulla vieta alla giovane coppia di aumentare tale sforzo qualora la loro situazione finanziaria variasse in meglio negli anni a venire.

50€ al mese corrispondono a poco più di 1€ e mezzo al giorno, che paragonato all’acquisto di un bene non indispensabile come può essere una tazzina di caffè presa al bar, corrisponde a circa un caffè e mezzo (focalizzazione in termini reali dello sforzo finanziario).

Quali benefici può portare quindi, privarsi ogni giorno di una tazzina di caffè e mezzo acquistata al bar, per 25 anni, accantonando il valore finanziario del bene a cui si sta rinunciando, in favore del progetto per il futuro del proprio figlio?

Per capirlo nel dettaglio, iniziamo ad allungare gli orizzonti temporali.

50€ al mese corrispondono a 600€ all’anno che corrispondono a loro volta a 15.000€ al termine del nostro progetto.

Ovvio affermarlo, ma sempre utile precisarlo, che se lo sforzo finanziario della giovane coppia ad un certo punto raddoppiasse, anche il risultato finale giocoforza raddoppierebbe: 100€ al mese corrispondono a 1.200€ all’anno che a loro volta corrispondono a 30.000€ alla fine del progetto.

Se torniamo per un attimo alla focalizzazione in termini reali dello sforzo finanziario, 100€ al mese corrispondono a poco più di 3€ al giorno, vale a dire, se vogliamo rimanere nell’ambito della ristorazione, circa un cappuccino e brioche.

Facciamo un passo indietro, tornando al progetto iniziale deciso dalla coppia.

Fino a questo momento abbiamo ragionato esclusivamente sul semplice accantonamento del capitale e non sull’investimento dello stesso all’interno dei mercati azionari.

Per comprendere il reale beneficio di investire i nostri 50€ al mese per 25 anni all’interno di un fondo comune di investimento 100% azionario è opportuno visionare alcuni dati reali storici.

Prendiamo come riferimento, ad esempio, un fondo della categoria “Azionari Globali Mercati Sviluppati”, un fondo che investe principalmente in azioni di emittenti di ogni area geografica a capitalizzazione medio/elevata.

Per renderci maggiormente conto del comportamento dei mercati azionari nel lungo termine, focalizziamo la nostra attenzione sulle performance che questo fondo ha registrato semplicemente in uno dei decenni più difficoltosi della storia dei mercati finanziari, vale a dire tra il 2007 e il 2017, decennio in cui abbiamo visto la crisi dei mutui subprime in America tra il 2007 e 2008 e la crisi del debito sovrano europeo tra il 2010 e il 2011, più tutta la recessione economica che ne è conseguita.

Performance del Fondo:

  • anno 2007 -7,14%
  • anno 2008 -39,50%  (sarebbe bastato semplicemente questo biennio per far saltare le coronarie a tanti investitori, ecco perché ribadisco che è sempre corretto farsi assistere da un professionista del settore quale è il Consulente Finanziario, perché il suo ruolo di gestore emotivo è indispensabile. Vediamo cosa è accaduto negli anni seguenti).
  • anno 2009 +24,75%
  • anno 2010 +16,16%
  • anno 2011 -8,54%
  • anno 2012 +10,95%
  • anno 2013 +21,70%
  • anno 2014 +17,72%
  • anno 2015 +10,93%
  • anno 2016 +4,34%
  • dall’inizio dell’anno 2017 ad oggi +3,85%

Se facciamo un calcolo finanziario possiamo dire che ad oggi questo fondo, nell’ultimo decennio analizzato, sta performando il +42,27%.

Ciò equivale a dire che, sintetizzando tutte le medie mobili delle performance giornaliere e trasformando il rendimento medio del fondo su base annua, coloro che hanno deciso di investire un capitale X nell’anno 2007 e sono stati immobili per un decennio, hanno portato a casa un tasso di interesse annuo composto del +3,97%.

Ottimo.

Adesso procediamo con la nostra simulazione analizzata su dati reali, confrontando due diverse tipologie di investimento, quella in unica soluzione e quella in PAC, prendendo come riferimento i dati decennali sopra illustrati e i parametri prescelti dal progetto della giovane coppia, ipotizzando che la stessa abbia deciso di iniziare ad investire nell’anno 2007.

Cosa sarebbe accaduto se, invece di partire con la modalità del Piano di Accumulo del Capitale, avessero deciso di investire in un’unica soluzione l’intera quota capitale decennale destinata al progetto del loro figlio, avendone avuto la disponibilità fin da subito?

50€ al mese corrispondono a 600€ all’anno che in 10 anni corrispondono a 6.000€

Iniziamo:

  • anno 2007: 6.000 -7,14% = 5.571,60
  • anno 2008: 5.571,60 -39,50% = 3.370,82
  • anno 2009: 3.370,82 +24,75% = 4.205,1
  • anno 2010: 4.205,1 +16,16% = 4.884,64
  • anno 2011: 4.884,64 -8,54% = 4.467,49
  • anno 2012: 4.467,49 +10,95 = 4.956,68
  • anno 2013: 4.956,68 +21,70% = 6.032,28
  • anno 2014: 6.032,28 +17,72% =  7.101,20
  • anno 2015: 7.101,20 +10,93% =  7.877,36
  • anno 2016: 7.877,36  +4,34% =  8.219,24
  • anno 2017: 8.219,24 +3,85% =  8.535,68

Ora confrontiamo questo ottimo risultato con quello generato dal medesimo investimento gestito con la tecnica del PAC:

  • anno 2007: 600 -7,14% = 557,16
  • anno 2008: 557,16 + 600 -39,50% = 700,08
  • anno 2009: 700,08 + 600 +24,75% = 1.621,85
  • anno 2010: 1.621,85 + 600 +16,16% = 2.580,90
  • anno 2011: 2.580,90 + 600 -8,54% =  2.909,25
  • anno 2012: 2.909,25 + 600 +10,95% =  3.893,51
  • anno 2013: 3.893,51 + 600 +21,70% =  5.468,60
  • anno 2014: 5.468,60 + 600 +17,72% =  7.143,96
  • anno 2015: 7.143,96 + 600 +10,93% =  8.590,37
  • anno 2016: 8.590,37 + 600 +4,34% =  9.589,23
  • anno 2017: 9.589,23 + 600 +3,85% =  10.581,51

Che cosa si evince da questo nuovo risultato?

A parità di capitale investito, la tecnica del PAC, grazie alla capitalizzazione composta degli interessi, ha generato un incremento del capitale di ulteriori 2.045,83€ rispetto alla tecnica di investimento in un’unica soluzione, equivalente al +23,97%

Tutto questo in soli 10 anni.

Il progetto della giovane coppia è pianificato per durarne altri 15 … immaginate da soli dove può arrivare.

Perché preferire il Consulente Finanziario alla banca tradizionale

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di Matteo Bagno

L’approccio consulenziale diventa giorno dopo giorno sempre più la corretta alternativa ad un rapporto bancario e finanziario svolto all’interno di un sistema tradizionale di istituti concepiti come mere imprese commerciali dedite alla pura e semplice vendita al dettaglio di prodotti finanziari.

Nonostante la realtà dei fatti spinga il cliente a rivolgersi sempre più spesso verso la figura professionale del Consulente Finanziario, è cosa giusta e corretta sottolineare che non tutti i consulenti sono soliti operare nello stesso modo, ragion per cui, quando si decide di optare per un rapporto con il consulente, è necessario ponderare con attenzione la propria scelta finale tramite uno o anche più colloqui conoscitivi, finalizzati a stabilire a priori sia le proprie esigenze, sia le condizioni economiche e relazionali che si vogliono ottenere da un rapporto che diventerà da questo momento individuale e personalizzato.

Che cosa cerca il cliente dal rapporto con il proprio Consulente ?

Innanzitutto chiarezza e sincerità.

Sarebbe inutile avere un rapporto con un consulente di cui non ci fidiamo e che ci spiega le cose male o con tecnicismi che facciamo fatica a comprendere.

Ma attenzione: la fiducia è una cosa che va conquistata e consolidata nel tempo, per questo torno a ribadire il concetto chiave che la scelta su chi sarà il proprio Consulente Finanziario non deve essere presa frettolosamente o alla leggera, ma se fatta in modo corretto necessita di alcuni incontri preliminari finalizzati soprattutto alla conoscenza reciproca.

Questo non dovrebbe valere solo nel mio campo di competenza ma in tutti i settori professionali che prevedono un rapporto individuale cliente/consulente.

I punti chiave che portano il cliente ad abbandonare l’istituto commerciale della banca tradizionale sono molteplici e il più delle volte vanno oltre la sola ricerca della miglior gestione e rivalutazione del proprio patrimonio.

Il cliente prima di tutto cerca un punto di riferimento fisso, una persona che lo segua, lo aiuti e lo educhi finanziariamente al fine di non commettere più quegli errori che forse si è trovato a fare in passato.

Il cliente vuole flessibilità.

Vuole una persona che non gli imponga degli orari fissi per vedersi e discutere, ma una persona che gli venga incontro con le sue esigenze lavorative e familiari e che , all’occorrenza, possa addirittura raggiungerlo a casa o sul posto di lavoro.

Il cliente, prima di cercare una figura professionale che gli faccia, detto brutalmente, “guadagnare soldi”, ha bisogno di trovare un “Problem Solver”, una persona che sia in grado di risolvere i problemi legati, ovviamente, al proprio campo di competenza, ma che sia anche in grado, all’occorrenza, di aiutarlo nella ricerca di altre figure professionali in grado di aiutarlo nella gestione delle proprie esigenze extra bancarie e finanziarie.

Il cliente ha bisogno di una persona di riferimento che sappia quello di cui ha bisogno, in modo da sentirsi tranquillo e appagato del servizio offerto.

Il punto di forza del Consulente Finanziario, concepito come figura indipendente dalla struttura bancaria di riferimento con la quale ha stretto un mandato di agenzia, è la totale autonomia nella scelta dei servizi e delle proposte che può offrire ai propri clienti.

Pertanto, i clienti che optano per l’approccio consulenziale, possono godere di quella personalizzazione che la banca tradizionale non è, per struttura, in grado di offrire, in quanto costituita da operatori dipendenti obbligati a sottostare ad una politica aziendale legata al raggiungimento di budget e alla proposta di prodotti finanziari interni alla struttura bancaria e pertanto limitati nella propria offerta alla clientela.

Il Consulente Finanziario, non certamente, purtroppo, la loro totalità, ma il Consulente che sa beneficiare in maniera corretta della propria autonomia e ha come obiettivo primario la piena soddisfazione del proprio cliente, ha l’opportunità di offrire tutto ciò che il mercato finanziario può mettere a disposizione, pianificando realmente in modo corretto la vita finanziaria dei suoi clienti.

Che cosa sono i P.I.R. – Piani individuali di risparmio

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I P.I.R. – Piani individuali di risparmio, sono uno strumento finanziario (fondi comuni di investimento) istituito come soluzione per indirizzare il risparmio privato verso il sistema produttivo italiano.

Con i Piani Individuali di Risparmio (PIR), istituiti dalla legge di bilancio 2017, anche il nostro Paese si allinea all’esperienza di altri stati europei, come Francia e Gran Bretagna, dove questa forma di investimento è stata capace di instaurare un legame virtuoso tra risparmio ed economia reale.

Dalle ultime rilevazioni della Banca d’Italia le fonti di finanziamento delle PMI (Piccole e Medie Imprese) italiane risultano per il 90% provenienti dal sistema bancario e solo il 10% dal sistema non bancario.

Una situazione simile ma migliore della nostra la si può rilevare per i nostri vicini spagnoli dove le percentuali sono 78% sistema bancario e 22% sistema non bancario.

Equilibrata invece risulta la situazione di Germania e Francia dove le fonti di finanziamento delle PMI è quasi al 50% tra sistema bancario e non bancario.

Nettamente opposta alla nostra, invece, è la situazione degli USA dove si monitora per le PMI statunitensi una fonte di finanziamento non bancaria al 70% e bancaria al 30%.

Pertanto, per ridimensionare il divario tra queste due fonti di finanziamento anche nel nostro Paese, come è già accaduto in passato per altri Paesi europei, portando le PMI italiane a ridurre la propria esposizione al finanziamento bancario e favorire quello non bancario, con la legge di bilancio 2017 è stata ideata una forma di investimento nell’economia reale italiana fiscalmente agevolata e destinata alle persone fisiche, i P.I.R. appunto.

I Piani individuali di risparmio danno la possibilità di investire in diverse tipologie di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, ecc.) emessi principalmente da società italiane o da aziende dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo con stabile organizzazione in Italia.

Questo per creare una fonte ulteriore di finanziamento per l’economia reale rispetto al tradizionale canale bancario, stimolando un circuito virtuoso tra il risparmio delle famiglie e il sistema produttivo Italia.

La grande occasione per il risparmiatore – investitore italiano persona fisica è la possibilità di partecipare alla crescita del Paese e di accedere a rilevanti benefici in termini di tassazione sotto determinate condizioni.

Vantaggi ed Agevolazioni

Opportunità di usufruire di un trattamento fiscale favorevole previo rispetto di requisiti normativi previsti con l’obiettivo di salvaguardare la natura dei PIR come canale efficace di finanziamento al sistema produttivo

  1. COMPLETA ESENZIONE DALLA TASSAZIONE SUI REDDITI FINANZIARI: Sui redditi di capitale e redditi diversi generati dall’investimento nel PIR non è dovuta alcuna imposta, a condizione di mantenere l’investimento per almeno 5 anni. L’esenzione continua anche dopo i 5 anni minimi di detenzione del PIR

  2. COMPLETA ESENZIONE DEL PIR DALL’IMPOSTA DI SUCCESSIONE

Quali sono i requisiti per l’esenzione

Il PIR deve rispettare alcuni vincoli di costruzione del portafoglio

  • Almeno il 70% del portafoglio in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o da aziende dell’Unione Europea e spazio economico europeo con stabile organizzazione in Italia
  • Il 30% del 70% di cui sopra deve essere investito in strumenti emessi da imprese diverse da quelle dell’indice FTSE MIB o indici equivalenti.
  • I sottoscrittori del PIR devono essere persone fisiche residenti fiscalmente in Italia
  • Il Piano individuale di risparmio può essere solo monointestato (essere intestato solo ad un soggetto)
  • La persona fisica può sottoscrivere solo ed esclusivamente un PIR in tutto il sistema bancario e finanziario (un PIR per codice fiscale in tutta Italia)
  • L’investimento deve essere mantenuto per un minimo di 5 anni
  • Il massimo importo sottoscrivibile per anno solare è pari a 30.000€ e il limite complessivo sull’intero piano è pari a 150.000€ (sia in modalità di investimento PIC –   versamento in un’unica soluzione, in questo caso 30.000€ da poter versare ogni anno per cinque anni, sia in modalità di versamento PAC – Piano di accumulo del capitale con piccoli versamenti mensili, trimestrali, semestrali o annuali)

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A chi si rivolgono i PIR – Piani individuali di risparmio

  • Innanzitutto a chi crede nel potenziale di crescita del nostro tessuto imprenditoriale
  • a chi confida nelle capacità e potenzialità di crescita del tessuto produttivo italiano contraddistinto dalle realtà delle PMI
  • a chi può investire nel MEDIO – LUNGO termine per fruire dell’agevolazione fiscale, con la possibilità comunque di svincolare il proprio investimento in qualsiasi momento
  • a chi cerca un apprezzamento dei propri risparmi beneficiando anche di un trattamento fiscale agevolato
  • a chi cerca soluzioni ulteriori per diversificare il loro investimento sul mercato italiano

Con questi presupposti e queste caratteristiche Fideuram S.P.A. ha creato il suo PIR, facendo nascere il Fondo denominato “Piano Investimento Italia

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I rischi del trading speculativo

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Quando un novello speculatore si affaccia sui mercati finanziari, suole farlo seguendo due idee completamente sbagliate. Da un lato pensa, dopo aver letto o sfogliato qualche manuale made in Usa su come operare in Borsa, di poter trasformare qualche migliaia di euro in un milione.

La seconda idea, frutto d’input pubblicitari e dell’eccesso di fiducia nei propri mezzi, è che con quest’approccio si possa puntare a vivere di solo trading e abbandonare il lavoro di tutti i giorni. Questa concezione irreale determina, in tempi più o meno brevi, un senso di frustrazione che sarà l’elemento scatenante delle perdite finali.

Alcuni studi realizzati negli Stati Uniti hanno evidenziato che il 40% di questi investitori/speculatori abbandona la propria operatività prima che sia trascorso un mese dall’avvio. L’80% degli investitori che adottano quest’approccio abbandona l’operatività entro i due anni e appena il 6% restano operativi a distanza di cinque anni dall’inizio dell’attività di trading.

Gli stessi studi dimostrano che, in un arco temporale medio-lungo quale può essere considerato un lustro, la performance conseguita è mediamente inferiore del 7% a quella conseguita dall’investitore meno attivo o cassettista. L’insieme di questi risultati conferma che le false aspettative e le idee sbagliate poste alla base di questa strategia sono il mix scatenante delle perdite conseguite nel breve termine e dei risultati sconfortanti conseguiti nel medio-lungo termine.

Quando lo speculatore si scontra con la dura realtà, tende a sviluppare diverse forme di uscita o permanenza nel mercato. Una fetta di quell’80% che abbandona dopo soli due anni, opta per il ritiro definitivo dal mercato e dal trading. Un’altra fetta decide che è il caso di raddoppiare la posta in gioco per mediare le perdite e sfruttare un eventuale rimbalzo delle quotazioni (mentalità tipica da giocatore della lotteria). Il finale si può rapidamente immaginare. L’ultima fetta di speculatori è invece quella che decide di fare tesoro delle lezioni ricevute a causa di approcci e comportamenti a dir poco rischiosi, e comincia a operare correttamente.

Gli studi realizzati negli Usa su un campione ampio di speculatori da trading quotidiano, dimostrano l’esistenza di una relazione tra cittadini a basso reddito e assunzione di posizioni estremamente rischiose sui mercati finanziari. Gli investitori che possono contare su redditi molto bassi tendono a speculare con più forza, convinti che il mercato finanziario sia equiparabile a una lotteria (ottenendo i medesimi risultati).

Il comportamento di questa tipologia d’investitori sviluppa materialmente il ‘paradosso del trading’: investimento guidato esclusivamente dalle scelte emotive che porta l’investitore a realizzare acquisti quando le quotazioni sono alte e a vendere quando sono basse. Uno studio realizzato da Barclays dimostra che, nella migliore delle ipotesi, questi investitori hanno ottenuto una perdita media del 20% in un periodo di venti anni rispetto alle performance conseguite dal mercato di riferimento.

Le interviste realizzate sul campione utilizzato per lo studio, evidenziano che il 32% degli investitori era convinto che compiere molte operazioni di acquisto e vendita fosse una strada obbligata per conseguire performance elevate. Tuttavia, il 46% del campione ha sostenuto di comprendere che sono le spinte emotive e non la convinzione di ottenere performance più elevate a guidare il loro trading.

Il paradosso immediato si ha quando si chiede al campione lumi sulle cause che portano all’eccesso di trading. In media, soltanto il 16% degli interpellati riconosce la gravità del problema. Quelli che credono ciecamente nella necessità di acquistare e vendere per arrivare al successo sono circa il 48% del totale. Il 50% di questo 48% crede fortemente nella propria capacità di successo generata attraverso l’utilizzo di un’attività di trading spinta.  L’eccesso di fiducia nei propri mezzi significa che molti investitori pensano che le proprie capacità siano superiori alla media, e questo li porta a investire più di quanto si potrebbe considerare ottimale se fosse adottata un’attenta gestione del controllo dei rischi.

I passi da compiere per evitare di cadere nella trappola del trading speculativo

In primo luogo, dopo aver sperimentato una perdita sarebbe meglio prendersi una pausa di riflessione salutare, utile a metabolizzare l’ammanco e capire le ragioni alla base della performance negativa. Non bisogna mai partire dal presupposto che sia stato il mercato a rubare i propri soldi perché questa è la migliore strada per ripetere l’errore iniziale. Non bisogna lasciarsi guidare dall’emotività ed è necessario ripianificare la strategia d’investimento.

In secondo luogo, è importante evitare di aumentare il livello di rischio per cercare di recuperare la perdita. Questo comportamento determinerebbe un aumento delle operazioni e una riduzione del controllo del rischio esercitabile sull’intero portafoglio.  L’investitore ha bisogno di focalizzarsi su pochi titoli e di fissare i livelli di perdita e gli obiettivi di performance. Se il ratio rendimento/rischio non è positivo è preferibile sospendere l’operatività.

Le fasi in cui si resta fuori dai mercati sono le migliori per rivedere la strategia d’investimento. Fare molte operazioni di acquisto e vendita non si traduce in guadagni. Tutto il contrario. Le emozioni possono giocare brutti scherzi e le perdite subiranno accelerazioni a causa dei maggiori costi derivanti dal trading intenso. Il taglio dei ‘costi emotivi’ sarà un buon punto di partenza per dare una spinta alle performance del vostro portafoglio.

Il materasso che si credeva una cassaforte: l’evoluzione dei mercati finanziari dai nostri nonni ad oggi

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Grazie al contributo di Invesco

 

Tre generazioni di mercato a confronto

Calendario alla mano, da quando il mercato borsistico ha conosciuto i Baby Boomer, fino all’arrivo dei Millennial – passando per la cosiddetta Generazione X – sono trascorsi solo 40 anni. dal punto di vista dei mercati finanziari, tuttavia, sembrano essere ere geologiche.

 

Gli anni 80: un mondo sicuro per i Baby Boomer?

I nati dopo la seconda Guerra (i Baby Boomer) hanno vissuto una fase di grande serenità a livello socio- economico, facendo affidamento sulla sicurezza del reddito fisso, su di un ottimo rapporto rischio/rendimento delle azioni e sulla garanzia della pensione.

L’Italia del dopoguerra era un Paese in crescita e pieno di prospettive, con alcune eccellenze aziendali che trainavano lo sviluppo del benessere. Gli anni 80, infatti, sono stati caratterizzati da un elevato ricorso al mercato da parte dei principali gruppi quotati (ad esempio in Italia, Pirelli, Fiat, galassia de Benedetti e Montedison) che sulla spinta dei consistenti rialzi azionari cercavano in Borsa i capitali necessari per finanziare grandi acquisizioni nazionali e internazionali.

Il mercato ha così ha conosciuto periodi molto positivi soprattutto a partire dalla metà del decennio, quando il rendimento medio annuo reale delle azioni si attestava intorno al 14%: nel 1986, in particolare, l’euforia era incontrollabile.

A Milano l’indice generale era salito di oltre il 200% e molte nuove società chiedevano di quotarsi, aumentando la numerosità del listino da 160 a oltre 200 compagnie.

Questa grande spinta da parte delle aziende portò un mercato fino ad allora poco regolamentato a scontrarsi con il tema normativo, la cui evoluzione da un lato consentiva per la prima volta l’ingresso ai piccoli risparmiatori, dall’altro però ha contribuito a smorzare gradualmente gli entusiasmi finanziari.

Già dal 1987, infatti, il mercato fa i conti con una forte correzione dei corsi azionari – dovuta anche alla repentina ascesa della Borsa registrata fino ad allora – seguita poi da un periodo di stasi alternato da ulteriori flessioni, che ha visto solo nel 1997 il rendimento dei titoli tornare ai livelli del 1986.

I Baby Boomer, quindi, sono la prima generazione che si affaccia nel mondo degli investimenti in un contesto però di crescita per l’intero Paese e di sicurezza personale. Non per caso, infatti, il risparmiatore tipo degli anni ottanta possedeva generalmente una casa di proprietà, investiva principalmente in titoli di stato Italiani e poteva contare su una pensione pubblica, basata sul metodo retributivo, capace di garantirgli una vita serena in età avanzata.

 

Gli anni 90: la Generazione X e i nuovi rischi

Nonostante il salto di qualità nella regolamentazione del mercato mobiliare, gli anni ‘80 e i primi anni ‘90 vengono considerati gli anni delle alchimie finanziarie e di quelle
che salvatore Bragantini, protagonista della vita finanziaria italiana e noto fustigatore dei cattivi costumi di Borsa, ha definito “horror story” del “capitalismo all’italiana”. erano anni in cui gli interessi dei piccoli azionisti venivano messi in secondo piano rispetto a quelli dei soci forti.

Ecco il contesto che ha visto operare in Borsa i nati dopo il 1964 (la Generazione X): anni caratterizzati da fasi di boom alternate a grandi crisi, da un’accentuazione dei rischi e da un’erosione nella fiducia nei trattamenti pensionistici pubblici.

Gli anni ’90, soprattutto la seconda metà, verranno ricordati da molti investitori come quelli delle grandi incertezze e dei nuovi rischi finanziari.

L’economia globale inizia a scricchiolare sotto il peso dei crescenti squilibri degli stati sia nel debito pubblico sia nei rapporti con l’estero, creando le condizioni per minare la fiducia nella sostenibilità del debito complessivo e diverse pressioni sui tassi di cambio, sui tassi di interesse e sul livello dei prezzi.

In questo periodo gli investitori sono costretti a fare i conti con diverse crisi: Messico nel 1994-1995, sud est asiatico nel 1997, Russia nel 1997-1998, Brasile nel 1998-1999. con il nuovo millennio, irrompe sui mercati il caso Argentina. Molti, anche in Italia, si leccano ancora oggi le ferite: il 95% circa dei titoli argentini circolanti nella penisola era detenuto da investitori privati e l’85% di questi era costituito da obbligazioni governative.

La percezione di affidabilità di un emittente sovrano e gli alti rendimenti offerti possono spiegare l’ampia diffusione dei “tango bond” presso la clientela retail italiana.
Ma il rendimento elevato rifletteva anche la rischiosità dell’investimento.

Ossigeno per gli investitori arriva fra il 1998 e il 2000, quando si è registrato un nuovo periodo positivo per il mercato azionario alimentato dalla fase espansiva del ciclo economico ma, soprattutto, dalla cosiddetta febbre delle dot.com che ha creato una bolla delle quotazioni dei titoli tecnologici legati all’informatica e all’utilizzo di Internet.

Nel triennio, infatti, il rendimento reale delle azioni è stato pari a quasi il 30% e ha contribuito ad aumentare l’attrattività degli investimenti azionari.

Ma in questo scenario, come si è mossa la Generazione X?

Facendo i primi conti con il concetto di rischio. L’investitore degli anni 90 alleggerisce la propria quota in titoli del governo a causa della sfiducia nei titoli di stato, predilige investimenti in fondi comuni per bilanciare una pensione pubblica che non offre più le garanzie di un tempo e cerca il rendimento nel mercato azionario.

 

Gli anni 2000: Millennial in cerca di una guida

Che qualcosa sui mercati stesse ancora mutando lo si è capito agli inizi del 2001, quando la bolla delle dot.com scoppia e contagia al ribasso anche le azioni di altri settori più tradizionali.

Come se non bastasse, nello stesso anno l’attentato alle torri Gemelle scatena forti tensioni e turbolenze in tutto il mondo, e quindi anche sui mercati finanziari: nel complesso, il biennio 2001 – 2002 ha visto crollare il valore reale delle azioni di quasi il 70%.

I nati dopo il 1980, definiti Millennial, si trovano così alle prese con un mondo finanziario dove i rendimenti scarseggiano e dove, rispetto al passato, occorre fare affidamento su nuove e diverse strategie per cercare di assicurarsi un tenore di vita accettabile una volta finito di lavorare.

La nascita dell’euro, nel 2002, ha contribuito a riequilibrare, almeno in parte, lo scenario finanziario globale favorendo l’integrazione del mercato dei capitali europeo.

Uno dei principali riflessi di questo fenomeno è stata la forte crescita del mercato obbligazionario corporate, perché una moneta unica per tutti i paesi ha reso più semplice acquistare debito di aziende estere.

Tuttavia, questa scelta ha avuto anche conseguenze dolorose per alcuni investitori: si affaccia sui mercati una stagione di grandi scandali societari, frutto di frodi realizzate con la compiacenza delle società di revisione e degli organi di controllo interni.

Negli Usa hanno fatto scalpore i casi enron e Worldcom, mentre in Italia sono tristemente famosi i default cirio e Parmalat. Queste aziende, approfittando dello sviluppo del mercato corporate obbligazionario, collocavano ingenti prestiti obbligazionari presso investitori istituzionali internazionali i quali, a loro volta, vendevano agli investitori retail.

Dal 2003 alla fine del 2006 ha preso avvio una nuova fase positiva del mercato azionario che è stata il riflesso non solo di condizioni macroeconomiche favorevoli, ma anche di politiche monetarie fortemente espansive che hanno portato a un robusto aumento del credito e degli attivi del settore bancario in tutte le principali economie avanzate, oltre che uno sviluppo intenso dei settori del private equity, degli hedge fund e delle operazioni di acquisizione e fusione.

Ma la ricerca di rendimenti elevati, come in passato, ha
un prezzo. Il contesto di tassi reali molto bassi o negativi, insufficienti a generare rendimenti significativi, ha alimentato la domanda di titoli strutturati e determinato una fortissima crescita, soprattutto negli Usa, di operazioni di cartolarizzazione di mutui e altri attivi bancari.

E, agli inizi del 2007 questo prezzo viene pagato: i problemi nel settore cartolarizzazioni emergono con i subprime negli UsA e terminano con il fallimento delle maggiori merchant bank americane (in primis Lehman Brothers) e lo scoppio di una crisi finanziaria che ha causato la più severa recessione economica dal dopoguerra.

Il resto della storia è noto, con nazionalizzazioni e salvataggi bancari negli Usa e in molti paesi europei che hanno portato a una espansione del debito pubblico e una prolungata crisi.

In questo quadro i Millennial non sembrano sapere esattamente come muoversi e cercano una guida che li porti ad avere una nuova consapevolezza del valore del risparmio per i loro progetti futuri.

Ma, pur dovendo confrontarsi con lo scenario più complesso degli ultimi 40 anni, gli investimenti dei Millenial sembrano in linea con quelli delle generazioni passate, cercando di evitare il più possibile il rischio e avendo come obiettivo la conservazione e valorizzazione del capitale.

Da un’indagine compiuta da Assogestioni emerge che il 38,7% degli under 35 opta principalmente per i fondi obbligazionari, mentre per i flessibili circa un terzo di loro (34,8% degli under-26, 31,7% tra i 26-35enni): numeri in linea con il resto del mercato. I Millennial si distinguono dalla media del mercato quando si parla di fondi di
liquidità e strumenti azionari: il 6% dei 26-35enni sceglie
la liquidità, contro una media del 4,7%. Quando si parla di patrimonio investito in prodotti equity, invece, mostrano un atteggiamento più prudente dedicando a questa soluzione solo l’8% del proprio investimento (al di sotto della media).

In termini di ripartizione della ricchezza, il Millennial ha abbondante liquidità nei depositi bancari e almeno una polizza vita. Ha ritrovato l’interesse per i fondi comuni dopo gli anni bui della crisi finanziaria e ha ridotto sensibilmente la quota di debito pubblico in portafoglio.

Le azioni rimangono una piccola parte del suo portafoglio, mentre le emissioni bancarie hanno avuto un boom negli anni 2010-2012 per poi ridimensionare la loro quota nell’ultimo periodo.

La nuova tendenza è l’investimento socialmente responsabile, mentre è sempre scarsa l’attenzione verso i prodotti previdenziali.

Rendimento? Meglio cercarlo senza fretta

Sono i tempi in cui il Bot a sei mesi (Buono ordinario del tesoro) rendeva oltre il 10% e il rating dell’agenzia standard & Poor’s sull’Italia era pari ad AA, ampiamente all’interno dell’universo dei titoli di debito di buona qualità.

difficile crederci per i nipoti dei Baby Boomers, che hanno conosciuto un’Italia a un passo dalla bancarotta, un Bot che rende un magro 0,06% e un giudizio sul Belpaese pari a BBB, un gradino sopra il livello spazzatura. con i tassi europei vicini allo zero, tenere i soldi sotto il materasso o in investimenti di breve termine non permette neppure di coprire la seppur bassa inflazione (+0,1% nel 2015, fonte Istat).

In altre parole, la liquidità oggi è un rischio più che un’opportunità. Il pericolo più grande è mancare il proprio obiettivo finanziario, perché per chi ha un orizzonte di lungo periodo tenere molti soldi in strumenti a bassa volatilità (e quindi ottenere rendimenti minimi) aumenta il rischio di non risparmiare a sufficienza per la pensione o per altre esigenze come l’acquisto di una casa.

negli ultimi cinque anni, infatti, i fondi monetari in euro disponibili in Italia hanno reso mediamente lo 0,3% annuo (al 30 dicembre 2015) contro un’inflazione media annua pari all’1,6%. L’investimento in liquidità, quindi, non ha protetto il potere di acquisto della moneta.

 

Tra shock e boom dei listini

dimentichiamo i sonni tranquilli dei nostri nonni ed entriamo insieme alla Generazione X nell’arena dei mercati finanziari, uno scenario che naviga tra i boom e gli shock dei listini azionari, con meno certezze del passato e con la consapevolezza che i rischi esistono, ma le fasi di volatilità possono diventare opportunità.

Come?

Per comprenderlo basta citare alcuni esempi su come si sono comportate le diverse attività finanziarie dal 2000 a oggi: 15 anni fa il miglior investimento erano le materie prime, nel 2014 sono state il peggiore in assoluto.

All’inizio del nuovo millennio pochi sarebbero stati disposti a comprare un fondo azionario emergente, eppure in sette dei successivi 15 anni, questa asset class si è confermata come la più redditizia.

Ancora, chi nel 2008 avesse scelto i titoli di stato governativi, avrebbe evitato il crollo delle Borse internazionali seguito alla crisi dei mutui subprime americani, ma avrebbe perso il rimbalzo dell’azionario nei due anni successivi.

Cosa possiamo imparare da questi esempi?

La prima lezione è che inseguire il rendimento non è una buona strategia, la seconda è che non si possono tenere tutte le uova nello stesso paniere.

Questi principi sono ormai entrati a far parte del bagaglio di cultura finanziaria della maggior parte degli investitori contemporanei.

 

Le nuove parole chiave degli investimenti

Per i Millennial che solo oggi si affacciano sul mondo degli investimenti, il quadro appare ancora più complesso, perché sono cresciuti in un periodo di recessione e forti shock finanziari.

Il crack di Lehman Brothers nel 2008 e la crisi del debito sovrano in europa nel 2011 hanno fatto emergere i limiti di una diversificazione degli asset tradizionali in portafoglio in base alla loro tipologia.

In presenza di tali crolli, infatti, i rendimenti di azioni e obbligazioni tendono a seguire un trend comune.

Come dimostrano le tabelle seguenti dei coefficienti di correlazioni tra le principali categorie Morningstar azionarie e obbligazionarie, nel 2011 gran parte delle asset class hanno avuto alti livelli di correlazione (tasselli in blu) a differenza di quanto accade nel 2014.

articolo invesco

Ma se ieri la diversificazione era fatta sostanzialmente tra due sole asset class (le azioni e le obbligazioni), oggi in un mondo di shock e boom è necessario allargare il proprio orizzonte.

Per costruire un portafoglio efficiente in questo scenario sono due i concetti fondamentali: decorrelazione
(ossia scelta di titoli il meno possibile legati tra loro) e ampliamento dell’universo di riferimento.

In più deve essere considerata anche la variabile temporale, dato che le dinamiche del mercato cambiano e un’allocazione ottimale in un dato momento potrebbe non esserlo più successivamente.

 

Portafogli di nuova generazione

Il vocabolario finanziario di un Millennial si è così arricchito di nuovi termini che suo nonno potrebbe non capire, come spread, high yield, etf, ecc. Ma una di queste in particolare rappresenta più di tutte il cambio strategico dell’investitore: rischio.

Prima di Lehman Brothers, i cosiddetti black swan (cigni neri), ossia quegli eventi imprevedibili che provocano forti shock di mercato, erano rari. dopo il crack della banca d’affari è invece apparso chiaro che i black swan sono molto più frequenti di quanto si pensasse in passato. cambia così l’approccio verso il rischio: se in passato

era da evitare, oggi è diventato un fattore da gestire attivamente. Ma, prima di parlare delle strategie più indicate per farlo, occorre fare un’importante distinzione tra volatilità e rischio.

Warren Buffett, uno degli investitori più famosi sulle piazze internazionali, ad esempio ritiene che il rischio debba essere misurato solo attraverso la probabilità che un investimento, durante l’orizzonte temporale previsto, possa causare al suo proprietario una diminuzione di potere d’acquisto. In base a questa visione, i valori di un asset sono liberi di fluttuare e non essere pericolosi fino a che sono in grado di mantenere o aumentare il potere d’acquisto dell’investitore.

L’attenzione si sposta così dalle asset class ai fattori di rischio che, tradotto in processi di investimento, significa migliorare i profili di rischio e rendimento del portafoglio con l’obiettivo di svincolare l’andamento del fondo da quello del mercato: un risultato oggi perseguibile, per esempio, attraverso strategie passive indicizzate a benchmark non a capitalizzazione, oppure con l’affiancamento ad orizzonti d’investimento di lungo periodo di approcci più flessibili sul breve, anche con l’uso di derivati.

L’immagine che meglio descrive la nuova, doppia anima del portafoglio moderno è quella dello yin e dello yang: così come il simbolo rappresenta l’interdipendenza di una relazione tra due elementi capaci di formare un tutto, allo stesso modo descrive bene i nuovi rapporti tra investimenti convenzionali ed alternativi e del rischio/ rendimento all’interno del portafoglio.

Senza investimenti alternativi, infatti, la nozione di investimento “convenzionale” non esisterebbe, e viceversa. Ugualmente, senza rischio non si può ottenere rendimento e la ricerca di performance si accompagna sempre all’assunzione di un rischio. Questi elementi sono diventati parti imprescindibili di un buon portafoglio e delle sue performance. spostarsi da una tipologia all’altra, inseguendo solo i rendimenti, è un modo sbagliato di gestire l’investimento.

 

Risposte semplici a esigenze complesse: il ruolo chiave della consulenza

Oggi, per rispondere alle esigenze dei Millennial che si affacciano sul mondo degli investimenti, gli intermediari spingono l’acceleratore sull’online e il mobile-banking.

Una delle sfide più grandi è quella di creare con loro un’esperienza positiva che possa instaurare un rapporto di fiducia di lungo periodo in un contesto che, al contrario, favorisce gli spostamenti. negli ultimi anni, infatti, sono aumentati i punti di contatto tra le banche e i clienti e alle pubblicità tradizionali, grazie a Internet e ai social media, si sono affiancati nuovi linguaggi, messaggi e canali.

 

La nuova generazione e le dimensioni della multicanalità

I Millennial sono autonomi e tendono a fare da sé, sia nella vita privata sia negli affari: sono aperti alla consulenza per gli investimenti, ma la richiesta è di un alto livello
di servizio e contatto e un accesso in tempo reale alle informazioni. tutte esigenze che trovano risposte grazie alla multicanalità.

Ma quali sono le caratteristiche principali di una reale piattaforma multicanale?

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I nuovi canali digitali non cannibalizzano i vecchi, anzi, al contrario, possono liberare risorse per i servizi a maggior valore come la consulenza. nonostante lo sviluppo tecnologico, tuttavia, il rapporto personale tra consulente e cliente continua ad avere un’importanza fondamentale, perché in esso risiede il valore aggiunto che può fare la differenza tra un intermediario e un altro.

 

Il valore aggiunto del consulente

Bravura del gestore e caratteristiche personali dell’investitore finale spiegano solo in parte le scelte finanziarie.

Sono diversi gli studi di finanza comportamentale che dimostrano come la figura del consulente finanziario dica molto di più sul tipo di portafoglio scelto dal risparmiatore che la semplice composizione di quest’ultimo.

Una delle ragioni principali è la vastità e complessità dell’offerta, che oggi è possibile stimare in circa 4.000 – 4.500 fondi diversi.

Se l’ampiezza è un bene perché aumenta le opportunità di scelta, essa può anche disorientare, rendendo complesso e faticoso ogni processo decisionale.

Da qui l’importanza di avere dei filtri o dei principi-guida che permettano di fare una selezione, siano essi virtuali oppure “umani”, ossia frutto dell’interazione tra il consulente e il cliente. Per un risparmiatore, un buon risultato non dipende solo dalla scelta di buoni fondi, ma anche dai consigli e dal supporto ricevuto dal consulente per le scelte di portafoglio.

In finanza, “alfa” indica l’excess return che una scelta specifica di investimento ha prodotto (quali azioni comprare, quali obbligazioni, quali fondi) e “beta” spiega i fattori di rischio.

La variabile “gamma” è tutto il resto che aiuta a quantificare tutto quello che si può fare per supportare qualcuno a raggiungere il proprio obiettivo finanziario. In una sola parola, la consulenza.

 

Dalla vendita alla consulenza

Accanto ai cambiamenti tecnologici e generazionali, dunque, c’è una terza evoluzione, più silenziosa, ma non meno profonda.

A differenza del passato, il compito del consulente passa dalla “selezione del migliore fondo” a “motivare alla miglior condotta nella gestione delle proprie finanze”.

La scelta del prodotto più adatto alle esigenze del cliente è solo uno degli aspetti della consulenza, ma non è l’unico necessario per raggiungere gli obiettivi finanziari. Un investitore con cattive abitudini, come per esempio inseguire i trend di Borsa, otterrà risultati deludenti anche selezionando il top della gamma. Il consulente, dunque, deve adottare un approccio più olistico.

Il concetto di “gamma” è proprio questo: andare oltre l’asset allocation e la selezione dei titoli per modificare il comportamento degli investitori in modo che raggiungano effettivamente i loro obiettivi finanziari, supportandoli attivamente nel rendere efficiente il portafoglio dal punto di vista finanziario, ad adottare un approccio strategico
e non tattico, a gestire il patrimonio tenendo conto della capacità di rischio (non solo della propensione), a stabilire un percorso previdenziale che permetta di mantenere un adeguato livello di benessere anche in tarda età.

 

Previdenza ed eredità

Oggi, uno dei segmenti più sfidanti per i consulenti finanziari è quello previdenziale. Infatti, i tradizionali modelli di risparmio e consumo nella fase di vita post- lavorativa non funzionano più e diversi studi condotti a livello internazionale mostrano che i pensionati continuano a risparmiare anche in età avanzata, soprattutto quelli che devono contare più sulle forme complementari e sul proprio patrimonio rispetto all’assegno pubblico.

Lo schema tradizionale che prevede l’accumulo durante gli anni lavorativi e il successivo de-cumulo non risponde più alla realtà contemporanea. diversi fattori, tra cui l’innalzamento dell’età media, la necessità di cure mediche e l’incertezza sui mercati, fanno sì che i pensionati continuino ad investire, in particolare nei primi anni post-lavorativi.

Inoltre, non tutti i portafogli possono essere usati per generare reddito: se un pensionato ha un patrimonio esiguo, sarà più propenso a tenerlo per le spese di prima necessità, mentre con maggiori disponibilità è possibile pensare a utilizzarne una parte per l’investimento e la generazione di reddito futuro.

Oltre a quello previdenziale, l’altro ambito che sfida i consulenti finanziari è quello successorio, che comprende aspetti di ottimizzazione fiscale (in un contesto normativo in continua evoluzione), di pianificazione successoria e di gestione delle eredità da parte dei beneficiari.

Quest’ultimo elemento è tanto importante quanto i precedenti per far sì che quanto si riceve non sia dissipato, ma che duri nel tempo e serva a raggiungere i propri obiettivi finanziari.

Nell’immaginario comune, le pratiche successorie riguardano avvocati e notai, mentre si presta poca attenzione alla gestione finanziaria, che è ugualmente importante e richiede il supporto di un professionista degli investimenti capace di interfacciarsi con tutta la famiglia.

Un aspetto particolarmente delicato è la successione imprenditoriale, che nella concezione tradizionale delle aziende familiari è considerato un fattore destabilizzante e, allo stesso tempo, un passaggio automatico “di padre in figlio”. nella complessità del mondo di oggi, tuttavia, questo evento va gestito in modo da non compromettere la sopravvivenza dell’impresa e deve essere misurato in base alle performance della società a seguito della transizione, piuttosto che su aspetti personali del predecessore e del successore.

In conclusione, in un mondo della consulenza finanziaria attraversato da profondi cambiamenti, il concetto di “gamma” può rappresentare il nuovo modo di relazionarsi con il cliente, con l’obiettivo primario di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi finanziari.

E’ il valore aggiunto che la tecnologia da sola non può dare, ma è anche l’essenza di un nuovo rapporto, più olistico, che comprende le tematiche previdenziali e successorie
e tiene conto dei fenomeni demografici, primi fra tutti l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media e le trasformazioni negli stili di vita per cui, a parità di età, non esiste più un portafoglio per “tutte le stagioni”.

Il 40enne o 65enne di oggi non è quello di vent’anni fa e non sarà lo stesso negli anni futuri.

 

 

 

L’importanza dell’educazione previdenziale

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Grazie al contributo di Carlo Giuro

Il tema della necessità di un maggior livello di alfabetizzazione finanziaria assume sempre maggiore importanza nel dibattito sul come tutelare il risparmiatore nei confronti dei nuovi rischi  in uno scenario in continuo movimento. Come ha ricordato l’Ania (l’associazione nazionale tra le imprese assicuratrici) in una recente audizione parlamentare, c’è ampia evidenza di una forte correlazione tra financial literacy e una serie di comportamenti rilevanti per il benessere individuale. Chi è meglio in grado di capire la finanza e l’assicurazione investe con maggiore probabilità in azioni e fondi e partecipa più frequentemente a piani pensionistici privati. Ma ha anche maggiore probabilità di rimborsare i propri debiti e una minore esposizione a forme di indebitamento eccessivamente costose. Inoltre si osserva una crescente attenzione alle conseguenze sociali e ambientali dell’impiego di denaro.

Il punto di partenza non appare confortante. Da ultima la recente “Indagine sull’alfabetizzazione finanziaria nel mondo”, curata da alcuni ricercatori di Banca Mondiale e George Washington University, ha mostrato che solo il 37% degli italiani intervistati ha risposto correttamente ad almeno tre delle cinque domande riferite a inflazione, tasso di interesse, capitalizzazione degli interessi semplice e composta e diversificazione del rischio. Un livello lontano sia dalla media dell’UE (52%), sia dai livelli di alfabetizzazione delle economie e dei Paesi con cui spesso l’Italia si confronta come Germania (66%), Francia (52%) e Regno Unito (67%), ma anche inferiore a quanto riscontrato in Grecia (45%), Spagna (45%) o Polonia (42%).

Se in termini generali il problema esiste, andando alla specificità previdenziale la questione è ancora più rilevante, anche considerando la frequenza con cui il legislatore è intervenuto con interventi di riordino.

La struttura del sistema previdenziale italiano richiede sempre più l’assunzione di una responsabilità diretta da parte del risparmiatore. La progressiva riduzione della copertura assicurata dal sistema obbligatorio determina la necessità in primo luogo di acquisire piena consapevolezza dell’esistenza di una eventuale esigenza di integrazione pensionistica. E in questa prospettiva sono utili il simulatore online “La Mia Pensione” e la busta arancione dell’Inps che offrono una stima dell’assegno pubblico. Si tratta poi di decidere se investire in soluzioni previdenziali, quando aderire e quanto versare.

La corretta determinazione del quanto versare presuppone che il risparmiatore sia dotato di conoscenze di base almeno per valutare correttamente costi e benefici e per definire il proprio profilo di rischio e rendimento. Il contesto in cui si effettuano queste scelte è dominato dalla complessità, perché un piano previdenziale si dispiega su un arco temporale lungo.

 

Pensioni: Hai da 25 a 55 anni? Ecco quanto dovrai integrare

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Per il 40% di chi ha simulato online l’assegno Inps, l’importo è inferiore alle attese e ben il 65% si è reso conto che le sue previsioni erano errate. Per correre ai ripari bisogna integrare. Ecco quanto versare ai fondi per colmare la differenza.

tabella articolo pensioni

Grazie al contributo di Paola Valentini

Mentre il premier Matteo Renzi si appresta a salire, assieme a un manipolo di sessantenni, sull’Ape (il logo che il primo ministro ha coniato per l’anticipo pensionistico che intende far debuttare nel 2017), tutti gli altri lavoratori italiani sono alle prese con i dolori della busta arancione.

L’Inps, sotto la guida del presidente Tito Boeri, ha iniziato ad inviare ai primi 150 mila iscritti (con l’obiettivo di spedirla a 7 milioni di lavoratori entro l’anno) la missiva che contiene le stime personalizzate della prima pensione attesa a fine carriera con l’indicazione dell’anno di previsto pensionamento. E ancora una volta le generazioni più avanti con l’età, oltre a poter contare sull’attesa possibilità di lasciare prima il lavoro con l’Ape (con un taglio della pensione e con il coinvolgimento delle banche che dovrebbero anticipare l’assegno visto che lo Stato non può permettersi uscite di cassa aggiuntive), non hanno avuto sorprese eclatanti dalla lettura della busta arancione se non altro perché il loro assegno è calcolato in buona parte con il più generoso e prevedibile metodo retributivo, che soltanto dal 2012 è stato sostituito dal contributivo per tutti. Fino a quell’anno il retributivo è rimasto in vigore in forma integrale per chi a fine 1995 vantava più di 18 anni di contributi e in forma pro quota per chi a quella data ne aveva meno di 18. Per gli assunti dal 1996 in poi, invece, il metodo è totalmente contributivo ed è quindi legato ai versamenti effettuati (ovvero alla costanza del rapporto di lavoro), i quali a loro volta sono rivalutati in base al PIL dell’Italia. L’assegno, di conseguenza, non è certo come nel retributivo, dove era determinato considerando gli ultimi stipendi prima della pensione.

Sia la busta arancione cartacea, sia il suo omologo sul web “La Mia Pensione” (il servizio online di simulazione della pensione che l’Inps ha messo a disposizione un anno fa anticipando le lettere partite in questi giorni) si sono quindi rivelati una doccia fredda soprattutto per le generazioni più giovani, dato che emerge dall’analisi condotta dall’Inps su un campione di utenti tra i quasi 7 milioni dotati del Pin per effettuare le simulazioni con “La Mia Pensione” (per ora il servizio copre i dipendenti privati e nel corso del 2016 sarà disponibile anche per i dipendenti pubblici).

Dal sondaggio dell’Inps risulta che l’85% dei 4 milioni di persone che hanno usufruito del servizio lo ha ritenuto utile. Di questi più del 60% pensa di aver migliorato di molto il suo grado d informazione sulla pensione. Inoltre circa l’80% non ha trovato dati errati (informazioni incomplete, periodi mancanti, contribuzioni errate) nell’estratto conto attuale dei contributi versati, conferma del fatto che la busta arancione, sia cartacea sia online, può essere utilizzata anche per verificare che la posizione registrata negli archivi Inps sia esatta rispetto ai versamenti che al lavoratore risultano effettuati durante la propria carriera.

L’aspetto più interessante riguarda però la reazione di fronte alle stime ottenute sull’importo dell’assegno pubblico. Ebbene, quasi il 40% afferma che l’ammontare della pensione che scaturisce dalla simulazione è inferiore rispetto alle attese (il 26% dice non di molto e per il 13% di molto). Questo numero potrebbe essere più elevato se le condizioni su cui si fondano le simulazioni Inps fossero più severe. Si ricorda infatti che “La Mia Pensione” si basa su ipotesi giudicate da alcune analisti un po’ troppo ottimistiche, perché considerano una crescita del PIL del 1,5% che può essere diminuita fino all’1%, ma non sotto. E in una fase in cui l’economia italiana degli ultimi anni non è cresciuta a questi ritmi, anche per i prossimi il rischio che non possa raggiungere questo obiettivo non sono da sottovalutare. La busta arancione cartacea invece considera addirittura l’1,5% fisso.

In ogni caso ben il 65% degli intervistati alla domanda: “Pensa di rivedere le previsioni sulla pensione futura dopo aver utilizzato questo servizio?” risponde: probabilmente sì.

Questa affermazione ha ripercussioni anche sui fondi pensione.

Oggi gli iscritti alla previdenza complementare, pur se in progressivo aumento, sono solamente poco più di un terzo dell’intera platea di riferimento (7,3 milioni gli aderenti in base ai dati Covip di fine 2015). E i dati della busta arancione potrebbero convincere i lavoratori scoperti ad avviare un fondo pensione. Pur considerando che la difficile situazione del mercato del lavoro oggi non consente a tutti di risparmiare per la previdenza, è in ogni caso importante capire quanto versare.

Per questo motivo MF-Milano Finanza ha chiesto a Progetica, società di consulenza finanziaria indipendente, di realizzare alcune elaborazioni per lavoratori dai 25 ai 55 anni di età che indicano il contributo annuo al fondo pensione necessario per avere una rendita mensile integrativa rispetto alla pensione pubblica di 250 o 500 euro.

Le elaborazioni distinguono tra versamento in una linea garantita e in una linea bilanciata. I giovani, se da un lato sono coloro che hanno più difficoltà ad accantonare risorse per l’integrazione, hanno almeno l’agevolazione di avere più tempo di fronte, e dunque necessitano di versamenti inferiori rispetto alle generazioni successive.

Infatti nel lungo periodo i mercati possono aiutare a ridurre il versamento necessario.

Dati alla mano, dall’analisi di Progetica emerge che, ad esempio, un 25enne per avere un’integrazione di 250 euro netti al mese deve versare 1.331 euro all’anno in una linea garantita e 746 euro in una bilanciata. Lo stesso soggetto deve impegnarsi per, rispettivamente, 2.661 e 1.493 euro per sperare di ottenere 500 euro in più. Man mano che l’età del lavoratore cresce, i versamenti per avere 250 o 500 euro salgono. Per avere 250 euro il contributo annuo di un lavoratore di 45 anni supera i 2.960 euro in caso di versamento in una linea garantita e arrivano a oltre 2.190 euro nella bilanciata. Questo 45enne che volesse una pensione di scorta di 500 euro al mese dovrebbe investire 5.750 euro all’anno in un comparto garantito e 4.360 euro in un bilanciato.

Coloro che riceveranno la busta arancione dovranno valutare se l’assegno sia coerente o meno con i propri desideri e progetti di vita, per poi valutare come integrare attraverso la previdenza complementare.

Le variabili da considerare sono tante: ecco perché il supporto di operatori qualificati o educatori previdenziali certificati è sempre più importante per pianificare per tempo il benessere economico futuro.

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