Buona Pasqua

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A voi tutti e alle vostre famiglie il mio più sincero augurio di trascorrere una serena Pasqua 


Dott. Matteo Bagno

Private Banker Fideuram S.p.A.

Orizzonte temporale, stabilire quello giusto e poi rispettarne i tempi

Tranne la necessità di parcheggiare la liquidità per esigenze familiari prestabilite o per aspettare come investire al meglio, l’orizzonte temporale corretto è sempre quello di medio – lungo periodo

 

Secondo molti esperti finanziari l’attuale contesto di mercato impone al risparmiatore evoluto alcune scelte quasi obbligate. La prima è rappresentata dal diversificare al massimo il portafoglio (azioni, obbligazioni, strumenti di liquidità, valute, materie prime, partecipazioni immobiliari ecc.) mentre la seconda consiste nell’affidarsi a un buon gestore di fondi che adotti un approccio flessibile capace di adeguarsi meglio alle differenti e repentine dinamiche dei mercati. Infine, ma non certo per importanza, è indispensabile allungare l’orizzonte temporale d’investimento rispetto alle abitudini del passato.

Quest’ultimo punto è particolarmente critico per le famiglie italiane che si sono abituate negli ultimi decenni ad investire in titoli di stato (soprattutto Bot e Ctz) da mantenere in portafoglio per tutta la loro durata (12 – 18 mesi) incassandone gli interessi e rinnovandoli a scadenza, senza percepire nessun rischio. Dall’estate 2011, anche le famiglie italiane, però, hanno dovuto fare i conti con l’affidabilità dell’emittente scoprendo sulla propria pelle che avrebbe potuto materializzarsi addirittura il fallimento dello stato italiano. A distanza di 4 anni la situazione sulle finanze del nostro paese (e, più in generale, della zona euro) è migliorata. Tuttavia, complici i tassi di interesse a zero (o, addirittura, sottozero per i Bot e i Ctz), i risparmiatori che volessero ambire a rendimenti di una certa consistenza su base annua (diciamo dal 3% all’anno in su), devono diversificare le fonti di rendimento e, per l’appunto, allungare l’orizzonte temporale di investimento.

La domanda da porsi per individuare il corretto orizzonte temporale è per quanto tempo non si avrà ragionevolmente bisogno del capitale che si intende investire. Escludendo necessità familiari a breve (matrimonio dei figli, permuta della casa, iscrizione a master universitari ecc.) per le quali è bene parcheggiare i risparmi in strumenti di liquidità (fondi monetari euro o fondi obbligazionari governativi euro a breve termine), si deve optare per archi di tempo dai tre anni in su. In funzione dell’orizzonte temporale si può scegliere il fondo o il portafoglio di fondi più adeguato in termini di rischio / rendimento atteso. Per farlo, però, il consiglio è quello di affidarsi ad un consulente finanziario di fiducia che permetta di progettare gli obiettivi e la soluzione strategica di lungo periodo e quelle tattiche (ma marginali) più di breve.

In ogni caso, una volta stabilito quale sia l’arco di tempo adeguato per l’investimento selezionato, è indispensabile mantenere fede alle convinzioni evitando di assumere decisioni emotive che possono non soltanto vanificare i target da raggiungere ma persino compromettere il capitale investito. Facciamo un esempio pratico. Ipotizziamo un investimento a fine luglio 2008 (cioè alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers) in fondi monetari, obbligazionari, bilanciati e azionari. Dopo appena sette mesi, cioè a fine febbraio 2009, l’indice dei fondi monetari segnava un +1,3%, quello dei fondi obbligazionari un +2%, quello dei fondi bilanciati un -14,2% e quello dei fondi azionari un -32,2%: se, presi dal panico, i sottoscrittori dei fondi bilanciati e azionari avessero venduto avrebbero contabilizzato perdite piuttosto ingenti e, soprattutto, difficilmente recuperabili in breve da investimenti in fondi obbligazionari e monetari. Se, al contrario, gli investitori avessero mantenuto fede al corretto orizzonte temporale di investimento, le cose sarebbero andate molto diversamente. Dopo 5 anni, al 31 luglio 2013, ovvero l’orizzonte temporale adeguato per un investimento in fondi bilanciati, il rendimento in questi fondi sarebbe stato del +16,4% (pari al +3,1% su base annua) mentre dopo sette anni, al 31 luglio 2015, l’arco di tempo più idoneo ad un investimento in fondi azionari, il rendimento in fondi azionari sarebbe ammontato al +43,9% (pari al +5,34% su base annua).

Bail-in: cambiamenti normativi ed opportunità

“È arrivato il bail-in… con le sue maggiori tutele”

di Gianfranco Ursino, Il Sole 24 Ore

Non tutti i mali vengono per nuocere. A fine settembre scorso 9 italiani su 10 non avevano mai sentito parlare di bail-in, secondo un’indagine condotta da Ipr Marketing per Il Sole 24 Ore. A distanza di poco più tre mesi probabilmente questa proporzione sarebbe oggi invertita, qualora venisse riproposto questo sondaggio. Il “merito” va senza dubbio attribuito alle risoluzioni di Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti, varate con decreto del Governo nel novembre scorso. Un provvedimento che ha portato all’azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate emesse dai quattro istituti, con inevitabile coda di
polemiche. Una sorta di antipasto del bail-in entrato successivamente in vigore il primo gennaio 2016, introducendo nuove procedure di gestione delle crisi bancarie a livello europeo. L’obiettivo è di coinvolgere i privati nei salvataggi delle banche sull’orlo del dissesto, per non far ricadere l’intero costo sulle spalle dello Stato, ovvero di tutti i contribuenti.

 

Il funzionamento

In caso di default di una banca, i primi a pagare adesso saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti subordinati, poi da quelli senior e infine, in ultima remota istanza, dai correntisti per i depositi bancari superiori a 100mila euro. Nel complesso i privati dovranno coprire le perdite della banca in dissesto per un ammontare almeno pari all’8% degli attivi dell’istituto. A questo punto forse gli italiani cambieranno abitudini e presteranno maggiore attenzione alla banca a cui affideranno i propri risparmi e non sceglieranno solo per comodità quella più vicina alla propria abitazione.
Nelle pieghe della direttiva “Brrd – Bank Recovery and Resolution” che ha introdotto il bail-in c’è l’esplicito tentativo dei regolatori di scaricare un po’ di responsabilità, delegando di fatto al singolo cliente l’onere di valutare la solvibilità della propria banca. Le autorità di vigilanza dovrebbero evitare che si arrivi a estreme conseguenze, tuttavia ogni risparmiatore farebbe bene a dedicare un po’ del suo tempo per informarsi sulla sicurezza della propria banca e prendere dimestichezza con indicatori di solidità, come il Common equity tier 1 (Cet1), che ciascuna banca è obbligata a fornire nel proprio bilancio. Cambiano quindi i rischi, i costi ma anche i benefici e nessuno deve trovarsi impreparato.

 

I benefici

Per alcuni versi, con le nuove regole il depositante dovrebbe sentirsi addirittura più tutelato, almeno su specifici punti. Il bail-in infatti prevede un articolato sistema per prevenire stati di crisi e il suo utilizzo deve essere considerato solo come estremo rimedio, salvaguardando il principio che nessun creditore può subire perdite maggiori di quelle che avrebbe sostenuto ove l’ente fosse stato liquidato secondo un’ordinaria procedura d’insolvenza. Ogni banca deve dotarsi di un recovery resolution plan (piani anti-crisi) e le autorità possono intervenire, in via precoce, per sollecitare l’attuazione di piani di risanamento, sostituire gli organi amministrativi e di controllo, avviare l’amministrazione straordinaria e infine potranno attivare gli strumenti previsti dalla risoluzione: dalla creazione di una banca ponte alla cessione di attività a terzi e, solo alla fine, eventualmente possono varare il bail-in. In teoria, adesso ci sono più presidi preventivi, che permettono di arrivare al bail-in solo in casi estremi. Non solo. Tutte le regole che sono state create negli ultimi anni vanno nella direzione di offrire più tutele ai clienti: dai requisiti patrimoniali delle banche, ai maggiori poteri delle autorità di vigilanza, al monitoraggio dei diversi rischi, ai maggiori presidi organizzativi e le stesse nuove procedure di gestione delle crisi sono solo l’ultimo tassello.

 

Le esclusioni

I conti correnti fino a 100 mila euro continuano ad essere coperti dal fondo interbancario di garanzia dei depositi. Oltre i 100 mila euro, i depositi di persone fisiche e piccole e medie imprese possono essere esclusi dal bail-in, ma ovviamente non hanno il fondo di garanzia alle spalle che li protegge dall’insolvenza totale della banca. Tuttavia occorre considerare che rispetto al passato la tutela del cliente/depositante è stata rafforzata, considerando che i depositi per la parte eccedente i 100mila euro, saranno coinvolti nel bail-in solo dopo l’utilizzo di tutti i crediti non garantiti, a differenza del passato quando i depositi non protetti venivano coinvolti insieme con gli altri crediti non garantiti. Inoltre, dopo la pessima esperienza di Cipro c’è una forte determinazione a evitare con ogni mezzo che i depositi (anche quelli sopra i 100 mila euro) siano coinvolti, per gli effetti sulla tenuta dell’intero sistema finanziario. Infine è bene ricordare che non rientrano nel computo dei 100mila euro i titoli in deposito presso i dossier della banca, ma non emessi dalla banca, perché sono “beni di terzi” e non crediti vantati nei confronti della banca. Ne consegue che essi sono esclusi dal bail-in che coinvolge, invece, solo i crediti vantati nei confronti dell’istituto in difficoltà. Anche i beni di valore (oro, gioielli, orologi o beni di collezione) detenuti nelle cassette di sicurezza non vengono considerate nel bail-in visto che dalla normative sono escluse le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela (quindi proprio il contenuto delle cassette di sicurezza).

Qualora queste rassicurazioni non fossero comunque sufficienti, i correntisti possono sempre dividere i loro risparmi in depositi sotto i 100 mila euro in banche diverse o cointestare il proprio conto per raddoppiare la garanzia a 200 mila euro. La garanzia del fondo si applica al valore aggregato dei depositi di ogni individuo per banca. I risparmiatori ben informati hanno quindi più mezzi per non farsi cogliere di sorpresa.

 

La parola chiave: CET1
Cet1 è l’acronimo di Common Equity Tier 1 ed è il parametro che misura la solidità di una banca o istituto di credito mettendo in rapporto il capitale a disposizione della banca e le sue attività ponderate per il rischio. Quanto più bassa è la soglia minima fissata dalla Bce, tanto più solida è considerata la banca; e quanto più elevata è la differenza tra requisito attuale e target assegnato, tanto più ampio è il margine di sicurezza di cui può disporre in termini di capitale.

 

 

La normativa Europea sulle crisi bancarie

La direttiva BRRD (acronimo per Bank Recovery and Resolution Directive), che introduce in tutti i Paesi Europei regole armonizzate, per prevenire e gestire le crisi delle banche e delle imprese di investimento, è stata recepita in Italia il 16 novembre 2015 e stabiliscele condizioni e gli strumenti per la “Risoluzione” di una banca.

La direttiva fa parte di un più vasto sistema di riforme promosse a livello internazionale al fine di consentire una gestione ordinata delle crisi attraverso l’utilizzo di risorse del settore privato, riducendo gli effetti negativi sul sistema economico ed evitando che il costo dei salvataggi gravi sui contribuenti.

 

Il bail-in

Tra le principali novità introdotte assume particolare rilievo il “bail-in, che entrerà in vigore il 1° gennaio 2016. L’espressione significa letteralmente salvataggio interno e si contrappone alla precedente logica del bail-out che faceva ricadere sulle finanze pubbliche il costo delle ristrutturazioni bancarie.

Il bail-in consente all’Autorità di Risoluzione – nel nostro Paese la Banca d’Italia – di disporre la riduzione del valore delle azioni e di alcune passività, o la conversione di queste ultime in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione e a mantenere la fiducia del mercato.

Cosa cambia per azionisti, obbligazionisti e depositanti

Il regime di bail-in, coinvolge azionisti e creditori non garantiti, secondo una precisa gerarchia, fino al raggiungimento degli importi necessari per ripianare l’eventuale disavanzo patrimoniale della banca.

Tale gerarchia prevede che i primi a essere coinvolti siano gli azionisti, seguiti dai detentori di obbligazioni subordinate e poi dagli altri obbligazionisti. I depositi di persone fisiche e piccole e medie imprese saranno “aggredibili” solo per la parte eccedente i 100 mila euro per depositante.

E’ importante segnalare che gli azionisti e i creditori non potranno in nessun caso subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della Banca secondo le procedure ordinarie (principio del no creditor worse off).

 

Le opportunità per la nostra banca

Il regime di bail-in avrà impatti su tutto il sistema bancario e rafforza ulteriormente il principio secondo cui la solidità patrimoniale rappresenta un elemento fondamentale nella scelta della banca da parte dei clienti depositanti.

L’argomento è di grande attualità se si considera il salvataggio, varato nei giorni scorsi, di Banca Marche, Carichieti, Popolare Etruria e Carife che ha avuto come effetto l’azzeramento del valore delle azioni e l’annullamento delle obbligazioni subordinate. Un esempio significativo è quello di Banca Marche, dove la metà dei circa 400 milioni di euro di obbligazioni subordinate sono in mano a clienti privati.

Il Gruppo Intesa Sanpaolo si presenta in questo scenario come il gruppo bancario più solido in Italia e tra i primi in Europa, grazie a un coefficiente common equity Tier 1 Ratio (CET1-indicativo di patrimonializzazione e liquidità) del 13,4% al 30 settembre 2015 e in media pari al 10,6% a partire dal 2009.

All’interno del GruppoFideuram si attesta su un valore di CET1 al 18,2% (al 30 settembre 2015) che la pone ai massimi livelli del mercato e tra le prime banche-rete.

I clienti di Fideuram beneficiano, quindi, di un livello di tutela maggiore rispetto a chi sceglie di affidare il proprio patrimonio a banche che non possono vantare simili livelli di capitalizzazione e solidità e che talvolta possono attrarre i clienti con offerte apparentemente vantaggiose, che le espongono però ad alti costi che tendono ad aggravare eventuali stati di difficoltà.

IL BAIL-IN

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