Che Giugno sarà sui mercati finanziari ?

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Dopo gli ultimi sviluppi politici che stanno caratterizzando le diverse aree è opportuno chiedersi quali siano le migliori strategie di portafoglio.

Un commento come sempre utile in materia ce lo fornisce Luca Vaiani, Strategist di Fideuram Investimenti SGR

 

VAIANI

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Impatto sui mercati delle elezioni presidenziali francesi

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Le elezioni presidenziali francesi giocano un ruolo indubbiamente importante per il futuro dell’Europa.

Quali possono essere gli impatti sui mercati qualora, come indicano i sondaggi, vincesse Macron?

Quali sono le valutazioni sui mercati europei e quale ruolo avranno da qui a breve?

Luca Vaiani, strategist di Fideuram Investimenti SGR, spiega in questo video come sono state riviste le asset allocation alla luce della riduzione del rischio geopolitico che proviene dall’Europa.

Luca Vaiani

Voto in Francia: positivo per area euro ?

Dopo il primo turno delle presidenziali francesi quali sono i punti di contatto e le differenze con le esperienze Brexit e presidenziali USA?

Quali sono le implicazioni sulle scelte di investimento?

E’ stato un risultato benefico per l’area euro?

Interessante ed esaustiva la risposta di Flavio Rovida, Responsabile della ricerca economica di Fideuram Investimenti.

Clicca (o tocca) l’immagine per accedere all’intervista

Rovida

Che cosa sono i P.I.R. – Piani individuali di risparmio

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I P.I.R. – Piani individuali di risparmio, sono uno strumento finanziario (fondi comuni di investimento) istituito come soluzione per indirizzare il risparmio privato verso il sistema produttivo italiano.

Con i Piani Individuali di Risparmio (PIR), istituiti dalla legge di bilancio 2017, anche il nostro Paese si allinea all’esperienza di altri stati europei, come Francia e Gran Bretagna, dove questa forma di investimento è stata capace di instaurare un legame virtuoso tra risparmio ed economia reale.

Dalle ultime rilevazioni della Banca d’Italia le fonti di finanziamento delle PMI (Piccole e Medie Imprese) italiane risultano per il 90% provenienti dal sistema bancario e solo il 10% dal sistema non bancario.

Una situazione simile ma migliore della nostra la si può rilevare per i nostri vicini spagnoli dove le percentuali sono 78% sistema bancario e 22% sistema non bancario.

Equilibrata invece risulta la situazione di Germania e Francia dove le fonti di finanziamento delle PMI è quasi al 50% tra sistema bancario e non bancario.

Nettamente opposta alla nostra, invece, è la situazione degli USA dove si monitora per le PMI statunitensi una fonte di finanziamento non bancaria al 70% e bancaria al 30%.

Pertanto, per ridimensionare il divario tra queste due fonti di finanziamento anche nel nostro Paese, come è già accaduto in passato per altri Paesi europei, portando le PMI italiane a ridurre la propria esposizione al finanziamento bancario e favorire quello non bancario, con la legge di bilancio 2017 è stata ideata una forma di investimento nell’economia reale italiana fiscalmente agevolata e destinata alle persone fisiche, i P.I.R. appunto.

I Piani individuali di risparmio danno la possibilità di investire in diverse tipologie di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, ecc.) emessi principalmente da società italiane o da aziende dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo con stabile organizzazione in Italia.

Questo per creare una fonte ulteriore di finanziamento per l’economia reale rispetto al tradizionale canale bancario, stimolando un circuito virtuoso tra il risparmio delle famiglie e il sistema produttivo Italia.

La grande occasione per il risparmiatore – investitore italiano persona fisica è la possibilità di partecipare alla crescita del Paese e di accedere a rilevanti benefici in termini di tassazione sotto determinate condizioni.

Vantaggi ed Agevolazioni

Opportunità di usufruire di un trattamento fiscale favorevole previo rispetto di requisiti normativi previsti con l’obiettivo di salvaguardare la natura dei PIR come canale efficace di finanziamento al sistema produttivo

  1. COMPLETA ESENZIONE DALLA TASSAZIONE SUI REDDITI FINANZIARI: Sui redditi di capitale e redditi diversi generati dall’investimento nel PIR non è dovuta alcuna imposta, a condizione di mantenere l’investimento per almeno 5 anni. L’esenzione continua anche dopo i 5 anni minimi di detenzione del PIR

  2. COMPLETA ESENZIONE DEL PIR DALL’IMPOSTA DI SUCCESSIONE

Quali sono i requisiti per l’esenzione

Il PIR deve rispettare alcuni vincoli di costruzione del portafoglio

  • Almeno il 70% del portafoglio in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o da aziende dell’Unione Europea e spazio economico europeo con stabile organizzazione in Italia
  • Il 30% del 70% di cui sopra deve essere investito in strumenti emessi da imprese diverse da quelle dell’indice FTSE MIB o indici equivalenti.
  • I sottoscrittori del PIR devono essere persone fisiche residenti fiscalmente in Italia
  • Il Piano individuale di risparmio può essere solo monointestato (essere intestato solo ad un soggetto)
  • La persona fisica può sottoscrivere solo ed esclusivamente un PIR in tutto il sistema bancario e finanziario (un PIR per codice fiscale in tutta Italia)
  • L’investimento deve essere mantenuto per un minimo di 5 anni
  • Il massimo importo sottoscrivibile per anno solare è pari a 30.000€ e il limite complessivo sull’intero piano è pari a 150.000€ (sia in modalità di investimento PIC –   versamento in un’unica soluzione, in questo caso 30.000€ da poter versare ogni anno per cinque anni, sia in modalità di versamento PAC – Piano di accumulo del capitale con piccoli versamenti mensili, trimestrali, semestrali o annuali)

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A chi si rivolgono i PIR – Piani individuali di risparmio

  • Innanzitutto a chi crede nel potenziale di crescita del nostro tessuto imprenditoriale
  • a chi confida nelle capacità e potenzialità di crescita del tessuto produttivo italiano contraddistinto dalle realtà delle PMI
  • a chi può investire nel MEDIO – LUNGO termine per fruire dell’agevolazione fiscale, con la possibilità comunque di svincolare il proprio investimento in qualsiasi momento
  • a chi cerca un apprezzamento dei propri risparmi beneficiando anche di un trattamento fiscale agevolato
  • a chi cerca soluzioni ulteriori per diversificare il loro investimento sul mercato italiano

Con questi presupposti e queste caratteristiche Fideuram S.P.A. ha creato il suo PIR, facendo nascere il Fondo denominato “Piano Investimento Italia

Per ricevere maggiori informazioni si prega di compilare il modulo sottostante

Come entreremo nel nuovo anno

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Indubbiamente si sta per concludere un anno finanziariamente complesso, colmo di eventi che proseguiranno a produrre effetti anche nei mesi a venire.

Abbiamo iniziato il 2016 con la paura di un rallentamento della crescita mondiale e lo stiamo concludendo con un inaspettato entusiasmo.

Grandi eventi politici hanno caratterizzato il nostro percorso: il referendum sulla Brexit prima e le elezioni americane poi hanno prodotto risultati inaspettati che si sono tradotti in una risposta da parte dei mercati priva di tragedie come molti analisti al contrario pensavano. L’interpretazione degli esiti di voto possono essere visti come una reazione di rigetto alle conseguenze dei processi di globalizzazione e di una eccessiva regolamentazione da parte delle istituzioni.

Quindi cosa dobbiamo aspettarci per il 2017?

Lo scenario studiato vede un’accelerazione della crescita in America e in Giappone, una conferma in Europa e il proseguimento di un graduale e lento rallentamento dell’economia cinese.

Sul fronte tassi di interesse dovremo vedere ulteriori rialzi in America e un allungamento del periodo di QE in Europa, nonostante nella seconda parte dell’anno sarà possibile un avvio del tapering in funzione della dinamica dei dati che usciranno.

Il mondo obbligazionario ha senza dubbio cambiato regime, ricercando rendimento senza più aspettative di un guadagno anche in conto capitale.

Molto più interessanti rispetto ai mercati obbligazionari rimarranno invece quelli azionari, in grado di creare maggiore valore in un panorama di crescita e di ripresa inflattiva contenuta. Il recupero auspicato è probabile nei confronti  dei mercati attualmente più “scontati” come Europa e Giappone.

Ma parliamo dei rischi che incontreremo durante l’anno che è alle porte: l’incertezza per gli esiti delle elezioni francesi e tedesche è alta, in un quadro in cui le paure legate al terrorismo e all’immigrazione possono favorire spinte populistiche. In secondo luogo l’insediamento di Trump aprirà un’importante fase che ci farà finalmente capire le reali intenzioni di questo nuovo personaggio.

Alla luce di tutto ciò, la regola madre per affrontare i mercati rimane sempre la medesima: alta diversificazione e soprattutto DISCIPLINA dell’investitore.

Attenzione al reddito fisso

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A cura di Fondi&Sicav

 

Quando un investitore decide di destinare ai mercati azionari una quota del proprio patrimonio, di norma punta a realizzare performance superiori a quelle offerte dal mercato monetario e da quello obbligazionario, ma è anche cosciente del rischio di poterne perdere una parte e ammette senza problemi che esiste una certa probabilità che questo evento spiacevole si verifichi. Non per nulla si parla di azioni come titoli di rischio.

Al contrario, quando l’investitore destina i propri risparmi al reddito fisso lo scenario mentale cambia quasi completamente. Il sottoscrittore è mentalmente pronto solo a guadagnare. Questa errata convinzione è in parte legata alla definizione ‘reddito fisso’, dove quel ‘fisso’ tende ad essere confuso con ‘sicuro’.

Trattasi di una percezione errata. Il reddito fisso non è esente da rischi. Né quello privato, che viene emesso da società non finanziarie e banche, né tantomeno quello pubblico, offerto dagli Stati o da enti. Detto in altro modo: anche coloro che decidono di sottoscrivere delle obbligazioni si assumono il rischio di perdere denaro. Il concetto riveste un’importanza fondamentale perché chi investe in titoli di debito solitamente non è pronto a sopportare perdite.

I motivi posti alla base delle possibili perdite nel mondo del reddito fisso sono due. Il primo è rappresentato dal rischio di credito, che consiste nella probabilità di default dell’emittente e nell’impossibilità – per il sottoscrittore- di rientrare in possesso del suo capitale. Il secondo –quello verificatosi nelle ultime due settimane- è il rischio prezzo. Allo stesso modo delle azioni, anche i bond vengono quotati sui listini e il loro prezzo tende a oscillare (più o meno violentemente a seconda delle scadenze).

Di conseguenza, il loro prezzo può subire oscillazioni al rialzo (che sono quelle che hanno permesso negli ultimi anni di realizzare laute performance) o al ribasso (quelle viste nelle ultime settimane, che hanno portato le quotazioni dei bond dell’eurozona a perdere in poche sedute, per i bond a lunga scadenza,  anche il 10% e oltre). Le perdite si materializzeranno nei portafogli degli investitori che sono costretti a vendere i titoli o in quelli dei fondi comuni d’investimento o Exchange traded funds obbligazionari che sono costretti ad attualizzare il valore dei titoli ospitati nei propri portafogli.

Quest’ultimo impatto sulle quotazioni dei fondi d’investimento è particolarmente importante per quegli investitori che credono che questi prodotti rappresentino un’alternativa ai conti deposito. Non è così. Si tratta di strumenti completamente differenti per potenzialità di guadagno e livello di rischio.

A cosa abbiamo assistito in quest’ultima settimana? Il rialzo dei rendimenti fino al 3% è stato sperimentato dai Treasury USA a trenta anni, un livello che non si vedeva dal 2015. Nello stesso arco temporale, il rendimento del Treasury bond decennale ha toccato quota 2%, quello dei bund tedeschi trentennali ha superato la soglia dell’1% e i Btp italiani a dieci anni hanno superato il 2%.

La domanda che si pongono gli investitori è se sia opportuno approfittare del rimbalzo dei rendimenti o se il deprezzamento dei bond sia destinato a proseguire (e quindi sia meglio assumere una posizione attendista). David Wo, strategist di Bank of America Merrill Lynch, opta per questa seconda ipotesi. Lo strategist ha affermato che si aspetta un’ulteriore caduta del prezzo dei bond se Trump e il Congresso Usa (controllato dai repubblicani), metteranno in pratica il piano fiscale che prevede un taglio alle imposte e l’erogazione di finanziamenti per la realizzazione di opere infrastrutturali (con conseguente incremento del deficit).

Quale è il collegamento tra queste variabili? L’incremento del deficit farà aumentare l’offerta di titoli di stato nella misura in cui lieviterà il debito complessivo degli Usa. L’allentamento della pressione fiscale darà luogo a tassi d’interesse più elevati e creerà le condizioni ideali per assistere ad un rafforzamento del biglietto verde’, ha sostenuto Wo.

I più pessimisti si aspettano che il rendimento del Treasury decennale possa spingersi fino al 6% nei prossimi quattro o cinque anni, sostenendo che l’agenda delineata dai repubblicani sia molto ostile al mercato obbligazionario.  Il team di Trump punterà molto sul rilancio di una crescita del Pil prossima al 4% e avrà bisogno di tassi d’inflazione più alti per rendere sostenibile l’incremento del debito pubblico necessario a supportare il piano di rilancio delle infrastrutture.

Il tutto potrebbe sfociare in un tasso d’inflazione vicino al 3% e una crescita del Pil nominale tra il 4% e il 6%. In altre parole, la crescita reale resterebbe vicina ai livelli attuali ma il ritorno in termini di raccolta di consenso (ti faccio credere di avere più soldi intasca con un taglio delle tasse e te li tolgo via inflazione) sarebbe assicurato. Quello che è accaduto nell’ultima settimana rappresenta un avviso ai naviganti per tutti gli investitori che tendono a sottovalutare i rischi insiti nel segmento obbligazionario.

Implicazioni economiche dell’elezione di Donald Trump: Opportunità e Rischi

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A cura di Flavio Rovida

L’inattesa elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, congiuntamente con la conferma del controllo di entrambi i rami del Congresso da parte del Partito Repubblicano, rappresenta a nostro avviso un passaggio molto importante nello spostamento del mix di politica economica dagli interventi monetari a quelli fiscali, che risulta rilevante non solo per gli USA, ma anche a livello globale. Sebbene il programma economico sul quale Trump ha condotto la propria campagna elettorale presenti degli elementi di opacità, è però molto evidente che il tema centrale è rappresentato da un ingente stimolo fiscale, da realizzare principalmente attraverso una significativa riduzione (e semplificazione) della tassazione sia per le imprese sia per le famiglie associata ad un controllo complessivo della spesa pubblica (in realtà un significativo calo se si considera anche la spesa sanitaria) che consenta comunque un incremento delle spese nei settori delle infrastrutture e della difesa.

Sul versante delle entrate (e includendo le misure relative alla sanità) il programma di Trump contempla tagli alle imposte per circa 5700 miliardi nel corso dei prossimi 10 anni (utilizzando le stime fornite dal Committee for a Responsible Federal Budget) con le misure più rilevanti rappresentate da:

1. Riduzione e semplificazione delle aliquote fiscali per le persone fisiche (da 7 aliquote a 3, con un minimo del 12% e un massimo del 33%), significativo aumento della deduzione “standard” e abolizione dell’Alternative Minimum Tax, in parte compensate da riduzione dei trattamenti privilegiati, con una riduzione complessiva degli introiti di circa 900 miliardi (sempre cumulata nel corso dei prossimi 10 anni)

  1. Riduzione e riforma della tassazione sulle imprese, con in particolare il passaggio dell’aliquota dal 35% al 15% e rimpatrio dei profitti detenuti all’estero (con un’aliquota che il programma fissa al 10%). Unitamente ad altre misure si avrebbe una riduzione del prelievo sulle imprese di circa 2850 miliardi.
  2. Riduzione della tassazione collegata alla cancellazione della riforma sanitaria di Obama (con una riduzione del prelievo superiore ai 1200 miliardi)

Sul versante delle spese i comparti su cui si concentra esplicitamente il programma di Trump sono la Difesa e le infrastrutture. Per la prima gli interventi sommano a circa 450 miliardi in 10 anni, mentre per le seconde il programma non presenta una cifra precisa (anche se Trump ha promesso di spendere in questo comparto più di quanto contemplato nel programma della Clinton, ovvero 300 miliardi in 10 anni). Le spese infrastrutturali potrebbero anche far parte di un pacchetto finanziato dal rimpatrio dei profitti detenuti all’estero, un’opzione che appariva plausibile anche nel caso di vittoria di Hillary Clinton.

Nel complesso, è quindi probabile che la nuova amministrazione presenti nei primi mesi del prossimo anno un pacchetto di stimolo fiscale che dovrebbe riflettersi in una crescita in ulteriore accelerazione rispetto a quanto previsto nel nostro attuale scenario (che vede la crescita del PIL passare dall’1.5% di quest’anno al 2.2% nel 2017). E’ inoltre possibile che, visto il controllo congiunto di Presidenza e Congresso, il Partito Repubblicano tenti di procedere a una riforma più generale che coinvolga il sistema del welfare (e in particolare la spesa assistenziale e previdenziale), anche se in questo caso l’opposizione democratica in Senato potrebbe rendere impraticabile questo progetto.

E’ inoltre importante sottolineare che il probabile stimolo fiscale dell’amministrazione Trump sarà adottato in condizioni congiunturali ormai prossime alla piena occupazione (come evidente dall’andamento recente del tasso di disoccupazione) e in un’economia il cui tasso di crescita potenziale non eccede probabilmente l’1.5-1.75%. In queste condizioni è ragionevole pensare che la spinta fiscale dovrebbe riflettersi in un aumento dell’inflazione da livelli di partenza peraltro ormai prossimi, soprattutto in termini di inflazione core, all’obiettivo della Fed. Ne consegue, a nostro avviso, che il percorso di rialzi della Fed attualmente prezzato dal mercato appare troppo cauto (appena 40 pb cumulati nel corso del 2017 e del 2018). Al riguardo, confermiamo inoltre la previsione di un rialzo dei tassi nella riunione del FOMC di metà dicembre, che potrebbe a nostro avviso essere rimandato solo dalla prosecuzione delle tensioni sui mercati finanziari nel corso delle prossime settimane, uno scenario che riteniamo al momento poco probabile.

A nostro avviso, il rischio più rilevante dal punto di vista macroeconomico derivante dalla Presidenza Trump è quello delle tendenze protezionistiche. Trump, infatti, nel corso della campagna elettorale ha preso al riguardo posizioni piuttosto dure (la rinegoziazione di NAFTA, la cancellazione dell’accordo sulla Trans-Pacific-Partnership con i paesi asiatici, l’imposizione di tariffe sui prodotti cinesi e di altri paesi, ecc.) che sicuramente hanno contribuito a fargli guadagnare attenzione e consensi presso l’elettorato. E’ difficile, per il momento, valutare se Trump, una volta Presidente, deciderà di implementare questa parte del programma o se lo ignorerà cercando invece di attrarre consenso con le altre misure economiche del suo programma (in particolare quelle di natura fiscale). Il voto a favore di Trump rappresenta in ogni caso un ulteriore colpo inferto, dopo quello di Brexit, al processo di globalizzazione, ma l’impatto potrebbe essere ulteriormente amplificato se gli impegni del programma su commercio e relazioni internazionali fossero effettivamente mantenuti, in particolare già nelle prime settimane della nuova amministrazione.

 

 

Asset rifugio: il ritorno dei metalli preziosi

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A cura di Fondi&Sicav

 

Dopo un triennio di oblio seguito alla fine di un trend rialzista durato molti anni, i metalli preziosi hanno saputo ritagliarsi nuovamente un ruolo da protagonisti all’interno dei portafogli degli investitori. La ragione di quest’inversione del trend va cercata nei tanti motivi di incertezza che hanno segnato l’anno in corso e alimentato il ritorno dell’avversione al rischio. Ripercorriamo brevemente i fattori d’incertezza che hanno alimentato la corsa al rialzo delle quotazioni dei due metalli nei primi dieci mesi del 2016.

All’inizio del mese l’argento registrava una rivalutazione del 27,6% nei primi dieci mesi del 2016. Nonostante ciò, il suo deprezzamento di medio termine rispetto ai massimi toccati nel settembre del 2014 continua a essere prossimo al 15%. La variazione al ribasso si traduce in una performance negativa pari al doppio rispetto a quella registrata dall’oncia d’oro, il cui ultimo massimo risale al luglio del 2014.

Nel periodo preso in considerazione, il metallo giallo perde più del 7,1% e la sua performance year to date si porta poco sotto il 20%. Il dato si traduce nella rottura di un trend negativo durato tre anni e nel conseguimento del risultato migliore tra quelli archiviati a partire dal 2010.

L’elevata volatilità che li accompagna è uno dei fattori che caratterizza da sempre l’investimento in veicoli che permettono di seguire da vicino l’andamento delle quotazioni dei metalli preziosi. Per rendersi conto dei sobbalzi che bisogna mettere in conto quando si decide di destinare una quota del proprio portafoglio a questi asset, basta dare un’occhiata ai rispettivi livelli di volatilità riscontrati nel corso del 2016: 15% per l’oncia d’oro e oltre il 25% per l’argento.

Il dato relativo alla volatilità ha molto a che vedere con la liquidità. L’oro è visto dalla maggior parte degli investitori come una divisa rifugio (e pertanto gode di maggiori volumi di negoziazione). L’argento è più sensibile alle variazioni di prezzo perché gli scambi sono accompagnati da un livello di liquidità molto più bassa. L’argento tende inoltre ad accusare i colpi derivanti da variazioni intervenute nella sua produzione e nell’arrivo di periodi di scarsità dell’offerta rispetto a impennate della domanda (e viceversa).

Un altro fattore che spiega la maggiore volatilità dell’argento risiede nei possibili utilizzi finali del metallo, decisamente più numerosi rispetto all’oro. L’utilizzo dell’argento spazia dalla lavorazione destinata alla creazione di gioielli all’industria elettronica, farmaceutica e degli armamenti. Questa è la ragione che supporta la definizione dell’argento come metallo pseudo industriale. Queste caratteristiche lo rendono un asset ibrido, a metà strada tra la classica funzione di bene rifugio assolta dai metalli preziosi nelle fasi di profonda incertezza e un asset speculativo a causa dei forti scompensi che possono verificarsi nel rapporto tra domanda e offerta.

Durante il 2016, le quotazioni dei due metalli hanno tratto vantaggio anche dalla graduale espansione di un sentiment avverso al rischio tra gli investitori, che sono tornati a considerare oro e argento un asset rifugio dopo tre anni di quasi totale abbandono di questo tipo di investimento. Durante la prima parte del 2016, le preoccupazioni sono state trasmesse dalla Cina a causa dei timori per una possibile decelerazione brusca dell’economia domestica e una conseguente propagazione di tale decelerazione all’intera economia planetaria. Successivamente, la vittoria del si al referendum sulla Brexit tenutosi lo scorso 23 giugno, ha provocato nuove tensioni sui principali listini internazionali (successivamente riassorbite).

Accanto a questi due elementi guida del sentiment negativo, trovano posto i dubbi sulla solvibilità del sistema bancario europeo (con focus su alcuni istituti bancari italiani e sul colosso tedesco Deutsche Bank). Per altro verso non va dimenticata la caduta del prezzo del petrolio (che ha registrato un minimo inferiore ai 30 usd), fermata solo da un accordo tra la Russia e l’Opec che prevede l’introduzione di tagli alla produzione per supportare le quotazioni.

Una volta rientrate queste fonti di incertezza, l’ultimo fattore ancora in grado di provocare accelerazioni dell’avversione al rischio e offrire un valido supporto ai rimbalzi delle quotazioni degli asset ‘rifugio’ è la sfida per le presidenziali Usa tra Donald Trump e Hillary Clinton.  Una vittoria di Trump sarebbe sinonimo di ulteriore incertezza sui mercati considerando che la sua esperienza politica, capacità e obiettivi rimangono poco chiari. Molti operatori credono che l’avversione al rischio permetterà all’oro di sovraperformare.

Nel periodo che ci divide dal post 8 novembre alla fine dell’anno, a tenere banco sarà invece la Federal Reserve e le attese per un ritocco al rialzo del costo del denaro negli Stati Uniti. La Yellen potrebbe dare l’avvio alla tanto attesa normalizzazione dei tassi Usa dopo un decennio permeato dall’adozione di una serie di provvedimenti monetari espansivi. Stando a un’inchiesta realizzata da Bloomberg tra gestori ed analisti, la probabilità che la Fed opti per un rialzo del costo del denaro è al 73%.

Infine, un quadro generale della situazione non deve tralasciare anche le variabili che possono incidere negativamente sull’attuale trend rialzista: la riduzione dei costi di produzione dell’oro verificatasi negli ultimi trimestri, principalmente a causa del deprezzamento delle divise di Sudafrica, America del Sud, Europa dell’Est e Australia, ha supportato una crescita delle quote produttive e innescato spinte ribassiste sulle quotazioni dell’oncia.

 

Dividendi, un’analisi della situazione in Europa e negli Usa

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Dividendo o crescita? Questa è la domanda che divide da sempre gli investitori nel momento della selezione dei titoli azionari da inserire nei portafogli. Alcuni investitori sostengono che le società non dovrebbero erogare dividendi, ma utilizzare tali risorse per ampliare e migliorare il proprio business. Altri pensano, al contrario, che la distribuzione del dividendo sia fondamentale per cementare la fiducia tra azionisti e impresa nel tempo.

Quando i venti non sono molto favorevoli ai mercati azionari e i rendimenti offerti dal segmento obbligazionario sono quasi nulli, la mente degli investitori cerca alternative valide. Una di quelle più in auge consiste nella ricerca di società solide che presentino un buon dividend yield (rendimento da dividendo).

L’ipotesi a supporto di questa opzione è che la quotazione del titolo di un’impresa capace di distribuire dividendi sia destinata a registrare una rivalutazione del prezzo o, nel peggiore dei casi, a non arretrare più della media del mercato. Tuttavia, non mancano coloro che attribuiscono alla distribuzione dei dividendi una valenza negativa, sostenendo che si tratta di società che non hanno progetti di crescita e non sanno bene che fare degli utili conseguiti.

In questa fase di mercato, uno degli attrattivi più interessanti offerti dalle azioni europee è il rendimento da dividendo, in particolare se lo si mette a confronto con le cedole che accompagnano la maggior parte dei titoli di Stato emessi dai paesi della regione e dai corporate bond emessi dalle società che possono contare su un rating investment grade. Il programma di acquisto titoli avviato dalla Banca Centrale Europea ha compresso ai minimi i rendimenti di queste due tipologie di obbligazioni e pilotato il differenziale tra dividend yield e rendimenti cedolari dei bond ai massimi storici nel Vecchio Continente.

Tuttavia, lo scenario dei dividend yield nel Vecchio Continente non è del tutto positivo perché lo sforzo compiuto dalle società per retribuire i propri azionisti si sta impennando. Stando ai dati in possesso di Bloomberg, le società facenti parte dell’indice Stoxx 600 impiegheranno l’88% degli utili realizzati nei prossimi dodici mesi per onorare lo stacco dei dividendi. Il ratio tra dividendi e utili è il più alto registrato dal 2002 e implica una crescita del 13% rispetto a quello archiviato nel 2015.

Il trend descritto non è esclusivo del mercato europeo. Secondo i dati elaborati da Barclays, le operazioni di riacquisto di titoli propri (buyback) e i dividend yield nel mercato statunitense hanno giustificato l’intera performance messa a segno dall’indice Standard and Poor’s nel 2015 e, con ogni probabilità, il dato si ripeterà nel 2016.

In siffatto scenario, l’investimento in dividendi non è semplice a causa degli elevati livelli di payout (percentuale di utili necessaria a coprire i dividendi erogati) e ai problemi legati alla sostenibilità dei dividendi nel medio termine (derivante dalle difficoltà emerse nel conseguimento degli utili). Il problema principale per le società europee risiede proprio nella debolezza riscontrata nella crescita degli utili. Nell’ultimo anno, le prospettive di utili per le società facenti parte dell’indice Stoxx 600 evidenziano un calo del 19%.

Per questi motivi, assume rilevanza particolare la selezione dei titoli che potranno essere in grado di rendere sostenibili le rispettive remunerazioni da dividendo. Secondo la maggior parte degli analisti, due settori che saranno messi a dura prova dal nuovo contesto di riferimento sono l’energetico e il bancario. Secondo il team di Ubs, le probabilità che le aziende operanti in questi due settori operino un taglio del dividendo sono, rispettivamente, del 28,8% e del 26,8%. Le attese sono per una riduzione del dividend yield dell’8% nel settore energy e del 5% per quello bancario. In altre parole, i settori più castigati sono quelli legati all’andamento del ciclo economico (per la stessa ragione, un altro comparto in difficoltà dovrebbe essere quello delle utilities).

Nel caso delle banche, i dividendi offerti dagli istituti di credito sono in media vicini al 5%, uno dei livelli più alti dal 2012. I timori degli analisti si concentrano sulle pressioni esercitate dai tassi zero sui margini che queste società ottengono nel business bancario tradizionale e sulla rivoluzione che sta interessando il settore a tutti i livelli di business. I dividend yield offerti dalle grandi banche del Vecchio Continente sono poco abituali e il settore potrebbe essere tra i primi a dover annunciare un taglio dei dividendi. Tuttavia, il trend di riduzione del dividend yield non interesserà tutto il settore e dovrebbe coinvolgere in particolare gli istituti europei alle prese con il consolidamento dei propri bilanci (banche italiane in testa).

Se volgiamo lo sguardo al mercato Usa, i dati dimostrano che il rendimento da dividendi e le operazioni di buy back sono stati determinanti per le performance dei titoli che meglio si sono comportati negli ultimi anni

Negli ultimi anni a Wall Street le società che hanno offerto elevati dividendi sono anche quelle che si sono comportate meglio all’interno dell’indice Standard and Poor’s 500. Il contesto di tassi d’interesse ai minimi storici ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare questo scenario. Questi risultati hanno spinto molti investitori a considerare i titoli di rischio molto più attraenti rispetto ai Treasury e ai corporate bond.

Nel primo trimestre del 2016, le società con i dividend yield più alti producevano una performance totale del 4,8%, mentre le società con i dividend yield più bassi o nulli registravano una performance negativa pari a -3,9%. Questa netta inversione di tendenza potrebbe suggerire che gli investitori stanno riconoscendo l’importanza dei dividendi in un contesto di bassa crescita.

L’appetito per l’income –spostandosi dal segmento obbligazionario a quello azionario ‘dividend yield’, ha spinto verso l’alto le quotazioni di questo gruppo di società. Fino a questo momento il trend è stato quello appena descritto, ma ora, con la prospettiva di un rialzo del costo del denaro da parte della Federal Reserve, si impone una revisione della strategia.

Per altro verso, se si osservano meglio i fenomeni che hanno caratterizzato l’andamento del mercato azionario statunitense negli ultimi anni, si nota che il supporto alle azioni non è limitato solo alla presenza di tassi ai minimi, ma anche dalle operazioni di acquisto di azioni proprie (buyback). Difatti, il dividend yield degli indici Usa è stato inferiore a quello di molti mercati europei. L’indice Standard and Poor’s 500, per esempio, registra un dividend yield del 2,2%.